The Alleys of a city named Jogja

di Elisa Bergami // pubblicato il 17 Febbraio, 2011

Jogjakarta: città dell’Indonesia, un’aerea di circa 32 chilometri quadrati, la maggior parte della popolazione è giavanese e la lingua ufficiale è l’indonesiano. Antichi templi, storia, tradizioni viventi così come leggende e forze naturali si incontrano, si amalgamano con le numerose etnie presenti dando vita ad un melting pot culturale unico e attraente.

Ragguardevole è il suo essere stabile culla di una cultura artistica underground che annovera registi indipendenti, comunità di musicisti e artisti che, stanziali,qui trovano ispirazione per le loro creazioni diventando motivo di lustro e attrazione di una delle città più turistiche del Paese.

“La Jogja contemporanea ha visto pochi cambiamenti. Il centro città è ancora dominato da un labirinto di insediamenti . Il Kraton è ancora la residenza reale, oggi abitata dal sultano Hamengkkubuwono X, leader spirituale del popolo. Il centro è abitato in gran parte dalla classe medio-bassa e dalle generazioni più giovani. […] I vicoli sono, poi, dimora di numerosi artisti e l’atmosfera di quest’aerea è particolarmente adatta alla vita collettiva. Le porte dei loro studi sono sempre aperte per visite reciproche, questo fa sì che la comunicazione fra loro sia molto forte; uno dopo l’altro i discorsi sull’arte attraversano la città, spesso trasformandosi in veri e propri movimenti artistici…” a parlare è Jim Supangkat, curatore della mostra che la Primo Marella Gallery ha deciso di dedicare alla Street Art Indonesiana.

Ad essere evidente all’interno degli spazi urbani è quanto sia pervasiva un tipo di arte che ha trovato confortevole posarsi su muri, edifici e luoghi pubblici, tanto da trasformare questi ultimi in una variopinta raccolta di pattern ornamentali. Le opere presenti in mostra esemplificano il peculiare sviluppo di questo filone artistico nato negli anni ’90 e da allora in costante crescita, dimostrando come gli artisti scelti, seppur piuttosto giovani, siano portatori di “una forte coscienza sociale combinata al fattore umoristico, un’estetica audace caratterizzata da un forte e serio impegno per il loro mestiere”. L’intento è quello di trasporre in Europa una poetica creativa tesa a raccogliere elementi tipici della cultura popolare Indonesiana e riferimenti al mondo dei fumetti e della musica che tanto hanno influenzato gli artisti di questa generazione, mostrando come gli ambiti da cui attingono gli street artists di tutto il mondo siano in fondo i medesimi e di come, conseguentemente, l’arte possa essere davvero un linguaggio universalmente condiviso.

Gli artisti della classe2010 appartenevano inizialmente ad un’organizzazione denominata “Daging Tumbuh” (letteralmente Carne in crescita). I membri di questo collettivo hanno anche fondato l’omonima rivista: unica nel suo genere perché privilegia le immagini rispetto al testo; la sua particolarità risiede nell’essere divulgata in copie fotocopiate con un prezzo di vendita appena sufficiente a coprire i costi di produzione. Gli artisti non sono i soli collaboratori ma dividono gioie e dolori con grafici, studenti dell’Istituto d’arte, venditori ambulanti, groupies punk o semplici amanti del disegno.

Come osservato da Megan Wilson, anche lui curatore della mostra, questi giovani creativi prestano molta attenzione alla dimensione artistica dei murales: Farhansiki, per esempio, esplora l’elemento testuale recuperando loghi, simboli e icone di massa sia in abito locale che globale, caricandoli poi di attributi iperbolici e parodistici tipici della sua arte. Vernici spray e stencil sono inseparabili strumenti di azione e soprattutto mezzi attraverso cui l’energia di una vera e propria detonazione cromatica può esprimersi.

Oky Rey Montha
trasforma il suo passato di batterista in una miriade di riferimenti alla musica punk e alla subcultura underground. Con un linguaggio che si rifà nei tratti al mondo dei comics e che richiama gli scenari di Tim Burton, l’artista utilizza la sua stessa immagine all’interno dei lavori per svelare la storia del lato più oscuro della sua vita. Non solo critica alla società condivisa, ma anche espressione del proprio stato di artista nonchè soprattutto di individuo.

Gli artisti sopracitati sono solo due componenti della squadra messa in campo in occasione di questo evento, che si dimostra vincente nel voler esporre opere pittoriche e tridimensionali in grado di farci conoscere i diversi risvolti di una disciplina spesso ostaggio di critiche e fraintendimenti. A causa di deviate interpretazioni del genere, infatti, le pratiche che miravano a fare della città uno spazio di cui appropriarsi e in cui esprimersi, si sono trasformate in selvaggi imbrattamenti di luoghi poco consoni trascinando sul banco degli imputati tutta la corrente di riferimento. Qualora però questo tipo di arte venga impiegata per riqualificare, rivendicare, sovvertire lo schema tradizionale concernente l’esposizione, è di sicuro importante riconoscere il suo valore puntando anche su di lei le sfolgoranti luci della ribalta.

 

Dettagli

  • UJI "HANHAN" HANDOKO
    "The Prestigious Auction", 2010
    Acrylic on Teakboard
    400 x 600 cm
    Courtesy: Primo Marella Gallery and the artist
  • IWAN EFFENDI
    "Tupu and the King" 2010
    Acrylic and pencil on wood
    120 x 48 cm
    Courtesy: Primo Marella Gallery and the artist
  • FARHANSIKI
    "Mu(war)kami", 2010
    Spray paint on canvas
    180 x 200 cm
    Courtesy: Primo Marella Gallery and the artist
  • OKY REY MONTHA
    "Idrolisi", 2010
    Acrylic on canvas
    200 x 150 cm
    Courtesy: Primo Marella Gallery and the artist

Mappa

Dove e quando

THE ALLEYS OF A CITY NAMED JOGJA

  • Date : 16 Febbraio, 2011 - 01 Aprile, 2011
  • Indirizzo: Primo Marella Gallery, Viale Stelvio 66, Milano
  • Sito web

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