Scatti inquietanti alla Triennale – only for brave hearts

di Cecilia Limpido // pubblicato il 17 Novembre, 2010

Such is the world — pattumiera di forze istintive, che tuttavia brilla al sole con tonalità di pepite d’oro chiaro e scuro. Pessoa, Il libro dell’inquietudine (133)

Una serie di fotografie radicate in esperienze tanto inquietanti quanto reali. Sono queste le “disqueting images” dell’omonima mostra ospitata nelle sale milanesi della Triennale sino al 9 Gennaio 2011. In gran parte ascrivibili al periodo dagli anni ‘70 a oggi, le opere esposte provengono da tutte le parti del mondo, dall’Iraq al Texas, dal Giappone al Vietnam dall’Africa ad Haiti, dal Rwanda all’Afganistan, e riguardano le metropoli quanto i piccoli centri urbani, come San Francisco, New York, Palermo, Londra, Seattle, Princetown o Emeryville. Artisti come Diana Arbus, Robert Mapplethorpe, Richard Misrach e Nina Berman, solo per citarne alcuni, si avvicinano a un universo del sociale latente e minaccioso e trattano argomenti in bilico tra Eros e Thanatos, quali la violenza femminile, le ossessioni erotiche dell’uomo, i disastri ecologici, gli abusi sugli animali e le vittime della guerra.

Inquietante è un aggettivo informe, dai confini labili: si può attribuire tanto a un oggetto, quanto a un avvenimento, o all’esperienza dell’uno e dall’altro, o alla reazione che “altri” hanno avuto di fronte a quell’oggetto o a quell’avvenimento e che ci ha profondamente turbato. O ancora, come sostiene la curatrice Melissa Harris – “è una reazione primordiale, e tuttavia si fonda spesso su una sfiducia, un disagio condiviso. È una cosa e l’altra: amorfa ma viscerale, non un giudizio ma un profondo sentimento, un’interruzione della pace, un silenzio preoccupante, qualcosa che non si può ignorare ma arcano, destabilizzante, scomodo - la sua essenza stessa è nel prefisso in”.

In principio fu la fotografia che, appena mossi i primi passi, ancora timida e inesperta, incontrò l’inquietante nel suo cammino, e non potrà più separarsene. Intorno a metà dell’Ottocento scopre i primi documenti di un immaginario che tende a far emergere il rimosso e l’occulto: riguardano quasi esclusivamente le vicende della guerra, da un lato, e del sesso, dall’altro. In entrambi – come sottolinea il critico e autorevole curatore Germano Celant – “la fotografia si avventura alla ricerca di una tensione visuale che suscita insieme stupore e angoscia, perché non riguarda più l’anima bella dell’essere umano, ma l’esperienza penosa o piacevole, mettendone in evidenza i tratti sulfurei, quanto la sfida e il negativo”. Basti pensare tanto ai reportage di Frith e Fenton, che intorno al 1850 furono gli artefici delle prime testimonianze visive della guerra di Crimea, quanto alle immagini meno ortodosse di Diotallevi, Bertillon e Vidocq che sono conosciuti quali protagonisti della fotografia pornografica.

Storia fotografica degli orrori e storia delle immagini dei piaceri carnali, così, di pari passo, sin dalla nascita. Travalicamento dei limiti delle relazioni umane, in entrambi i casi. Nonché, ancora una volta, immagini inquietanti. Succede, ad esempio per il progetto “The silence” di G.Peress che documenta gli eccidi compiuti in Ruanda nel 1994, praticamente ignorati dal resto del mondo: un book di pagine “che sanguinano” e angosciano nel loro silenzio. Se J.Griffiths lavora sugli effetti dell’Agente Arancio – il micidiale diserbante che venne spruzzato durante la Guerra del Vietnam per distruggere gli alberi, impedendo al nemico di mimetizzarsi, - Nichols si fa promotore della tutela degli animali e del loro habitat, distrutti da guerre e altre calamità provocate dall’uomo. R.Misrach e P.Hugo focalizzano l’attenzione sui “paesaggi tossici”: l’uno indaga nelle sepolture di massa di animali nel deserto del Nevada e nella “Cancer Alley” lungo il fiume Mississipi, l’altro è incuriosito dalla zona “Sodoma e Gomorra” del Ghana, dove gli abitanti inceneriscono elettrodomestici provenienti dal mondo occidentale per estrarne rame e altri metalli fortemente nocivi.

