Sorelle Mai
di // pubblicato il 25 Marzo, 2011
Sorelle Mai di Marco Bellocchio ha la capacità di mettere in discussione consolidati parametri di valutazione con cui misuro il cinema e di riflesso il mondo. E’ un film nato per caso dall’unione di sei diversi segmenti realizzati come saggio finale del Laboratorio Fare Cinema di cui il regista è direttore. Quando le sequenze sono state realizzate non era prevista distribuzione, questo ha permesso al regista di rompere gli schemi con una totale libertà creativa e incredibilmente l’assenza di una sceneggiatura non ha impedito al fluire della storia di avere comunque una sua continuità.
La narrazione è in gran parte autobiografica, confermata dalla presenza dei familiari dell’autore, dai figli Pier Giorgio ed Elena alle sorelle Letizia e Maria Luisa, in un cast che comprende anche la sempre brava Angela Finocchiaro.
In una società in cui è persistente l’elogio alla mediocrità e contemporaneamente, anche se può apparire una contraddizione, si incentiva l’individuo a coltivare il proprio egocentrismo, Bellocchio non teme di mostrare la sua appartenenza al mondo intellettuale, parola che presso la massa si tinge oggi di connotazioni negative, scegliendo di non abbassare il livello del suo linguaggio espressivo.
In un epoca in cui anche la cultura spesso è massificata per diventare prodotto di consumo, mi vengono in mente certe semplificazioni che hanno fatto diventare La Divina Commedia dantesca articolo di gran moda, aver la caparbia integrità di non inseguire il pubblico per facili scorciatoie diventa intento encomiabile.

Sorelle Mai racconta lo scorrere del tempo e i piccoli mutamenti quotidiani in un nucleo familiare composto dai fratelli Giorgio e Sara, dalla piccola figlia di lei Elena e dalle due vecchie zie. Mai è il cognome inventato dei protagonisti ma il titolo, così ambiguo, allude anche alla trappola che la famiglia ha rappresentato per le due anziane sorelle impedendo loro di conquistare una propria autonomia e una vita coniugale indipendente dal nucleo d’origine.
L’assenza di una storia vera e propria non consente un approccio tradizionale alla visione del film, lo spettatore è chiamato continuamente a essere parte attiva andando personalmente a colmare tutti quei buchi narrativi che intercorrono tra un episodio e l’altro. Girati tra il 1999 e il 2007 i segmenti testimoniano la crescita reale della piccola Elena Bellocchio, figlia del regista, dall’infanzia all’adolescenza e alla fine è proprio l’evidenza dello scorrere del tempo, a tratti venata di nostalgia, che dà senso all’intera l’operazione.

L’inserimento di piccolissimi frammenti da I pugni in tasca, film d’esordio che Marco Bellocchio ha girato trent’anni fa negli stessi luoghi, a Bobbio in provincia di Piacenza dove il regista è nato, crea un parallelo anche col percorso personale dell’autore, la catartica risoluzione dei conflitti tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati.
In questo senso Bellocchio mette a confronto il suo aver lasciato il paese rompendo, anche con rabbia, i legami che lo vincolavano alle origini e l’esperienza delle sue sorelle maggiori che tirate indietro dalla forza delle radici sono rimaste prigioniere nelle “confortevoli rinunce” della casa natia.
La scena in cui il Vecchio Frac della canzone di Domenico Modugno s’immerge nelle acque antiche del fiume che bagna il paese diventa metafora di un mondo passato, ma anche di un livore nutrito per esso, destinati a scomparire come “l’addio al mondo” che dai titoli di coda sottolinea il valore della simbolica immersione.

Le immagini sgranate di una produzione a basso costo mostrano spesso i personaggi ritagliati nel buio, come fantasmi evocati per raccontarsi e pronti a ritornare nell’ombra. Una certa tensione mista all’umorismo di senili fissazioni si intrecciano nella sequenza dal notaio, ma il vero centro narrativo del film è il consiglio di classe per decidere le promozioni scolastiche di fine anno.
Alba Rohrwacher è un’insegnate che ha il destabilizzante coraggio d’imparare una lezione dall’alunno che altri colleghi, tenaci anticorpi del sistema che vuole tutti omologati e obbedienti, vogliono a tutti i costi bocciare, perché spesso l’anarchia di un’intelligenza creativa è qualcosa che spaventa il fido burocrate.

Studiare è un’occupazione che richiede una fatica non contrattabile sul mercato, il film di Bellocchio lo sottolinea e invita a investire in intelligenza e cultura, uno dei pochi valori che non teme svalutazione, checché ne pensi chi tenta di demolire la scuola pubblica svuotandola di risorse dal di dentro.
Infine una nota di merito va anche a Vieri Razzini, ex curatore di indimenticabili retrospettive cinematografiche in tv, che ha lasciato la RAI quando è diventato evidente il relegare la cultura in spazi sempre più ridotti e a orari notturni improponibili, che con la sua Teodora Film ha distribuito in sala questa pellicola non certo facile.