Shutter Island, film di genere ma d’autore

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 10 Marzo, 2010

Shutter Island è l’ultimo film di Martin Scorsese tratto dall’omonimo libro di Dennis Lehane, autore anche dei romanzi da cui sono stati tratti Mystic river di Clint Eastwood e Gone baby gone di Ben Affleck.

La storia ambientata nel 1954 è quella dell’agente FBI Teddy Daniels, interpretato da Leonardo Di Caprio al suo quarto film diretto dal regista newyorkese, che insieme al collega Chuck Aule, Mark Ruffalo, si reca a Shutter, un isolato manicomio criminale su un’isola sferzata da continue tempeste nell’oceano al largo di Boston, per indagare sulla misteriosa scomparsa di una paziente.

Sull’edizione americana di Variety è stato scritto che Shutter Island occupa nella filmografia di Martin Scorsese lo stesso posto che Shining occupa in quella di Stanley Kubrick ed io trovo questa affermazione molto azzeccata perché entrambi i film sono pieni di fantasmi, esterni e paranormali nel capolavoro di Kubrick, più interiori e psicologici nel nuovo film di Scorsese. Il film ti afferra allo stomaco fin dalle prime scene e non ti molla più per oltre due ore di tensione fino all’imprevista soluzione finale.

Shutter Island è un thriller di forte impatto visivo ed emotivo, ci sono sequenze affascinanti come il primo sogno in cui il protagonista rivede la moglie defunta nell’appartamento dove piove cenere dall’alto o i ricordi del campo di concentramento di Dachau, alternate ad altre di forte tensione come la visita al cimitero durante la tempesta o l’ingresso nel segretissimo padiglione C, quello dove sono rinchiusi gli individui più violenti e pericolosi.

Ho letto alcune critiche negative che fondamentalmente bocciano il film paragonandolo ai titoli del passato che hanno reso celebre Martin Scorsese. Certamente Taxi driver, Toro scatenato o L’età dell’innocenza sono titoli con i quali Shutter Island non può pensare di competere nemmeno per un attimo, ma è sufficiente questo a dire che un film, ancor più se dichiaratamente film di genere senza troppe velleità autoriali, è un brutto film? Chi ha deciso indiscutibilmente a priori che un film di genere è da considerarsi automaticamente inferiore o di minor pregio del così detto film d’autore? 

In un suo recente editoriale il critico Paolo Mereghetti, autore del più famoso dizionario del cinema dell’editoria italiana che comunemente viene chiamato “il Mereghetti”, s’interrogava su quali possono essere i criteri di giudizio per valutare un film, se tutto si basa fondamentalmente su gusti e opinioni personali è possibile stilare un protocollo di elementi oggettivi da usare come strumenti con cui legittimamente stabilire il valore di un film?

Porre dei parametri ideologici può essere dannoso, esistono condizionamenti anche sottili a cui tutti più o meno siamo soggetti ma che non per questo è giusto istituzionalizzare. Ad esempio, da sempre c’è la tendenza a considerare il drammatico genere più nobile e superiore alla commedia, ma la grandezza di Billy Wilder dove possiamo metterla accettando questo assioma generale? E ancora, c’è la diffusa convinzione che i film comici abbiano ancor meno pregio rispetto alla commedia che può avere anche risvolti amari, ma se prendiamo per buona anche questa affermazione a priori, come può essere valutato un gioiellino di perfezione comica come il Frankenstein Junior di Mel Brooks? 

La risposta è complessa e di nuovo risulta opinabile quanto soggettiva, ma nel caso presente del nuovo thriller di Martin Scorsese che indubbiamente vola molto più alto di tanti film di genere in circolazione, che ha la capacità di portarti davvero su L’isola della paura, titolo con cui il romanzo è stato pubblicato in Italia, tenendoti inchiodato alla sedia per oltre due ore senza mai un calo di ritmo o la possibilità anche vaga che tu possa intuire l’epilogo della vicenda, ha senso paragonarlo a qualcosa di completamente diverso e bocciarlo per questa sua diversità? Se non ha senso paragonare una commedia come La pantera rosa di Blake Edwards a un dramma come Antichrist di Lars von Trier, perché solo il fatto che due film appartengono allo stesso regista deve rendere legittima l’assurdità del confronto?

Taxi driver ha raccontato il disagio esistenziale e l’intima solitudine come mai nessun altro film aveva fatto prima, Shutter Island forse non rappresenta alcuna innovazione narrativa ed è pieno di situazioni già vissute cinematograficamente in altri titoli, da Il corridoio della paura di Samuel Fuller a L’uovo del serpente di Ingmar Bergman, ma pur nei ristretti confini del genere thriller rappresenta un bel viaggio adrenalinico nella psiche umana. Insomma, non è il capolavoro di Martin Scorsese ma il divertimento è assicurato e alla fine resta la voglia di vederlo ancora. Non è sufficiente?

 

Dettagli

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Shutter Island
  • Regia: Martin Scorsese
  • Con: Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams,Emily Mortimer, Patricia Clarkson, Max von Sidow, Jackie Earl Haley, Ted Levine, John Carrol Lynch, Elias Koteas, Robin Bartlett, Christopher Denham, Nellie Sciutto, Joe Sikora, Curtiss I‟ Cook, Ray Anthony Thomas, Joseph Mckenna, Ruby Jerins, Tom Kemp, Bates Wilder
  • Soggetto: Dennis Lehane dal suo romanzo L’isola della paura
  • Sceneggiatura: Laeta Kalogridis
  • Fotografia: Robert Richardson ASC
  • Supervisore alle musiche: Robbie Robertson
  • Montaggio: Thelma Schoonmaker ACE
  • Scenografia: Dante Ferretti
  • Arredamento: Francesca Lo Schiavo
  • Costumi: Sandy Powell
  • Produzione: Mike Medavoy, Arnold W. Messer, Bradley J. Fischer, Martin Scorsese e Gianni Nunnari per Phoenix Pictures in associazione con Sikella Productions e Appian Way
  • Genere: Thriller
  • Origine: USA, 2010
  • Durata: 138’ minuti

 


DIDASCALIE IMMAGINI

- Leonardo Di Caprio e Mark Ruffalo sono
  gli agenti FBI impegnati nell’indagine
  sulla paziente scomparsa
- Leonardo Di Caprio è Teddy Daniels,
  agente FBI con profonde cicatrici interiori
- Martin Scorsese sul set con Ben Kingsley,
  Leonardo Di Caprio e Mark Ruffalo