Secondo la ONG Population Council, si stima che tra i 100 e 140 milioni di ragazze e donne in tutto il mondo abbiano subito la mutilazione genitale (MGF), che viene chiamata circoncisione femminile: le immagini delle bambine indonesiane sono il modo di S.Sinclair per descrivere la violenza femminile. D. Ferrato, invece, si sofferma sulle donne picchiate dai mariti negli Stati Uniti: quando nei primi anni 1980 iniziò i suoi lavori, a parlare dell’argomento erano veramente in pochissimi e le leggi a tutela delle donne maltrattate tra le mura domestiche erano minime se non inesistenti. Il progetto di Ferrato ha dimostrato che questa forma di violenza non era solo qualcosa che succedeva “alle altre” ma poteva in realtà accadere a tua sorella, alla tua migliore amica, a tua figlia — o a te. Puntando più di recente il suo obiettivo sui figli delle famiglie violente, gli scatti dell’artista hanno avuto un ruolo centrale nella criminalizzazione di questo abuso. Un esempio di come le fotografie possano risvegliare le coscienze. E di come lo spettatore venga sfidato a scendere in profondità, a guardare bene, ad avere coraggio, a porsi delle domande. E ad agire, se necessario.

Sesso, voyeurismo e autodistruzione giocano e si intrecciano nella parte dedicata all’eros. Se Yoshiyuki Kohei si aggira furtivo nei parchi di Tokyo per fotografare amanti e “guardoni” suscitando uno strano misto di disagio e titillamento, le coppie ideali riprese da E.Dorfman sembrano ispirarsi alla bambola meccanica Olympia dei Racconti di Hoffmann, dove la serenità del momento felice stride con il fatto che, come ricorda la fotografa stessa, “solo uno di loro è umano”. Il mondo degli eccessi è ritratto in maniera magistrale da R.Mapplethorpe e Nan Goldin: se l’erotismo omosessuale dei soggetti del primo si muove tra il sadomaso e uno stato psicologicamente estatico e controllato di trasgressione, il lavoro della seconda è una continua ripetizione di scene di interni e di rapporti sessuali e brutali, palesandosi come un’espressione tanto della distruzione quanto dell’affermazione urlata dell’esserci.

I gemelli, i nani, i fanciulli affetti dalla sindrome di Down, i giocolieri del circo e le danzatrici di Diane Arbus possono forse essere assunte come dichiarazione di un’attrazione per l’essere diverso, una sensazione alternativa del vivere che apre continuamente le porte all’inquietudine. Si pensi a ciò che l’artista scrive nel 1971 a proposito delle fotografie: “Sono la prova di qualcosa che era e che non è più. Come una macchia. E la loro immobilità è sbalorditiva. Puoi distogliere lo sguardo ma quando ritorni sono ancora lì che ti fissano.” Esiste qualcosa di più inquietante?

 

Dettagli

DIDASCALIA IMMAGINI

  • Elena Dorfman
     Rebecca 1, 2001
    © Elena Dorfman/Edwynn Houk Gallery
  • Michael Nichols
    Senior Citizens (Left): Gregoire, alone in his dark Brazzaville, Congo cage since 1945 was rescued by Jane Goodall, Date of work: 1995 (Right): As a young chimp, 43-year-old Susie appeared frequently on American television dressed in a tutu and riding a unicycle, Date of work: 1992
    © Michael Nichols / National Geographic
  • Pieter Hugo
    Untitled (Senza titolo), Agbogbloshie Market, Accra, Ghana, 2009,
    © Pieter Hugo.
    Courtesy of Michael Stevenson, Cape Town / Yossi Milo Gallery, New York
  • Nina Berman
    Ty and Flags, 2006
    © Nina Berman/NOOR/Galerie Jacques Cerami
  • Donna Ferrato
     The Arrest, 1987
    © Donna Ferrato 1987
  • Kohei Yoshiyuki
    Untitled, 1971
    From the series The Park
    © Kohei Yoshiyuki, Courtesy Yossi Milo Gallery, New York


IN COPERTINA
un particolare di
Nan Goldin
Cookie ed io dopo che mi hanno picchiato,
Baltimore, MD, 1986, Nan Goldin
c/o Matthew Marks Gallery, New York.

Mappa

Dove e quando

immagini inquietanti disquieting images

  • Fino al: - 09 Gennaio, 2011
  • Indirizzo: Triennale di Milano, Viale Alemagna, 6
  • Sito web

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