The box
di // pubblicato il 13 Maggio, 2011
Richmond, Virginia, 1976. I coniugi Norma e Arthur Lewis sono una coppia legata da una profonda complicità, ingegnere della NASA lui, insegnante di letteratura lei, vivono un’esistenza tranquilla con il figlio Walter finché, all’alba di una mattina come tutte le altre, qualcuno suona il campanello della loro casa lasciando una scatola misteriosa sulla soglia.
All’interno un cubo sovrastato da uno scintillante pulsante rosso, munito di una protezione con serratura per impedirne l’accidentale pressione, e un biglietto che annuncia la visita dello sconosciuto signor Arlington Steward per le ore 17:00 di quello stesso pomeriggio.
L’estraneo, inquietante signore, con i segni di gravi ustioni a deturparne metà del viso, è giunto per proporre ai coniugi Lewis uno strano affare. Riceveranno in dono un milione di dollari se attiveranno il “meccanismo a pulsante”, sapendo però che se lo faranno una persona a loro del tutto sconosciuta, da qualche parte nel mondo, morirà. Avranno a disposizione ventiquattro ore di tempo per risolvere il dilemma morale, scendere a patti con la propria coscienza o rifiutare un’opportunità unica, in grado davvero di cambiare, comunque, le loro vite per sempre?

Partendo da un racconto breve dello scrittore di fantascienza Richard Matheson, appena sei pagine pubblicate nel 1970 su Playboy, il regista e sceneggiatore Richard Kelly ha creato un appassionante miscela narrativa che attingendo a cosmogonia, ufologia e paranormale comunica direttamente all’inconscio dando vita a un interessante incubo filosofico, affine, con le dovute differenze, alla struttura del suo film d’esordio, ormai vero e proprio oggetto di culto, Donnie Darko.
Grazie a una solida sceneggiatura il film tiene con il fiato sospeso, senza mai cedere in ritmo e tensione, per tutta la rispettabile durata dei suoi 111’ minuti. Piccoli tasselli disseminati qua e là invitano ad una visione “attiva” alla ricerca della comprensione di ciò che stiamo vedendo, tanti indizi, a volte appena suggeriti, che ricompongono sul finale il mosaico degli eventi.

The box rappresenta una riflessione sui confini del libero arbitrio e sull’incapacità, diffusa tra gli esseri umani, di accettare le conseguenze delle proprie azioni. Ancor più nel mondo globalizzato di oggi, in cui la tecnologia ha accorciato le distanze geografiche fino ad azzerarle in molti casi, un nostro comportamento etico può influenzare in modo diretto e concreto la vita di persone a noi sconosciute che abitano a migliaia di kilometri di distanza. Perciò è necessario diventare consapevoli di una tale responsabilità.
Nella società moderna siamo abituati dalla tecnologia a ottenere subito e senza fatica, quindi senza troppa riflessione, soddisfazione alle nostre esigenze, viviamo circondati da telecomandi pieni di pulsanti con cui gestiamo le cose intorno a noi. Frotte di finanziarie offrono microcredito alla portata di tutti, per garantire al consumatore il possesso dell’ultimo, superfluo, gioiello tecnologico. Oggi chiunque può vivere a debito sopra le proprie possibilità, ma c’è sempre un prezzo da pagare e il momento di saldare il conto prima o poi arriva.
Richard Kelly ha scelto di lasciare negli anni ’70 del Novecento l’ambientazione della sua storia perché, ha dichiarato lui stesso, era un’epoca in cui premere un bottone per ottenere soddisfazione immediata ai propri bisogni non era ancora cosa tanto diffusa.

Dopo tanto riflettere il fatale pulsante sarà premuto d’impulso, improvviso e repentino, in un misto di incoscienza e scetticismo sui pericoli che un atto, apparentemente banale, può scatenare; una spirale di terrore prenderà il via da questa azione minima mal ponderata, trascinando tutti nel suo vortice.
Volendo rapportare la metafora del film alla realtà più concreta, basti pensare alla naturalezza con la quale premiamo un interruttore per richiedere erogazione di energia elettrica e con quanta altrettanta incoscienza molti di noi usano lasciare accese luci superflue, amplificando i consumi, in un momento in cui legittime paure di un ritorno al nucleare hanno quanto mai evidenziato la vulnerabilità del nostro modello sociale.

La bellissima fotografia di Steven Poster ricostruisce con luci e colori l’atmosfera di tanto Cinema classico degli anni ’70 e, di riflesso, la perfetta ambientazione d’epoca del nostro immaginario.
Cameron Diaz e James Marsden sono i coniugi Lewis, tormentati da sensi di colpa e desiderio di espiazione, per dare verità ai loro personaggi Richard Kelly ha inserito in sceneggiatura eventi reali della vita dei suoi genitori.
Frank Langella è perfetto nel dar vita al misterioso Arligton Steward, non il semplice cattivo ma un personaggio anche cortese che, rappresentando una qualche indefinita autorità morale, deve essere irremovibile anche davanti al pentimento delle sue vittime.
“Posso anche sembrare un mostro ma posso assicurarvi che sono… solo un essere umano”
Nelle semplici parole di mister Steward la potenziale capacità, comune a ogni essere umano, di disinteressarsi del dolore degli altri, per diventare carnefice davanti a un immediato guadagno materiale o morale. Ma come dovremmo forse ricordare più spesso, anche noi siamo gli “altri” in relazione agli sconosciuti e lo strano “meccanismo a pulsante” verrà proposto poi a qualcuno che certamente ci è estraneo.