Tintoretto
di // pubblicato il 17 Febbraio, 2012
Non deve certo essere stato facile, per un artista, vivere nella Venezia del '500, per un motivo estremamente semplice: Tiziano. L'artista cadorino, autentico nume tutelare della pittura della Serenissima, regna sulla produzione artistica della città, richiesto e celebrato dai suoi contemporanei che non hanno occhi che per lui: per ogni altro pittore è impossibile vivere senza confrontarsi, direttamente o indirettamente, con una personalità così ingombrante. Leggenda vuole che un giovane artista, figlio di tintore, sia stato mandato dai parenti a imparare il mestiere nella bottega del maestro e che questi, accortosi del valore del nanerottolo guardando alcuni suoi disegni, lo abbia cacciato via dopo solo dieci giorni, invidioso del suo valore già così evidente in quei pochi tratti: "onde il posero con Titiano" scrive Carlo Ridolfi, il primo biografo del piccoletto "nella cui casa trattenendosi con altri giovani, procurava ritrarre i di lui esempi. Ma indi a non molti giorni, venuto Tiziano a casa, & entrato nel luogo degli scolari, vide spuntare a piè d'una bancha alcune carte, nelle quali scorgendovi certe figure disegnate, ne ricercò, chi fatte le havesse? Ma Jacopo, che n'era lo Autore, dubitando averle errate, timidamente disse, quelle essere di sua mano, e presagendo Titiano da que' principij, che costui potesse divenir valent'huomo & apportarle alcuna molestia nell'arte, impatiente, salite appena le scale e posato il mantello, commise a Gerolamo allievo suo, (così può ne' petti humani un picciolo tarlo di gelosia d'honore) che tosto licentiasse Iacopo di sua casa. Onde senza saper la cagione, privo di maestro rimase".

Vero o falso che sia (ma è probabile che si tratti della ripresa di un topos letterario che vuole l'allievo superare il maestro) l'episodio sottolinea il contrapporsi continuo tra Tiziano e Jacopo Robusti, noto a tutti come Tintoretto. Nato nel 1519 e, come detto, figlio di un tintore, pare che il giovane Jacopo abbia cominciato presto a sperimentare le possibilità del colore; non si conoscono i suoi primi maestri, ma in un documento datato 1539 Tintoretto si firma già "maestro" di una bottega in campo San Cassian. La formazione dell'artista avviene in un periodo durante il quale Venezia riceve importanti rappresentanti della cultura dell'Italia centrale: nel 1525 arriva in città Pietro Aretino, due anni dopo sarà la volta di Jacopo Sansovino, scampato a Roma dal sacco dei lanzichenecchi e, qualche anno dopo, di Francesco Salviati. Sono anche gli anni in cui si fa più aspro il confronto ed il contrasto tra pittura toscana e pittura veneta, tra il predominio della linea o del colore, tra Michelangelo o Tiziano.

"Se Tiziano e Michel Angelo fussero un corpo solo over al disegno di Michel Angelo aggiontovi il colore di Tiziano, se gli potrebbe dir lo dio della pittura" afferma salomonicamente Paolo Pino nel suo Dialogo di pittura del 1548, e sembra che Tintoretto abbia seguito e fatto sua questa affermazione, tanto che secondo la letteratura che lo riguarda nella sua bottega era ben visibile una frase, intesa come regola imprescindibile, "disegno di Michelangelo e colorito di Tiziano". Tra le sue prima opere le fonti ricordano alcune facciate affrescate, particolarmente numerose all'epoca a Venezia ma nei secoli quasi completamente scomparse; sarà proprio l'Aretino ad affidargli la prima commissione importante, la decorazione del soffitto della sua residenza veneziana. Siamo nel 1545: da quest'anno inizierà un'ascesa costante che porterà Tintoretto a conquistare progressivamente tutti i settori della committenza cittadina, dalle grandi famiglie alle scuole cittadine, dalle istituzioni alle chiese. La prima prova eclatante è Il miracolo dello schiavo, del 1548, realizzato per l'Albergo della Scuola Grande di San Marco.

Come tutti i capolavori, pochi all'inizio si rendono conto del valore assoluto del dipinto, tanto che "sdegnato il Tintoretto, lo fece distaccare dal luogo posto e a casa il riportò". Fortuna volle che, qualche tempo dopo l'opera tornò al suo posto, stavolta col consenso di tutti. In effetti, deve essere stato difficile per i veneziani abituarsi ad un immagine di tale potenza, in cui la discesa a capofitto di san Marco (che è comunque ispirata ad una precendente opera del Sansovino) porta scompiglio tra la folla, accende gli animi e spezza gli strumenti di tortura che i turchi stanno per utilizzare su di un povero schiavo che aveva osato visitare la tomba del santo. In questo dipinto c'è già in nuce tutta l'opera dell'artista: i bagliori luminosi e gli scorci arditi, che Tintoretto studia appendendo i suoi modelli in una sorta di teatro, di scatola prospettica "per osservare gli effetti che facevano veduti all'insù". L'opera segna anche l'inizio di una lunga collaborazione tra il pittore e le scuole della città, soprattutto quella di san Marco, per la quale realizzerà anche Il ritrovamento del corpo del santo e Il trafugamento del corpo di san Marco, e quella di san Rocco, presso la quale Tintoretto, letteralmente, impone la sua presenza collocando sul soffitto della sala dell'Albergo un'opera già finita, la Gloria di san Rocco, quando a lui e ad altri pittori era stato chiesto solo un bozzetto.

Non è comunque solo pittore sacro Tintoretto, anche se da molti è indicato come l'interprete perfetto dell'arte della Controriforma; molti sono infatti anche i dipinti mitologici, come le quattordici tavole ottagonali con gli episodi delle Metamorfosi di Ovidio realizzate per il palazzo dei conti Pisani a san Paternian, i temi veterotestamentari (splendida la Susanna e i vecchioni di Vienna, in cui uno dei due vecchioni fa capolino, acquattato dietro un cespuglio di rose) ed i ritratti, ambito in cui raggiunge un "perfettissimo giudizio": per accorgersene basterebbe guardare il Ritratto di Onofrio Panvinio, quasi completamente avvolto dall'oscurità, o l'intenso Autoritratto del Louvre.