Sulle vie dell’Anatolia

di Donata Brugioni // pubblicato il 17 Settembre, 2012

Tori “dalle lunate corna”, grandi occhi e un’espressione remota che vagamente ricorda il sorriso arcaico dell’Apollo veiente, guardano il visitatore dalle vetrine del Museo delle Civiltà Anatoliche ad Ankara, intatti da oltre tremila anni nella loro regale classicità. Non c’era bisogno delle analisi del DNA, condotte in tempi recenti, per stabilire la stretta parentela di questa razza bovina con quella maremmana, dalle peculiari caratteristiche che non hanno riscontro in altre parti del mondo.

Inizia così il viaggio nel cuore profondo dell’Anatolia, seguendo tracce che attraversano otto millenni di storia dell’umanità, in un continuo moto di scambi, incroci, sovrapposizioni, adattamenti. Un’umanità in cammino nel tempo e nello spazio, dalla Mesopotamia attraverso gli altopiani, scendendo i fiumi al Mar Nero, e poi al Mar di Marmara e all’Egeo, mentre città venivano fondate e decadevano, popoli scomparivano, altri ne arrivavano, fino alla nascita di quella che sarebbe divenuta la chiave di volta di un mondo già globale prima ancora del concetto stesso, Bisanzio.

Qui rimangono le tracce della più antica comunità umana di cui si abbia notizia, quella di Çatalhöyük, dove quasi diecimila anni fa sorgeva un agglomerato abitativo per oltre 5.000 persone. Le testimonianze conservate nel Museo di Ankara parlano di un culto della Dea Madre: stupefacente la statuetta in terracotta della dea, seduta su un trono con ai fianchi due leonesse, rappresentata nell’atto del parto, la testa del bambino già tocca terra fra i piedi della dea; risale al 5750 a. C., così come i vasi in terracotta decorati con disegni stilizzati che si sono tramandati fino ai nostri giorni nei tappeti tessuti dalle donne anatoliche, e di cui il museo conserva alcuni brandelli di epoche remote.

Civiltà declinata al femminile, pare, così come femminile era la dea solare, Arinna, a cui venne consacrato il tempio principale di Hattusa, grande città fondata dai misteriosi Hatti, dove i mercanti assiri avevano un loro quartiere e fondachi già intorno al 1900 a.C.
A un’altezza di oltre 1.000 metri, Hattusa era circondata da sei chilometri di mura che seguivano le ondulazioni del terreno; vi si aprivano numerose porte, tra cui quella affiancata da grandi leoni che sembra prefigurare le porte micenee. Poi vennero gli Hittiti, vittoriosi sull’Egitto dei Faraoni grazie alla cavalleria (i micidiali Icsos), e costruttori della straordinaria postierla, con un tunnel di massi ciclopici dalla volta a gradoni che sbuca sulla visione di verdi vallate solitarie. E l’irreale paesaggio di Cappadocia, dove le ceneri eruttate dal vulcano Argeo assumono levigate forme coniche, modellate dal vento, dal gelo e dalle acque, che si alternano in una regione dal clima aspro.

Il morbido tufo, che è stato scavato nei secoli dalla mano dell’uomo fino a costituire vere e proprie città sotterranee articolate su oltre dieci livelli - dei cui abitanti quasi niente si sa - racchiude gioielli inaspettati: piccole chiese affrescate pertinenti alle comunità monastiche che popolarono l’area a partire dal VI secolo, cenobi sorti in gran numero, anche perché ciascuno di essi non poteva accogliere più di venti componenti.
L’antica Cesarea (oggi Kayseri), la città più vicina al vulcano, offre il profondo contrasto delle sue nere mura di basalto con il biancore lucente dei fianchi dell’Ercyes (attuale nome dell’Argeo), perennemente coperto di neve nella vetta dei suoi quasi 4.000 metri. All’ombra del vulcano nacque Basilio il grande, uno dei padri della Chiesa, fondatore di un importante monastero, divenuto cuore dell’insediamento bizantino nella regione. Incantevole Amasya, la patria di Strabone, luogo animato da energie positive così intense da pervadere anche l’aria che si respira.

