Siam venuti a cantar maggio

di Francesca Vinci // pubblicato il 07 Marzo, 2010

Non mi ricordo l’ultima volta che ho lasciato la finestra aperta, fa troppo freddo. 
I rumori sono diversi la sera d’inverno, manca il vicino che ha finito di mangiare e rimette a posto le stoviglie, quello che ascolta la radio o guarda la televisione, quello che parla. Mancano persino le macchine, quelle che passano ogni tanto. E mancano i gatti e i cani quelli che abbaiano e quelli che sbadigliano. Manca maggio.
Quando l’estate è in arrivo in Toscana lo annunciamo in versi, a esser precisi con otto endecasillabi combinati in sei rime alternate e due baciate. 
Questa non è la terra dei poeti a caso, qui si nasce testardi e bastian contrari. Da noi la contestazione si alza presto la mattina per andare a bere un caffè amaro e maledetto. Qui si campa a pane e inquietudini.
Ce ne facciamo un vanto, il genio toscano può esprimersi tutto in otto rime, sintesi perfetta di formidabile memoria, capacità di analisi e perfidia.
Le rime del Pulci, del Tasso, dell’Ariosto e del Boccaccio le troviamo sui libri, quelle di Beatrice Bugelli, poetessa pastora di Pian degli Ontani dell’800, se le ricorda il popolo dell’Appennino Pistoiese. E pensare che non sapeva leggere né lei che cantava né chi l’ascoltava.
La poesia a braccio nasce dall’esigenza di parlare, di creare un diversivo e riempire il lungo tempo delle transumanze. Vive sul momento e di questo fa la sua forza, per questo è di difficile documentazione e del resto incisioni e registrazioni si hanno solo a partire dagli anni ’60 del secolo scorso.
Quest’arte antica e sorprendente non abbisogna di insegnamenti o dottrina, solo di ingegno e istintiva eloquenza. L’abilità del cantore si manifesta apertamente nelle sfide a contrasto: l’argomento detto passo viene suggerito dal pubblico presente, trascritto su bigliettini che i poeti scelgono a caso. 
Padrone e contadino, spada e penna, suocera e nuora, acqua e vino sono i temi più tradizionali del duello, cui si aggiungono quelli più attuali come la zappa e il computer, il cacciatore e l’ambientalista, il nuovo e il vecchio secolo. 
La difficoltà sta tutta nelle rigide regole dell’improvvisazione che obbliga i cantori a comporre il contenuto sul momento, seguendo la costruzione metrica dell’ottava rima (ABABABCC) e riprendendo sempre dal verso di “chiusa” dell’ottava precedente.
 Il canto improvvisato mantiene una tensione comunicativa grazie alla creatività e alle capacità espressive degli interpreti.
L’uso celebrativo in feste e occasioni cerimoniali non esaurisce il fenomeno che di fatto rinvigorisce dove c’è contestazione e rivendicazione. Non è un caso che negli anni ’30 del secolo scorso il contrasto dei cantori fosse stato censurato e proibito in pubblico, al fine di evitare propagande sovversive. Così i cantori si radunavano in piccole bettole a ragionar di poesia al chiuso, per conservare la via della denuncia e della sfida. 
In alcuni casi la produzione estemporanea è divenuta patrimonio tradizionale, imparata e tramandata oralmente, come è accaduto al bruscello della "Pia de’ Tolomei", poema in 64 ottave di Giuseppe Moroni detto il Niccheri, improvvisatore illetterato reso famoso dal tragico dramma popolare e dai contrasti intrattenuti con più di quaranta poeti cantori.
 Vari i personaggi dello spettacolo che sono rimasti affascinati dall’ottava rima, fra questi Francesco Guccini, Roberto Benigni e Davide Riondino che per preservare e promuovere questa forma di poesia popolare tipica, ha istituito l’Accademia della Letteratura Orale con il patrocinio e il sostegno della Regione Toscana e del Monte dei Paschi di Siena.

 

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