The tree of life
di // pubblicato il 20 Maggio, 2011
Raggiungere uno stato di grazia interiore a dispetto della natura umana spesso votata all’insoddisfazione è sentimento difficile da perseguire, saper apprezzare le piccole gioie quotidiane uscendo indenni dagli immancabili vuoti della vita, intrappolata com’è nell’ostinata ricerca di un senso che ognuno deve trovare da sé.
“Com’è difficile avervi dato il cuore, la pelle, i nervi, gli occhi, i piedi, perfino il mio odore; …e nemmeno una sola ragione, una sola qualunque anche vaga ragione di essere qui!” esordiva Roberto Vecchioni in un brano dedicato alle figlie.
The tree of life indaga nella stessa direzione, immerso nella struggente bellezza del creato, in cui l’importante non è il conseguimento della meta ma il piacere del viaggio, lo scorrere della vita che mentre aspettiamo succeda qualcosa è già esistenza che si consuma.
Vera e propria esperienza sensoriale volta al trascendente, più che semplice film, filosofica e complessa, The tree of life richiede totale abbandono al suo flusso benedetto, è accorata preghiera all’entità suprema, atto di fede e nutrimento dello spirito per un’umanità in cammino.

Seguendo la vicenda della famiglia O’Brien si delinea sullo schermo una visione universale dell’avventura umana attraverso gli elementi principali. Fuoco, terra, aria, ma soprattutto nella predominanza d’acqua, liquido amniotico attraverso cui si perviene alla vita, ma anche fatale portatore di morte, la pellicola indaga il mistero dell’esistenza con le domande, sempre le stesse, cui il semplice vivere non sa dare risposte.
Una lunga sequenza del film mostra l’origine dell’universo, dalla nascita di nebulose nello spazio alle prime forme elementari di vita sul pianeta, fino alla comparsa di dinosauri nelle foreste vergini, a conferma della sua vocazione ad assurgere a paradigma della creazione.

Con una libertà espressiva che appartiene solo ai grandi, Terrence Malick, al quinto titolo appena in quasi quarant’anni, intesse una fitta trama di emozioni e suggestioni che s’interrogano sul miracolo della vita e la sua ineluttabile caducità. Meravigliose immagini naturali riprese un po’ ovunque a giro sul pianeta, anche al parco dei mostri di Bomarzo, s’alternano al racconto vero e proprio, con la macchina da presa che abita lo spazio, pedina i personaggi, scava le emozioni e indaga da vicino con intensi, strettissimi, primi piani sul volto dei protagonisti.
La crescita con le sue piccole conquiste, l’innocenza dell’infanzia, la scoperta di paure e inquietudini, la disillusione della maturità e lo scoprire con apprensione che genitori e figure di riferimento, da sempre immaginati depositari di ogni risposta sulle cose della vita, sono fragili e spersi naufraghi nella corrente, esattamente come noi.
L’assenza di dialoghi, la narrazione verbale è affidata a brevi monologhi interiori, pensieri sussurrati a fil di voce, e le parole pronunciate dalle labbra sono sempre dichiarazioni cui non segue mai una risposta dell’interlocutore, rende forse tangibile l’intrinseco sottintendere la solitudine esistenziale congenita della condizione umana.

Di film in film lo stile di Malick, autore come sempre anche della sceneggiatura originale, sembra avviarsi verso una progressiva destrutturazione narrativa della trama, via via sempre più marginale e rarefatta, per lasciare spazio al flusso continuo delle immagini, pensieri e domande senza la pretesa di dare risposte, in una sinfonia visiva che celebra la magnificenza e la sublime bellezza della vita.
La colonna sonora originale firmata da Alexandre Desplat è una vera e propria partitura spirituale, con i suoi requiem e il suo agnus dei, affiancata a brani di Hector Berlioz e Gyorgy Ligeti per accompagnare quelli che forse sono i momenti più veri, minimi ma capaci di arricchire una vita; il bacio della buonanotte o i giochi nel vento di piccole mani protese fuori dal finestrino.
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Il magma esoterico di riflessioni è talmente denso che qualsiasi analisi può solo scalfire l’essenza di un’opera complessa, sublime e struggente nella sua poesia, distillato di un percorso umano prima che artistico, lungo e solitario, fuori dagli schemi.
The tree of life, e tutto il Cinema di Terrence Malick, è espressione indivisibile dalla scelta del suo autore di non scendere a patti con la sua integrità. Demiurgo cinematografico che a dispetto di ogni regola promozionale lascia siano le sue opere soltanto a parlare per lui, abdicando ogni egocentrica vanità.
Malick non concede interviste dal 1973, diserta festival e tappeti rossi, non si hanno di lui immagini recenti e l’unica che indubbiamente gli appartiene è dovuta alla piccola apparizione nel suo film d’esordio a cui fu costretto controvoglia per la defezione di un attore.
Quando nel 2007 ha tenuto una lezione alla Festa del Cinema di Roma, lo ha fatto al sicuro di un’aula davanti a una ristretta platea, previa garanzia che giornalisti e macchine fotografiche sarebbero rimasti rigorosamente fuori.
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Dopo l’esordio con La rabbia giovane, al secondo film nel 1978, I giorni del cielo, il regista si è confrontato con i limiti di Hollywood e forse anche per questo ha lasciato passare vent’anni, in cui è completamente scomparso alimentando la leggenda, prima di tornare al cinema quasi accidentalmente con quello che, a mio parere, resta il suo film più bello, La sottile linea rossa.
Eterno perfezionista, Terrence Malick ha impiegato due anni e il lavoro di sei montatori diversi per arrivare alla versione definitiva di The tree of life che rispondesse alle sue aspettative, adesso è già al lavoro sul set del suo sesto film ancora senza titolo e noi siamo già qui in attesa.