Nella gola scavata da un fiume ricco di acque impetuose, su una delle pareti di roccia che sovrastano la città, i Mitridati (più di uno assunse questo nome) re del Ponto, avevano fatto scavare le proprie tombe. Qui nel XIV secolo, in un ospedale il cui edificio esiste tuttora, si curavano le malattie mentali con la musica; nei secoli successivi, i sultani ottomani facevano crescere ed educare ad Amasya il proprio primogenito, lontano dai pericoli della corte e in un luogo la cui atmosfera colma di armonia era certamente riconosciuta dai saggi dell’epoca, più di quanto siamo capaci di percepire noi con le nostre intorpidite capacità.
Gli scorci del vecchio quartiere ottomano lungo il fiume, nella luce cristallina del primo mattino, restano tra le immagini magiche di un viaggio straordinario per intensità di emozioni. Amasya, dunque, città di recondite armonie, ritrovate nella fresca luce del mattino colma del canto di miriadi di uccelli e delle rapide acque dello Yeshilirmak, il fiume verde.

Güzelyürt, sperduto nel verde - le belle facciate delle case nel chiaro tufo locale scolpito in decorazioni geometriche nascondono stanze scavate nella roccia, come nei “sassi” materani - è uno dei mille villaggi la cui vita fu travolta dall’assurdo scambio concordato nel 1924 fra il regno di Grecia e la neonata repubblica turca, in virtù del quale tutti gli abitanti dei villaggi turchi sul territorio greco dovevano trasferirsi in Turchia e viceversa, lasciando la terra dove erano nati e convivevano serenamente da generazioni. Complessivamente, oltre un milione di persone furono costrette a trasferirsi in un paese a tutti gli effetti straniero - di cui non conoscevano neppure più la lingua perché parlavano un dialetto antico, conservatosi intatto attraverso i secoli, lasciando tutti i propri beni. A ricordo di questa deportazione resta a Güzelyürt la grande chiesa greco-ortodossa di San Giorgio, dove vengono in pellegrinaggio i nipoti di coloro che furono forzatamente portati in Grecia, così come dai villaggi turchi si muovono ogni anno verso la Grecia gruppi di discendenti di coloro che lasciarono il territorio greco per essere trasferiti in Turchia.
Di questo triste capitolo che ha segnato la storia di due popoli nessuno parla, perché fu prodotto da un accordo firmato a tavolino fra Stati non belligeranti, anche se appare oggi un fosco presagio dei trasferimenti forzati di intere popolazioni che seguirono nei decenni successivi ad opera della Germania nazista e dell’Unione sovietica.
Innumerevoli i rimandi e le suggestioni a mondi solo in apparenza lontani: il loggiato antistante la moschea di Tokat, antica cittadina del Ponto, conserva nelle proporzioni maestose e nel respiro rinascimentale la traccia del grande Sinan, l’architetto del sultano: nel Cinquecento, i suoi disegni circolarono per tutto l’impero, lasciando come qui il segno inconfondibile di una personalità che portò fino nelle più lontane province orientali lo spirito sansoviniano; regnava Selim I, della dinastia di Maometto II, il sultano che Gentile Bellini fu chiamato a ritrarre: non sempre, infatti, ha prevalso il rifiuto dell’immagine umana che l’Islam ereditò dall’ebraismo, e la grande scuola della corte ottomana ci ha tramandato straordinarie miniature con scene della vita di corte, cacce e amori leggendari rappresentati con tratti di un’eleganza ineguagliata.

