Ti do i miei occhi
di // pubblicato il 26 Febbraio, 2010
Pilar è una donna sposata con Antonio da nove anni, sono una coppia benestante, apparentemente senza nessun problema, ma improvvisamente e senza alcuna spiegazione una sera la donna, prima che il marito torni dal lavoro, veste frettolosamente il figlio Juan e ancora in pantofole fugge nella notte per le strade di Toledo andando a rifugiarsi a casa della sorella Ana che vive nel centro storico della città. Scoperto il nascondiglio della moglie Antonio inizierà una pressante opera di riconquista, corteggiandola e riempiendola di pensieri affettuosi e regali per riportarla sotto il tetto coniugale, iscrivendosi anche ad un gruppo di terapia collettiva rivolto a uomini che maltrattano le proprie donne e cercando così di dare concretezza alle sue promesse di cambiamento.
Evitando intelligentemente di mostrare all’inizio del film le violenze per non demonizzare il personaggio del marito, il bellissimo film Ti do i miei occhi affronta il tema scottante delle violenze domestiche nascoste in tanti nuclei familiari e tenta un’analisi dei meccanismi che portano a certi eventi drammatici. L’attrice Icíar Bollaín, tra le sue interpretazioni anche Terra e libertà di Ken Loach sulla guerra civile spagnola, firma con Ti do i miei occhi il suo terzo film da regista ma solo il primo a essere distribuito in Italia. L’idea di partenza per la storia è nata dai risultati sconvolgenti di una ricerca della Harvard University, realizzata all’interno di uno studio a livello mondiale finalizzato alla stesura di un rapporto per le Nazioni Unite sulla condizione della donna, da cui è risultato che la violenza sulle donne è una piaga che non risparmia nessuna nazione del mondo e nessun continente, diffusa nei paesi in via di sviluppo come in quelli così detti civilizzati, senza distinzioni di classe sociale è un fenomeno presente ad ogni livello della società, diffuso tra i poveri analfabeti come tra i ricchi più colti.

Lo stesso studio ha stabilito che la violenza è la prima causa di morte o di invalidità a livello mondiale per le donne in età compresa tra i 15 e i 44 anni, molto più di tumori, guerra o incidenti stradali. La stessa statistica circoscritta alla violenza domestica evidenzia ad esempio come in Gran Bretagna una donna su dieci viene picchiata ogni anno dal marito, amante o partner che sia. In Canada e Israele è più probabile che una donna venga uccisa dal proprio compagno che da un estraneo. In Russia un omicidio su cinquanta è compiuto dal marito nei confronti della moglie. In Svezia la parlamentare europea Marianne Eriksson ha dichiarato che nel suo paese ogni dieci giorni una donna muore in seguito agli abusi subiti dal compagno o da un amico. Negli Stati Uniti ogni quindici secondi una donna viene aggredita, generalmente dal coniuge. La gravità di queste statistiche, attendibili perché diffuse da una rivista giuridica della facoltà di legge di Harvard, dà un’idea delle proporzioni gigantesche del problema.
Persino la mercificazione sfrenata che si fa del corpo femminile, in televisione come in pubblicità, per non parlare dell’uso di prestazioni sessuali come merce di scambio nei recenti scandali politici del nostro bel paese, rappresentano a mio parere un fertilizzante per il clima sociale e morale che porta poi a considerare la donna un oggetto di proprietà su cui ogni prevaricazione è consentita. In questo senso è stato per me avvilente vedere un noto presentatore televisivo, solitamente piuttosto sobrio, lasciarsi andare a una battuta infelice con doppio senso sessuale che riguardava la sua valletta e il fatto che in gravidanza ascoltasse la musica di Angelo Branduardi, ospite in studio, facendo assimilare al bambino le onde sonore delle sue canzoni. La battuta sembrava innocente, il pubblico ha riso, il presentatore ha puntualizzato che la ragazza ha un marito, sottintendendo che quindi è proprietà altrui, ma è rivelatrice di una struttura mentale diffusa e vagamente maschilista che inconsapevolmente dobbiamo un po’ tutti a questa nostra società.

