Segreti di famiglia
di - pubblicato il 11 Dicembre, 2009 in Emozioni visive
Il giovane Benjamin Tetrocini, per gli amici Bennie, fuggito dall’accademia militare dove era stato spedito dal padre, dopo essersi fatto assumere su una nave da crociera giunge a Buenos Aires per andare in cerca del fratello maggiore Angelo che il giovane non ha più visto dall’età di sette anni e che per dare un taglio netto col passato si fa chiamare Tetro, abbreviazione del suo cognome che è anche il titolo originale del film.
Mancano tre giorni al 18° compleanno di Bennie e il ragazzo si è messo in testa, stabilendosi nell’appartamento che il fratello divide con la compagna Miranda nel quartiere storico della Boca, di scoprire il groviglio di segreti, misteri e rivalità che hanno portato Tetro a fuggire lontano per poter fare lo scrittore e a voler recidere ogni legame con la famiglia su cui domina ingombrante e incontrastata la figura del padre Carlo Tetrocini, famoso direttore d’orchestra.
Girato in un bellissimo bianco e nero per la parte che si svolge nel presente e con le scene che rappresentano il passato a colori, Segreti di famiglia è il secondo titolo nella nuova carriera di Francis Ford Coppola iniziata quando, dopo aver smesso di accettare regie su commissione per pagare i debiti finalmente estinti, ha diretto Un’altra giovinezza tratto da un romanzo di Mircea Eliade nel 2007 e rappresenta la prima sceneggiatura originale scritta dal regista stesso dopo oltre trent’anni, dai tempi di Un sogno lungo un giorno.
Lontano da Hollywood il cinema di Coppola è risorto a nuova vita con una strabiliante libertà creativa, apprezzabile sia nelle linguaggio visivo che nelle tematiche affrontate. Sono presenti nel film piccoli indizi rivelatori sulla natura autobiografica dei sentimenti narrati, quando Tetro afferma d’aver smesso di scrivere il giovane Bennie risponde che non è possibile, lo scrivere non è qualcosa che puoi abbandonare in un angolo, ti segue sempre ovunque vai e Coppola prima ancora di aver successo come regista era sceneggiatore e al creare delle storie voleva dedicarsi interamente.

Il personaggio interpretato da Carmen Maura rappresenta certamente un certo mondo del cinema americano a cui il regista si rivolge concedendosi il lusso, attraverso le parole del protagonista, di fargli sapere che non ha più alcuna influenza su di lui e sulla sua opera, che la sua opinione per quanto autorevole nell’ambiente a lui non interessa più.
Bellissima l’atmosfera struggente che pervade Segreti di famiglia grazie all’aria di Buenos Aires terra di migranti ammalati di nostalgia e alla bellissima musica originale dell’argentino Osvaldo Golijov, già autore per Coppola della partitura originale per il precedente Un’altra giovinezza.
Segreti di famiglia ti coinvolge immediatamente fin dalle prime sequenze dove il personaggio di Tetro è presente senza essere in scena, si tratta di una storia complessa che racconta un periodo di formazione del protagonista Bennie alla scoperta di sé stesso e degli eventi drammatici che coinvolgendo la sua famiglia sono di fatto diventati parte del suo dna. Questo bisogno di scoprire o riscoprire le proprie radici accomuna tutti gli esseri umani, anche coloro che hanno subito gravi torti riportando profonde ferite emotive che spesso non sono rimarginabili, che non hanno avuto rapporti felici con i propri genitori interrompendo drammaticamente ogni contatto con loro sono comunque a ricercarne l’affetto e l’approvazione oltre ogni spiegazione razionale, per questo il nuovo film di Francis Ford Coppola è così coinvolgente e toccante, parla alla parte più intima di noi stessi.
La vicenda narrata in Segreti di famiglia ti pone davanti all’essere padre e all’essere figlio, all’appartenenza primordiale e carnale alla famiglia come tribù, a quell'atavico desiderio di propagazione della specie come anelito d’immortalità. Proprio perché il nucleo familiare assomiglia a un guscio che protegge, piccola cellula costitutiva della società, ma che è necessario infrangere per uscirne ed aprirsi a far parte del mondo, questa può risultare oppressiva per lo sviluppo personale dell'individuo.
