The hurt locker
di // pubblicato il 12 Febbraio, 2010
Una squadra di artificieri capitanata dall’esuberante sergente William James nell’inferno bellico dell’Iraq, tra uomini bomba e incomprensioni linguistiche che portano in alto il livello della tensione. La donna regista più virile del cinema americano, Kathryn Bigelow, che non ho mai amato particolarmente per i contenuti secondo me ambigui e disturbati dei suoi film più famosi Point Break e Strange days, ma autrice anche di quel gioiellino che è Il buio si avvicina, realizza con The hurt locker un film teso e violento ma convincente.
Ispirata a un reportage di guerra apparso su Playboy del giornalista Mark Boal arruolatosi volontario in Iraq con una squadra speciale antibombe, la storia dell’ottavo film di Kathryn Bigelow ha il pregio di mostrare agli americani quello che la tv e i mass media hanno sempre nascosto al pubblico per salvaguardarne “l’innocenza”, la stessa che ha permesso loro di rieleggere due volte come presidente una figura incline alla guerra come quella di George W. Bush Jr. “In Iraq sono morti più di quattromila soldati, trovo assurdo che si siano viste solo le solite tre fotografie!” Ha dichiarato la regista alla 65ª Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2008 dove il film è stato presentato in anteprima mondiale.
Diceva il regista tedesco Wim Wenders in un’intervista a proposito del suo film sugli Stati Uniti al tempo di guerra, La terra dell’abbondanza, che l’americano medio viaggia poco e quando va all’estero scoprire quanto poco sia amato nel mondo il popolo americano, affetto agli occhi del resto del pianeta da un’incurabile cronica vocazione imperialista, è davvero un forte shock, perché la maggior parte dell’opinione pubblica negli USA crede alla dose massiccia di patriottismo catodico somministratole e davvero è convinta che l’esercito americano sia paladino di libertà e giustizia, una sorta di polizia planetaria in missione costante di “pace”.
The hurt locker, che potrebbe essere tradotto “la cassetta del dolore” si riferisce alla cassa di legno bianca in cui sono conservati resti e oggetti personali dei caduti, ma potrebbe anche ambiguamente riferirsi alla cassetta che il sergente protagonista William James tiene sotto il letto con pezzi di inneschi degli ordigni neutralizzati unitamente all’anello nuziale e alla foto di suo figlio. Interessante in questo senso notare in che termini il soldato parla della moglie e del figlio lontani, come fossero estranei appartenenti a un mondo ormai per lui alieno e a cui non ha niente da dire, quando chiama casa col telefono satellitare per poi riagganciare senza esser riuscito ad articolare una sola parola.

Il film è introdotto da una frase illuminante del giornalista Chris Edgar: “La furia della battaglia provoca una dipendenza totale, perché la guerra è una droga”. Questa è la chiave di lettura dell’intero film di Kathryn Bigelow, con il sergente T.J.Sanborn, interpretato da Anthony Mackie, sempre attento osservante del protocollo d’intervento e perennemente in contrasto col sergente William James, con il volto di Jeremy Renner, anarchico e incosciente sempre pronto a mettere a rischio la pelle sua e dei compagni per una dose quotidiana di adrenalina in più.
Girato in uno stile documentario da reportage televisivo, con largo uso della macchina da presa a spalla, il film ha un’epica che riporta ai grandi classici del cinema di John Ford forse anche a causa di una colonna sonora con spiccati echi western, oltre all’ambientazione desolata e desertica di un Iraq ricostruito per le riprese in Giordania. La guerra e la paura per l’insicurezza della sopravvivenza sono vissute dai soldati come se fossero al centro d’un gigantesco iperviolento videogame che aliena dalla realtà, dove il protagonista riscopre il valore della vita umana solo davanti al cadavere imbottito di esplosivo di un ragazzino nel quale lui crede di riconoscere il piccolo simpatico venditore di dvd del mercatino locale.

Nel suo messaggio pacifista contro la guerra Kathryn Bigelow non rinuncia però ad una nota d’ambiguità sul finale, con le scene di ordinaria monotonia in un supermercato in cui il protagonista tornato dalla missione si trova con moglie e figlio a fare la spesa, o mostrando il tedio di una quotidiana operazione come la pulizia della grondaia intasata dalle foglie secche, che dopo due ore di battaglia senza tregua ti fanno entrare talmente bene nei sentimenti del personaggio in astinenza da adrenalina, da farti mancare anche a te spettatore nel cinema, il caos e l’eccitazione mista a paura, tipici dei teatri di guerra.
Sono stato contento che le nove candidature agli Oscar conquistate da The hurt locker lo abbiano riportato nelle sale cinematografiche, consentendomi di godere sul grande schermo un film che al di là di ogni possibile polemica o strumentalizzazione politica, rappresenta un’opera incisiva e di forte impatto visivo.