Il coraggio della sceneggiatura scritta dalla regista insieme a Alicia Luna, sta nell’analizzare i meccanismi che portano tante donne a subire in silenzio, in media per almeno dieci anni, violenze fisiche e prevaricazioni psicologiche prima di riuscire a interrompere questi rapporti malati. Per procedere alla stesura del copione le due sceneggiatrici hanno incontrato e intervistato decine di donne vittime di violenza, spesso inferta loro tra le mura domestiche ad opera dei compagni di vita. Il personaggio della sorella Ana rappresenta bene il mondo esterno alla coppia che vorrebbe aiutare per una risoluzione dei conflitti ma non ne ha i mezzi o la possibilità, spesso una donna vittima di maltrattamenti se criticata e invitata a troncare la relazione violenta, tende a solidarizzare col compagno che l’abusa per paura di accettare la drammatica realtà del problema.
Un altro elemento messo in luce dal film è la tendenza all’ereditarietà del rapporto umiliante, con la madre di Pilar che invita la figlia a tornare comunque da Antonio per sopportare ogni prevaricazione come lei ha fatto con il defunto marito. Nell’infanzia gli individui assimilano loro malgrado i modelli comportamentali maschili e femminili che hanno davanti agli occhi, la collocazione di questi stereotipi nella persona adulta risiede poi in una parte talmente profonda e intima dell’individuo che grandi sono le difficoltà successive per scalzare modelli sbagliati così radicati. Questo spiega come mai spesso donne che hanno assistito a un rapporto prevaricante tra i genitori tendono ad allacciare relazioni con uomini dello stesso tipo, in grado cioè di riprodurre la situazione originaria del nucleo familiare di origine. 
Laia Marull è eccezionale nel dare corpo alla paura della protagonista Pilar, un suo sguardo, un movimento inconsulto rivelatore della tensione interiore della donna offesa e ferita, sono molto più efficaci di tante parole. L’attrice ha raccontato di aver avuto difficoltà a finire di leggere il copione fin dalla prima volta, poi ha provato paura per la responsabilità che la rappresentazione di un tema così intimo e doloroso comportava, infine la complicità con la giovane regista Icíar Bollaín le ha dato la possibilità di affrontare il ruolo egregiamente. Luis Tosar interpreta il marito che nasconde sotto la violenza fragilità e insicurezza, con una tale carica di dolorosa umanità da scongiurare la banalizzazione della figura del mostro senza spessore, portandoci persino in alcuni momenti a provare pietà per la debolezza del carnefice.
Il valore morale ed etico di un film come Ti do i miei occhi è nella capacità d’analisi, senza giudizi o moralismi, dei motivi intimi che muovono le dinamiche all’interno di questi rapporti minati dalla violenza, con il confuso groviglio di sentimenti fatto di paura, vergogna, speranza, sensi di colpa che tengono la donna soggiogata, ma anche l’immaturità e l’insicurezza di questi uomini che pensano con il dominio del terrore di affermarsi come individui e di allontanare le paure più intime che spesso sono radice e origine dei comportamenti violenti stessi. E’ evidente nel personaggio di Antonio il panico incontrollato in cui sprofonda quando non sa dov’è la moglie, quando cioè non sente l’illusione di avere le cose sotto controllo e la paura più intima dell’abbandono sale e si trasforma in violenza.

Ti do i miei occhi ha vinto nel 2004 sette premi Goya, corrispondenti del nostro David di Donatello, sono il massimo riconoscimento possibile del cinema spagnolo. Un film prezioso e utile a capire dall’interno un problema diffuso e attuale che non può essere semplicisticamente liquidato come questioni private, perché per ogni donna che riesce a liberarsi dalle violenze c’è un uomo pronto a rimettere in scena gli stessi meccanismi con la prossima donna che incontrerà. E’ necessario e auspicabile un lavoro di recupero sociale, superando la vergogna tutta virile di ammettere le proprie debolezze, per questi individui tendenzialmente violenti. Troppo spesso fatti sanguinosi arrivano agli onori della cronaca quando ormai è troppo tardi, si è arrivati all’omicidio nonostante evidenti segnali d’allarme che non dovevano essere sottovalutati.