La conquista di un’indipendenza può essere la battaglia di una vita intera perché recidere i lacci psicologici che legano i figli ai genitori è molto difficile, si devono ignorare gli assurdi sensi di colpa che si generano, è richiesta una spietata determinazione comunque e ancor di più quando ci si trova davanti genitori affettivamente ricattatori che hanno difficoltà a lasciare che i figli si costruiscano autonomamente la loro strada, magari per paura della loro sofferenza che alimenta un eccessivo slancio protettivo. Il dolore rappresenta sempre un’occasione di crescita e considerandolo così forse è possibile averne meno paura evitando di privare un figlio di questa opportunità.
La famiglia come “sacrario dell’individuo” per citare la frase della famosa scena di Ultimo tango a Parigi che costò l’interdizione dei diritti civili a Bernardo Bertolucci, nucleo insostituibile in cui nascere ma anche mito di cui si deve operare la distruzione morale per poter trovare la propria indipendenza psicologica necessaria alla crescita individuale.
Lo scontro col mito del padre è il tema centrale del film, smettere i panni del figlio porterà il giovane a essere individuo, archiviandone il ruolo subalterno rispetto alla supremazia del genitore, ed è comune anche all’ultimo film di Sergio Rubini attualmente in programmazione nei cinema, L’uomo nero. Sia che si tratti di una figura conflittuale come nel film di Rubini sia che si tratti di una figura mitizzata in un alone di perfezione come in quello di Coppola, è necessario distruggere il padre per prenderne le distanze e solo dopo sostituendo all’icona la persona umana con tutti i suoi limiti è possibile recuperare un rapporto che nella crescita è spesso messo a dura prova da incomprensioni generazionali e di temperamento. Il protagonista del film di Sergio Rubini opera una riscoperta della figura paterna dopo aver passato tutta la vita a ritenere il genitore un debole e uno sconfitto, il figlio scoprirà un dettaglio segreto che lo porterà a rivalutarne il valore umano e a comprenderne le aspirazioni mortificate dalla meschineria del piccolo paese immobile e privo di ogni possibile riscatto culturale.
Alla presentazione in anteprima mondiale all’ultimo Festival di Cannes Coppola ha detto di Segreti di famiglia che i fatti narrati non sono mai avvenuti, ma è tutto vero! Questa apparente contraddizione è perfetta per esprimere l’essenza della storia e presenta analogie con la famosa citazione di Salustio in merito al valore del mito nella cultura greca e conseguentemente nella nostra che da essa proviene: “Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre!” Questo ci riporta alle figure mitiche e immortali della tragedia che sono alla base del racconto umano fin dagli albori della conoscenza.

Francis Ford Coppola a proposito del film ha inoltre dichiarato: “Anche se la storia non è esplicitamente autobiografica, ognuno dei personaggi incarna una parte di me. Ho scritto una storia di fantasia che però attinge dai ricordi della mia famiglia, ma anche dai film e dalle commedie che ammiravo quando ero uno studente di teatro e un aspirante commediografo. Come nella tradizione drammaturgica di La dolce ala della giovinezza e La gatta sul tetto che scotta di Tennessee Williams, la figura paterna presente nel film è, in un certo senso, quella di un padre “biblico”, crudele e autoritario, uno che alla fine dovrà essere distrutto perché i figli possano sopravvivere. Sin dalle origini, e persino nel regno animale, siamo tutti stati in concorrenza con gli uomini più potenti della famiglia.”
E ancora a proposito dell’aspetto visivo del film: “Dal primo momento in cui ho concepito il racconto, me lo sono immaginato in bianco e nero. Via via che la storia prendeva forma, ho deciso di girare a colori le scene ambientate nel passato. Ho fatto questa scelta perché ormai il bianco e nero si vede raramente al cinema, mentre io trovo che ci sia qualcosa di unico nelle immagini in bianco e nero, certamente la luce. Ricordo i film di Akira Kurosawa nel bianco e nero del Cinemascope, e poi i film di Elia Kazan e Robert Bresson. Nella mia mente ho sempre associato il bianco e nero a un certo tipo di dramma poetico.”