I sottili ed eleganti minareti in mattoni e maioliche di Sivas, che ci parlano di Tabriz o Bukhara, innestati sulle moschee costruite nella chiara pietra locale, testimoniano come i Selgiuchidi che regnarono sull’Anatolia per due secoli fino alla fine del Duecento, fossero giunti qui dalla Transoxiana, l’attuale Uzbekistan.
E ancora a Sivas, la particolare struttura dei pilastri angolari che chiudono la grande facciata di una madrassa in rovina - l’instabile grazia dei boccioli di loto trasfusa in blocchi di pietra - ci ricorda come l’arrivo dei Mongoli che spazzarono via i Selgiuchidi non abbia portato qui solo razzie e devastazione, ma anche maestranze provenienti dalla lontana India, con nel cuore e nelle abili mani il ricordo della propria elaborata tradizione costruttiva.
Un fiume di carovane attraversava incessantemente l’altopiano anatolico, portando spezie, sete, pietre preziose, tappeti: confluivano qui le vie che giungevano dall’Arabia e dal lontano Oriente, dal Mediterraneo e dal Mar Nero, si scambiavano merci, conoscenze, scienze e competenze; oggi, restano solo alcuni dei grandiosi caravanserragli che costituivano una fitta rete di punti di sosta per consentire un sicuro alloggio per la notte, collocati a una distanza massima di 35 chilometri l’uno dall’altro, quanto un dromedario riusciva a percorrere in un giorno.

La struttura è sempre la stessa: un quadrilatero in pietre squadrate privo di finestre verso l’esterno, con l’unica apertura del grande portale - sufficientemente alto da far passare i dromedari carichi di merce - dalla volta finemente scolpita “a stalattiti” (muqarnas), torri ottagonali ai quattro angoli e in qualche caso anche a metà delle pareti laterali: una nitida essenzialità che ci pone di fronte, a sorpresa, alla fonte originaria della struttura dei castelli che Federico II fece costruire in Italia. Del resto, non è forse dall’architettura mediorientale e selgiuchide che derivano le decorazioni a fasce bianche e nere caratteristiche delle chiese romaniche in Toscana?
Così come provenivano dal Turchestan gli splendidi esemplari di tappeti su cui le Madonne in trono posano lievemente i piedi nelle tavole dei pittori toscani fra Trecento e Quattrocento. Nel corso del viaggio va crescendo l’immagine fascinosa di un mondo in costante movimento, nel quale lo spirito sottostante al rapporto col territorio sembrava essere quello dell’ “anch’io sono stato qui” piuttosto che del “qui è mio”, forse grazie all’originaria natura nomade dei turchi e dei popoli che si sono avvicendati in Anatolia nel corso dei millenni.

Per noi, che abbiamo spento le luci e abbassato la saracinesca sull’impero romano mille anni prima della sua fine effettiva (l’impero romano d’Oriente continuò ad esistere fino al 1453), sembra impensabile che l’impero ottomano ne abbia raccolto il testimone e l’eredità di coesistenza e integrazione tra culture, religioni, storia e tradizioni.
Eppure, nei secoli in cui in occidente ci si scannava tra vicini, infuriavano le lotte per le investiture e nascevano i comuni, in perpetua guerra fra loro a distanza di poche miglia - con una parcellizzazione del territorio che avrebbe impiegato oltre un millennio per arrivare alla nascita degli Stati nazionali - la tradizione multiculturale che fu il grande patrimonio dell’impero romano, veniva tramandata dall’impero romano d’oriente, e infine raccolta dall’impero ottomano. Che convisse serenamente con la Chiesa greco-ortodossa, accolse gli ebrei in fuga dai pogrom dell’Europa orientale e dalle persecuzioni spagnole, e fu in guerra solo con i cristiani d’occidente, tutelando sul proprio territorio le più disparate eresie che la Chiesa di Roma perseguitava.

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Uchisar, Cappadocia

  • Statuetta della Dea Madre da Çatalhöyük (5750 a.C.)
  • Ankara, Museo delle Civiltà Anatoliche 
  • Recipienti a forma di toro da BogazköyXVI sec. a.C.) 
  • Ankara, Museo delle Civiltà Anatoliche
  • Hattusa - La porta dei leoni (XIV sec. a.C.)
  • Paesaggio in Cappadocia
  • Chiesa rupestre in Cappadocia
  • Kayseri con il vulcano Ercyes sullo sfondo
  • Amasya: le tombe dei Mitridati - Minareti a Sivas

© Foto Donata Brugioni 2009

 
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