The Tempest
di // pubblicato il 05 Novembre, 2011
- di Mattia Visani -
La qualità pertiene all’evidenza? The Tempest che è andato in scena al Theatre Royal Haymarket, interprete d’eccezione Ralph Fiennes, non è stato certo lo spettacolo meglio recensito dalla stampa britannica in questo primo scorcio di stagione teatrale londinese. E lo spettacolo non entusiasma. Ci consegna, però, un prodotto di inequivocabile qualità artistica e di limpida professionalità.

Siamo nel cuore della City, a Piccadilly. La regia è firmata da Trevor Nunn, ex direttore artistico del National Theatre e della Royal Shakespeare Company, che per la prima volta, tra lo stupore della critica, affronta questo testo shakespeariano. Eppure l’allestimento è quello del teatro “povero”, il palcoscenico è vuoto e privo di elementi denotativi. Unica scenografia un enorme boccascena, a cornice di quello reale, allusione alla natura teatrale della magia di Prospero. Teatralmente inutile.
Sul palcoscenico vuoto risaltano nitidamente i particolari iperrealistici dei costumi, realizzati con intento filologico, e la bravura degli interpreti. Non c’è un’impronta registica forte, in senso alto, o italico, e talvolta la messinscena cede al minimalismo. Il teatro di regia non sembra, oltremanica, il riferimento più pertinente.

Sono le luci a modulare efficacemente la spazio, a definire i cambiamenti di situazione e a evidenziare con precisione i passaggi drammaturgici. Da segnalare l’effetto illuminotecnico che apre lo spettacolo, tutt’altro che artigianale, da grande evento, di forte impatto visivo e sonoro. È l’incantesimo con il quale Prospero scatena la tempesta che trascinerà sull’isola in cui è stato confinato, e di cui è signore, il fratello usurpatore del trono, il re di Napoli, la loro ciurma e i loro affetti. Il pubblico trattiene il fiato. Al centro della scena la star indiscussa della serata, con la sua arte magica sembra oscurare il cielo. Un enorme fragore da inizio a una Tempesta, in cui l’arte non ingannerà con l’apparenza. Sono pochi, purtroppo, i momenti in cui le luci agiscono con la stessa forza e nel complesso risultano ridondanti e lievemente stucchevoli.
A corroborare questo effetto sono i balletti e gli stacchetti canori, ingenui inserti registici che tradiscono il gusto della City per questo genere di rappresentazione, vero elemento frustrante della messinscena.
Altri passaggi legati al mondo magico di Prospero hanno esiti oleografici e didascalici. A questa sorte non sfugge del tutto il personaggio di Ariel, la cui presentazione, sospeso in aria come ormai è consuetudine, resta impressa. Siamo nell’alveo della tradizione. Il personaggio è reso con grazia, soavità e, a tratti, con la giusta crudezza dal giovane Tom Byam Shaw, che ne evidenzia con precisione i momenti. Ma un attore in calzamaglia e il volto imbiancato difficilmente potrà renderne la pericolosità.

Fiennes – che non ha bisogno di presentazioni – costruisce un’interpretazione intensa dell’esautorato Duca di Milano, Prospero, con la classe e il garbo che lo contraddistinguono. Irriducibile a semplice “fenomeno” televisivo, ci mostra con chiarezza sconfortante l’alterità della lingua del teatro, mai enfatico o teatrale, mai afasico o disinvolto.

Ma ancora di più brilla Nicholas Lyndhurst, celebre attore della tv inglese, nel ruolo di Trinculo, che ci consegna attimi di sublime, rarefatto, realismo.
Caliban, il selvaggio, il diverso, mostro deforme e orripilante, umiliato e reso schiavo, è un attore di colore, Giles Terera, che affronta il ruolo con abilità e una forza dirompente, pur incarnando l’ennesimo luogo comune di questo allestimento. Carismatico.
Una menzione per il Michael Benz, giovane attore di una simpatia contagiosa, nella finzione è Ferdinando, erede al trono del Regno di Napoli.
Se l’apparenza non inganna, il teatro è l’attore. La sua arte l’evidenza.