Sua Altezza il Merletto!!!
di // pubblicato il 16 Gennaio, 2009
Lo sapevate che il merletto prende il nome da merlo, per le guarnizioni a puntine che richiamano i merli di un castello? In pratica non è altro che un tessuto trasparente lavorato con l'ago o con fustelli o con l'uncinetto, cucito, annodato, intrecciato con filati più diversi ma soprattutto col filato del lino.
Il comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione e la Sovrintendenza ai Beni Culturali, con l'organizzazione di Zétema Progetto Cultura promuovono fino al 29 marzo una mostra intitolata "In quelle trine morbide" merletti dell'Ottocento dalla Collezione Arnaldo Caprai, presso il Museo Napoleonico.
La mosta presenta una selezione di merletti della suddetta collezione, considerata una delle più importanti raccolte tessili europee private, frutto di una sapiente politica di acquisti perseguita con passione lungo un arco di cinquant'anni.
L'esposizione offre una panoramica delle diverse manifatture europee di merletti e della loro diversificata ed elegante produzione in un arco di tempo che copre tutto l'800, la ricchezza delle varietà delle tecniche esecutive e la presenza di manufatti per gli usi più diversi come bordure, colletti, cappe, mantiglie, ombrellini, cuffie, fazzoletti, rendono questa mostra unica nel suo genere. Tra i pezzi più rilevanti la preziosa mantiglia di pizzo nero donata all'ex imperatrice Eugenia moglie di Napoleone III nel 1876 in occasione di un suo viaggio in Spagna.
Il luogo di esposizione della mostra non è casuale, infatti è proprio Napoleone a rilanciare la manifattura del merletto, che in Francia vide forte declino con la caduta del ancien règime, attraverso generosi finanziamenti statali e rendendo obbligatorio l'uso di accessori trinati a corte.
Lo stesso sovrintendente ai Beni Culturali del Comune di Roma, Umberto Broccoli, ci invita a visitare la mostra e ci dice le seguenti toccanti parole: "Immaginate se i merletti in mostra potessero fa danzare di nuovo, dopo secoli le parole ascoltate: quante emozioni restituirebbero. Quante storie, quanti sorrisi, quanti discorsi, quanti dispiaceri, leniti proprio da quelle dita leggere attente ad intrecciare fili e ricordi, figure e parole, merletti e pensieri. Proprio così: lavorando si stemperavano i dispiaceri negli arabeschi. Perchè, si sa, intrecciare fili di un merletto spesso equivale a meditare, a fermare il pensiero, a creare i presupposti per riproporre, ancora una volta, la capacità delle donne di aspettare, concentrarsi, conservare momenti dell'esistente, passati tutti tra le dita di una mano. Come un filo di merletto".
Sono proprio queste parole che descrivono a pieno l'emozione che si prova entrando nella mostra che oggi in un'epoca di mutabilità, ci regala emozioni che guardano al passato ma potrebbero anche accompagnarci nel futuro.