Spazio e contenuto - La Sala Turbine della Tate Modern
di // pubblicato il 09 Novembre, 2011
La prima volta che misi piede a Londra, undici anni fa, ricordo di esser stato colpito dall'aria di novità che respirai, e che non mi ha abbandonato. Era la città più grande che avessi mai visitato e, all'epoca, si era appena tirata a lustro per l'anno duemila. Nuove strutture colossali, come il Millennium Dome (oggi O2 Arena) e la ruota panoramica London Eye, avevano aperto i battenti; la riqualificazione delle Docklands proseguiva con le estensioni della (romanticissima!) linea DLR; dall'altra parte del Millennium Bridge, la collezione della Tate Modern aveva trovato una nuova casa.

Entrando nel museo, mi trovai davanti uno spazio vasto e profondo, dominato da tre torri e da un enorme ragno. Passeggiai fra le zampe di quest'ultimo, salii in cima ad una delle strutture e mi guardai intorno: mi sembrava di esser stato trasportato in un'altra dimensione, in un posto impossibile come quelli che visitavo – con la mia mente di bambino – nelle sconvolgenti stampe di Escher, che andavo a cercare nei ricordi confusi di ogni visita alla Galleria d'Arte Moderna di Bologna. Se avevo sempre intuito la possibilità che l'arte alterasse le nostre percezioni dello spazio, la verificai originariamente quel pomeriggio nell'ingresso della Tate Modern, tra Maman (1999) e I do, I undo and I redo (1999-2000) di Louise Bourgeois.

Lunga 155 metri, ed alta altri 35, la Sala Turbine è lo spazio espositivo ricavato precisamente dalla sala turbine di quella che era la centrale elettrica di Bankside. Essa costituisce la sezione centrale nello schematico edificio progettato dall'architetto Gilbert Giles Scott, già autore di un altro esemplare di archeologia industriale: la centrale a carbone di Battersea, le cui ciminiere “ioniche” sono state immortalate nella copertina di Animals dei Pink Floyd (1977). Entrambe le centrali sono state dismesse all'inizio degli anni '80; ma, mentre sul destino di Battersea ancora si dibatte (tutelata come edificio di interesse storico, ma dai vertiginosi costi di restauro), Bankside è stata affidata alla compagnia di architetti Herzog & de Meuron che – tra il 1995 ed il 2000 – ne ha curato il recupero, preparando così i locali per la galleria d'arte moderna e contemporanea più visitata al mondo.

Fin dalla sua inaugurazione, avvenuta proprio con le suddette opere della Bourgeois, la Sala Turbine si è presentata come un originale spazio per le installazioni più audaci, nell'ambito della Unilever Series: una commissione annuale, finanziata dalla multinazionale, esposta generalmente da Ottobre ad Aprile e concepita appositamente per lo spazioso salone. Programmata inizialmente fino al 2005, il grande successo di questa iniziativa l'ha portata – per ora – fino al 2012, anche se niente esclude che possa diventare un appuntamento annuale; informalmente, lo è già. La stanza, con le sue dimensioni, diventa al contempo un banco di prova e un parco giochi per la creatività degli artisti, che la hanno a volte sfruttata, occupata, sfidata, perfino ferita, mediante opere che non hanno mai mancato di aprire un dialogo con il singolarissimo spazio circostante (e che sono difficilmente descrivibili senza usare superlativi riferiti alle dimensioni). Anish Kapoor ha invaso orizzontalmente la Sala con la scultura Marsyas (2002), costituita da tre anelli giganteschi uniti da tessuto color carne. Nel 2006, Carsten Höller ha installato dei lunghi scivoli per il diletto dei visitatori, e per sperimentare gli stati di coscienza indotti dallo scivolare. L'anno seguente, con l'audace Shibboleth (2007), Doris Salcedo ha rappresentato le divisioni razziali come contraltare e “frattura nella modernità” in una profonda crepa lungo il pavimento della sala, della quale rimane ancora il segno. Ai Weiwei, con Sunflower seeds (2010), ha cosparso la stanza con milioni semi di girasole fatti di porcellana e dipinti a mano; in risposta al suo arresto da parte delle autorità cinesi nell'Aprile 2011, la scritta “RELEASE AI WEIWEI” è apparsa sulla facciata nord della Tate Modern.

La giovane inglese Tacita Dean (classe 1965) è la protagonista dell'undicesima esposizione Unilever. Il suo FILM (2011) omaggia, con una proiezione su un telo verticale in fondo alla sala, la pellicola da 35mm. Fra riprese surreali della facciata retrostante, avvolta dalle nubi, sono intercalate sequenze di onde, e altri lenti processi della natura, che appaiano metaforicamente lo scorrere del nastro a quello del tempo. Ancora più interessanti, manipolazioni esplicite – come pezzi di vetro o fori sulle immagini – e la presenza costante dei bordi del nastro, rivelano il medium prima del contenuto. L'artista fa così col video (molto tempo dopo il Rinascimento, la nostra “finestra sul mondo”) quello che Foucault sostiene Manet abbia fatto con la pittura: svelando il supporto, crea una “pellicola-oggetto”. C'è da sperare che la Sala Turbine della Tate Modern, con le sue dimensioni stimolanti ed il suo ampio respiro, rimanga a lungo – a sua volta – una preziosa finestra sull'arte contemporanea, spazio continuamente reinventato in medium, materia e contenuto.
