The way back

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 13 Luglio, 2012

Nel 1939 mentre Hitler attaccava la Polonia, l’Armata Rossa di Stalin la invadeva da est e i due tiranni si spartirono serenamente la preda.
Janusz, polacco della metà in mano ai russi, accusato di spionaggio per il solo fatto di conoscere la lingua inglese, nonostante le torture non si piega a firmare una ridicola confessione.
Nell’angusta stanza dell’inquisizione entra sua moglie, scossa dai sussulti di un pianto senza riparo, sintomo della demolizione psicologica subita, e tra singhiozzi inarrestabili accusa il marito di essere una spia straniera contro l’Unione Sovietica.
Il militare procede all’interrogatorio apostrofando i due con i semplici termini della burocrazia, un uomo e una donna uniti dai loro sentimenti diventano l’accusato e il testimone, due estranei schiacciati dall’incuranza crudele e violenta del potere che spersonalizza l’individuo senza pietà.
Vent’anni di prigionia e lavori forzati la condanna inflitta per colpe inesistenti.

Il sistema carcerario della Siberia era noto e già attivo in epoca zarista alla fine del XIX secolo, ma il termine gulag, acronimo di Glavnoye Upravleniye Lagere, il nome dell’apparato sovietico che gestiva quei luoghi di deportazione, definisce i campi di prigionia dell’Unione Sovietica post rivoluzionaria.
Ancora oggi dopo tanto tempo non è possibile una stima definitiva sui milioni di vittime inghiottite da quel letale inferno di ghiaccio, dove le temperature possono arrivare anche a settanta gradi sottozero.
La dipendenza dell’economia russa dall’estrazione di materie prime dalle miniere fu la vera motivazione che portò alla creazione di milioni di schiavi, alla luce di ciò si spiega la futilità dei motivi che portavano spesso all’incarcerazione; l’accusa d’individualismo prima di tutte, il praticare una religione, l’essersi recati all’estero, esser arrivati in ritardo sul posto di lavoro per più di tre volte.

Ispirato al romanzo Tra noi e la libertà [The long walk: the true story of a trek to freedom] di Slavomir Rawicz, e alle molte testimonianze dirette di sopravvissuti raccolte dal regista stesso, The way back è il racconto del lungo viaggio di un piccolo gruppo di uomini verso la libertà.
La fuga dal gulag attraverso le foreste ghiacciate della Siberia, nelle vaste pianure della Mongolia, nel torrido deserto del Gobi, fino alle vette inaccessibili dell’Himalaya e oltre, a raggiungere le piantagioni da thè dell’India britannica. Paradiso sulla terra per gli occhi dei sopravvissuti a una marcia interminabile.

A sette anni dal suo film precedente (più diciotto mesi d’attesa per la distribuzione italiana) l’australiano Peter Weir firma una pellicola in cui tornano i topos tipici di tutta la sua opera. L’essere umano costretto in ambiente ostile a cui non riesce ad adattarsi, come il protagonista di The Truman show prigioniero nel suo universo fittizio o il professor Keating in L’attimo fuggente, alieno all’istituto in cui cerca di risvegliare con l’Arte le menti dei suoi giovani allievi, e il misurarsi dell’uomo con le forze della Natura. Janusz e i suoi compagni lottano per la sopravvivenza nel gelo della foresta, al vento senza riparo di lande desolate, costretti dalla loro condizione di evasi ad evitare ogni luogo abitato e le sue comodità; è la stessa lotta degli uomini di mare contro la furia degli oceani in Master & commander – Sfida ai confini del mare o la battaglia di Allie Fox per domare la giungla inospitale di Mosquito coast.

Ma la vera avventura è l’osservazione della natura umana nella sua complessità, un gruppo di uomini uniti dalle circostanze, abituati dalla prigionia a diffidare dell’altro, sono gradualmente costretti ad abbassare il muro eretto a protezione dentro di sé per affidarsi ai compagni di viaggio da cui può dipendere la propria salvezza.
In un contesto come quello terribile del gulag, in cui anche la morte poteva diventare una porta sulla libertà, insistere caparbiamente per la sopravvivenza diventa atto politico contro l’arroganza del potere, affermare il proprio esistere rifiutando di farsi piegare dalla violenza.

Nel cast di interpreti Ed Harris, con l’eleganza del suo viso segnato dal tempo, spicca nel ruolo di Mister Smith, uno dei settemila americani scomparsi nei gulag, emigrati in Russia dagli Stati Uniti durante la Grande Depressione attirati da inserzioni di promettenti occupazioni sui giornali americani.

Proprio come nella vita reale ognuno ha un motivo diverso per sopravvivere, c’è chi partecipa ai piani di fuga per alimentare il sogno di una libertà che non avrà mai il coraggio di riconquistare, chi insegue ogni giorno il proprio senso di colpa in cerca di una redenzione e chi infine come Janusz trova la forza per sopravvivere nella consapevolezza di essere portatore, sulla via del ritorno [perché il brutto vizio di lasciare il titolo in inglese quando in italiano sarebbe bellissimo?!?], di quel perdono da donare alla moglie lontana e tanto amata.

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Peter Weir
sul set
(© 2010 Siberian Productions LLC)

- Locandina italiana
- Jim Sturgess è il polacco Janusz
- Colin Farrell è il russo Valka
- Saoirse Ronan è la giovane Irena / Il gruppo di evasi
  in cammino
- Maschere di corteccia nelle foreste ghiacciate
- Ed Harris è Mister Smith

© 2010 Siberian Productions LLC

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: The way back
  • Regia: Peter Weir
  • Con: Jim Sturgess, Ed Harris, Saoirse Ronan, Colin Farrell, Mark Strong, Gustaf Skarsgard, Alexandru Potocean, Sebastian Urzendowsky, Dragos Bucur
  • Sceneggiatura: Peter Weir, Keith Clarke ispirata al libro Tra noi e la libertà di Slavomir Rawicz
  • Fotografia: Russell Boyd, ASC
  • Musica: Burkhard Dallwitz
  • Montaggio: Lee Smith, A.C.E.
  • Scenografia: John Stoddart
  • Costumi: Wendy Stites
  • Produzione: Joni Levin, Peter Weir, Duncan Henderson e Nigel Sinclair per Polish Film Institute, Exclusive Films, Point Blank Productions, On The Road, National Geographic Entertainment, Crispy Films, Image Nation Abu Dhabi FZ, Scott Rudin Productions
  • Genere: Avventura
  • Origine: Polonia / USA / Emirati Arabi, 2010
  • Durata: 128’ minuti