Steve McCurry: il suo Sud-Est a Perugia
di // pubblicato il 17 Aprile, 2010
“Sono davvero felice che la mostra SUD-EST ideata da Tanja Solci, prodotta da Civita e realizzata con la collaborazione di Sudest57, la società che segue tutto il mio lavoro in Italia, giunga a Perugia come seconda tappa dopo il grande successo ottenuto a Milano. Perugia è una città di grande importanza artistica e la sua fama internazionale è quella di una città bellissima e viva, incastonata in una delle regioni più belle d’Italia. Il mio lavoro mi ha portato molto in Italia recentemente, e la prospettiva di passare qualche tempo in questa città per me nuova mi attrae moltissimo. Come viaggiatore e come fotografo, ma anche come grande appassionato di musica”. (Steve McCurry)
Fotografo per passione, per lavoro, per volontà e necessità di scoprire il nuovo. Steve McCurry, al di là dei numerosi riconoscimenti, della pubblicazione dei suoi lavori su alcune delle più conosciute riviste del mondo, della vittoria di alcuni importanti premi foto-giornalistici, è soprattutto un individuo; un uomo che attraverso l’obbiettivo fotografico è in grado, al pari di un pittore, di rappresentare un mondo, di racchiudere in pochi pixel l’intensità di un momento. Dopo il successo di pubblico della mostra di Milano, già trattata in precedenza da Roberto Mariotti, i 240 scatti del fotografo americano si spostano alla Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia fino al 5 settembre 2010. Un’esposizione itinerante così come zingara è l’anima dell’artista; il viaggio racchiuso all’interno di straordinarie immagini fotografiche trova, in questo modo, un compagno di avventura nello spostamento in un’altra bellissima città italiana.

Il suggestivo allestimento di Peter Bottazzi propone, anche nella Galleria perugina, un’apposita istallazione costituita da alberi metaforici che distendono i loro rami nella grande Sala Pondiani. La possibilità di poter aggirare le fotografie, di camminare all’interno di un’allegorica foresta, permette al visitatore di ripercorrere idealmente il medesimo viaggio intrapreso dall’autore; poco importa se sotto i piedi c’è duro cemento e non sabbia o ghiaia, se nell’aria non si respirano gli odori acri dell’india o del Tibet, perché ciò che davvero rapisce sono i volti, le rughe, i gesti delicati immortalati perennemente. La ripresa silenziosa di momenti quotidiani che diventano memorabili fa sì che ragazze afgane, monaci e bambini si animino in un fitto bosco dove tutto è sospeso. Tanja Solci, ideatrice e curatrice dell’esposizione, commenta così la particolare mise en scène: ”Sapevo che non era possibile immaginare una mostra che fosse solo antologica, descrittiva. Non volevo che lo spettatore si trovasse di fronte al mondo di McCurry senza prenderne parte; volevo che si potesse entrare nella sua arte senza paura, che la sua leggenda potesse respirare”. Le ombre e i giochi di luci, prodotti dall’installazione, mettono in risalto la saturazione dei colori e dei dettagli donando a quest’ultimi la medesima importanza conferitagli dall’artista stesso.
Chiudendo gli occhi, girovagando lentamente tra la vegetazione digitale, si potrebbe percepire all’improvviso la sensazione di essere osservati, indagati. Seguiti da un paio di occhi che scrutano l’estraneo mantenendo intatta la consapevolezza della diversità frammista alla familiarità; migliaia di chilometri spaziali tra loro e noi, termini assolutamente insensati se associati alle fotografie di McCurry.
Ripercorrendo quelle che potremmo definire pagine di un diario visuale, sarà quindi piuttosto facile prendere parte all’evocazione dell’ampio mosaico di esperienze umane, incontri casuali con sagome ed ombre, acqua e luce, che il fotografo pone in essere attraverso ogni singolo scatto. Prendendosi il tempo necessario per dialogare con i soggetti ritratti, per cogliere l’unicità di ogni immagine insieme al racconto di ogni sezione, si continua il viaggio silenzioso tra colori, essenze, gioie e dolori, entrando a far parte di un mondo che, attraverso le forme, sembra gridare a tutti la propria arcaica bellezza. Il Sud e l’Est del mondo, l’anima di un grande artista.