S.O.S.: Hangar “vulnerabile”… ai richiami dell’arte
di // pubblicato il 14 Dicembre, 2010
Un progetto in divenire e fortemente innovativo. Sia nel suo farsi – gli artisti prescelti hanno partecipato da settembre 2009 a vari incontri condividendo, trasformando e concordando con gli altri il proprio lavoro, ovvero opere site specific pensate appositamente per uno spazio – sia nella modalità di esposizione – e cioè quattro mostre che coprono un periodo di otto mesi, in quattro fasi come quelle lunari. “Terre Vulnerabili”, ospitata fino a maggio 2011 all’Hangar Bicocca di Milano, vede il susseguirsi dei lavori, diversissimi per dimensioni, materiali e per l’impatto emozionale che suscitano, di trenta artisti internazionali che declinano in modo del tutto personale il tema della vulnerabilità.

Tredici le celebri firme del primo quarto, quello in corso, che resteranno, con modifiche alla propria opera, anche nel secondo quarto, accanto a nuovi artisti e a nuovi lavori, e così via sino all’ultimo quarto. L’idea di un terreno fertile che “germoglia”, cresce nel tempo, e cambia la visione di quanto esposto precedentemente, è il fil rouge che collega le diverse fasi. Dalla fotografia bio-chimica di Ackroyd & Harvey alla radura boschiva di Stefano Arienti, dai lavori del collettivo Gelitin, con 14 Mona Lisa in plastilina, alla nota ricerca di Yona Friedman, presente con una video animazione rivelatrice, tutte le opere fanno parte di un progetto in evoluzione, germinativo e organico, che permette al pubblico di prendersene cura e agli artisti di crescerlo e nutrirlo.

La vulnerabilità si esprime, oltre che nei lavori, in questa modalità curatoriale basata sulla forza della collaborazione, sul saper costruire una coralità senza dimenticare l’importanza del singolo. Ma è anche – come ricorda la curatrice Chiara Bertola – “la capacità empatica che permette a noi umani di riconoscere ed accettare la propria responsabilità etica verso l’altro, la comunità e l’ambiente, intesa come una dimensione che si avvicina al vasto concetto di terra e di luogo di appartenenza”. Infine è vulnerabilità e mobilità dei corpi che spostandosi e mescolandosi tra loro – con l’abbattimento delle frontiere e la combinazione di lingue che ne conseguono – riescono a piegare lo spazio circostante e a trasformare quell’enorme non luogo in un luogo di incontro e di dialogo.

“In un mondo che non ha paura di riconoscersi indifeso, scoperto, attaccabile, esposto e debole, – conclude Bertola – proprio la debolezza e la vulnerabilità diventano una forza”.