Schaubühne: Tolstoj e la persistenza del male

di Cristiano Fioravanti // pubblicato il 29 Giugno, 2011

Il cartellone dello Schaubühne di Berlino, che ha un Repertoiresystem, comprende messe in scena di testi conosciutissimi dal pubblico, trattati in modo “piacevolmente” irriverente. Ho visto inscenare classici come Brecht in una maniera che in Italia si griderebbe immediatamente al vilipendio. È stato così anche per lo spettacolo a cui ho assistito qualche sera fa: Die Macht der Finsternis, (“Il potere delle tenebre”), per la regia di Michael Thalheimer. Che Tolstoj abbia scritto dei pezzi per il teatro è noto forse a pochi addetti ai lavori; che ne abbia scritto uno interessante e intenso come Il potere delle tenebre penso sia degno di nota e valga ben una visita alla più vicina biblioteca.

L’intreccio narrativo è piuttosto semplice. Uno dei protagonista del dramma, Pjotr, giace nel letto ad un passo dalla morte che i personaggi intorno a lui cercano in ogni modo di accelerare.
Chi tesse i fili di questa trama è Nikita il garzone che cerca di trarre i maggiori vantaggi da questa situazione luttuosa. Ha una storia d’amore sia con la moglie di Pjotr, Anissja, che con la figlia del medesimo, Akulina, che puntualmente, rimane incinta. Fondamentale sarà l’aiuto della madre di lui, Matrjona. Quando il fattore muore, Nikita vuole sposare la vedova ereditiera ma sua madre pretende che il figlio uccida il neonato avuto da Akulina per poter procedere al matrimonio. Solamente due personaggi – tra i tantissimi che il dramma prevede - non sono “anime nere”: Akim, il padre di Nikita, e Mitritsch, il garzone anziano. Quest’ultimo in particolare riesce a vedere e rendere esplicite le cause di questo abbrutimento, sia della situazione contingente che dell’umanità in generale: ma nessuno pare voglia ascoltarlo. Nemmeno la censura russa dell’epoca che proibì il testo fino a quando Stanislaskij decise di inscenarlo, avviandone il successo.

Prendendo posto in sala si viene subito a contatto con la scenografia che, a vista, consiste in un’enorme parete nera nella quale sono stati ricavati tre spazi: la porzione centrale che rappresenta una stanza parcamente arredata da un letto sovrastato da un ben distinguibile crocifisso; da questa nicchia-stanza partono, lateralmente, due lunghi corridoi che finiscono direttamente dietro le quinte e da dove entrano ed escono i personaggi del dramma. La composizione scenografica ci rimanda , palesemente, ad una stanza di un manicomio. Un enorme faro sistemato in platea davanti al pubblico, illumina direttamente la stanza centrale che è posta, insieme ai suoi prolungamenti-corridoi, a molti metri d’altezza, non a misura di sguardo del pubblico: una visione non “alla pari”. Gli attori sono sempre costretti ad agire attraverso questi tunnel, per raggiungere la “stanza-manicomio”, in una posizione a novanta gradi o in ginocchio, avendo un’altezza, larghezza e profondità ridotte al minimo: si può stare in piedi solamente nella stanza centrale. I corridoi sono illuminati da due fari che, da dietro le quinte, puntano direttamente nella porzione centrale della scena, creando interessanti giochi d’ombre che ci mettono nella condizione di non scordarci mai di cosa si sta parlando: il potere che le tenebre e le sue inquietanti ombre, deformate, esercitano sull’umanità.
L’espediente della posizione “scomoda” in cui gli attori sono costretti a recitare, ci obbliga ad una partecipazione fisico-emotiva molto più efficace e forte di una visione comune, anche noi dalla platea percepiamo la fatica degli attori, noi stessi siamo costretti, per tutto lo spettacolo, a mento in su. La messa in scena alquanto equilibrata, presenta trovate registiche molto interessanti e fortemente espressive veicolando così messaggi scioccanti su cui riflettere.
A volte però la follia è stata fatta sconfinare nella pazzia stereotipata, quella da camicia di forza e fatta di urla. La follia paradossalmente, quella che porta al male ed alla sua continua reiterazione, è molto spesso silenziosa e corrosiva.

La forza dell’incontro dei quattro grandi protagonisti di questa rappresentazione – Luci, Scenografie, Recitazione e Regia - consegna all’intero lavoro un’intensità comunicativa che lascia la netta sensazione di trovarsi davanti ad un’interessante ed elaborata interpretazione del testo tolstoiano, rinviandoci, per alcuni versi, alle atmosfere espressioniste della cultura tedesca d’inizio secolo.
Oggi, a ben pensarci, non siamo troppo lontani da quelle stesse situazioni di disagio. Il lavoro registico inoltre ci rimanda continuamente ad una chiara situazione claustrofobica (dalle scenografie alle posizioni innaturali che assumono i protagonisti del dramma). Ecco però che gli attori, per gli inchini finali, escono e rientrano non più dai corridoi laterali, bensì dalla parete di fondo che teatralmente e solo in questa occasione si apre, lasciandoci comunque l’impressione che i protagonisti tolstoiani rimangano ancora invischiati nella claustrofobia del male che li ha corrotti e che resisterà fino a che la follia (generata da questa reiterazione) non sarà trattata con cautela, rispetto, mente e cuore aperti per poter così fermare e superare la spirale delittuosa che tutto ciò può portare con sé.

Sarebbe stato ancora più audace, da parte del registra, far entrare il pubblico in sala facendolo passare prima da questi tunnel laterali, farlo transitare da quello che a breve diventerà "l’inferno” (la stanza-manicomio), per poi farlo sedere in platea e mostrargli come tutti, anche chi si crede assolto, sia comunque coinvolto in questa dinamica umana che può diventare perversa fino alle estreme conseguenze. Solo mettendosi in discussione continuamente potremo superare il rischio di ammalarci di una follia che porta alla reiterazione criminale.
Forse col suo testo Tolstoj vuole metterci in guardia proprio da tutto questo, raccontandoci in modo profondo e drammatico ciò che dalla smania di possesso può generare, anzi, degenerare. Ma allora a Il potere delle tenebre si può perfettamente abbinare ciò che Calvino disse a proposito dei classici, una definizione efficace e romantica: “Un classico è un libro che non ha mai smesso di dire quel che ha da dire”.

 

Dettagli

DETTAGLI

  • Testo: Leo Tolstoi
  • Regia: Michael Thalheimer
  • Scenografie: Olaf Altmann
  • Costumi: Katrin Lea Tag
  • Musica: Bert Wrede
  • Drammaturgia: Bernd Stegemann
  • Luci: Erich Schneider

 

PERSONAGGI E INTERPRETI

- Pëtr: Kay Bartholomäus Schulze Anisja
- seine zweite Frau: Eva Meckbach Akulina
- Tochter aus erster Ehe: Lea Draeger Anjutka
- zweite Tochter: Jasna Fritzi Bauer Nikita
- der Knecht: Christoph Gawenda Akim
- Nikitas Vater: Thomas Bading Matrjona
- seine Frau: Judith Engel Marina
- eine Waise: Luise Wolfram Mitrič
- alter Knecht: Urs Jucker

Foto di Katrin Ribbe

Mappa

Dove e quando

  • Indirizzo: Schaubühne am Lehniner Platz, Kurfürstendamm 153, 10709 Berlin
  • Sito web