Santa Marta
di // pubblicato il 30 Marzo, 2009
Di Marta, sorella di Maria e di Lazzaro, si conosce pochissimo. La sua figura è citata appena nei Vangeli, in alcuni episodi relativi a Gesù.
Compare per la prima volta (Lc. 10, 38-42) in occasione di una visita dello stesso Gesù alla abitazione di lei, quando ci viene descritta come la persona che cura la casa: una buona massaia, intenta a riordinare, cucinare per la famiglia e gli ospiti, preoccupata che tutto sia in ordine e funzioni nel migliore dei modi. Vedendo la sorella Maria tutta raccolta ad ascoltare la parola del Salvatore, la rimprovera, credendo che anche Gesù sia dello stesso avviso. Invece egli benevolmente le risponde con le note parole: “Marta, Marta, ti preoccupi e ti agiti per molte cose, mentre di poche c’è bisogno, anzi di una sola; Maria ha scelto la porzione migliore, che non le sarà tolta”.
Ci sarà rimasta male, la povera Marta, nell’udire queste parole, che non sono peraltro un rimprovero ma, come commenta Sant’Agostino,: “Non tu malam elegisti, sed illa meliorem” (Marta, tu non hai scelto il male: Maria però ha scelto meglio di te).
Simbolo della vita attiva, mentre Maria lo è per quella contemplativa, sembra simboleggiare un omaggio alla modesta attività della casalinga, spesso poco apprezzata nel suo umile lavoro e scarsamente considerata sul piano economico e sociale. Ed il fatto che il Cristo non volesse rimproverarla, ma riprenderla forse per l’eccessiva preoccupazione intorno alle cose materiali, sta nel fatto che ritroviamo ancora Marta tutta affaccendata a servire, in un banchetto in cui sono presenti pure il fratello Lazzaro, da poco risuscitato (Giovanni, 12, 1-8) e Gesù.
Ma la figura di Marta, nella sua apparente modestia e nelle scarsissime citazioni evangeliche, assume invece grande importanza e significato in poche ma importanti parole, quando, al momento drammatico e sconvolgente della morte e resurrezione di Lazzaro ad opera di Gesù (Giovanni, 11, 20-40), fa una triplice, stupenda professione di fede: nella onnipotenza del Salvatore (“Signore, se tu eri qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la darà”, v. 21-22), nella futura risurrezione dei morti (“Lo so che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”, v. 24), infine nella divinità del Messia (“Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo, che sei venuto in questo mondo”, v. 27).
Di Marta, in seguito, non si hanno più notizie.
Questa figura, appartata ed emersa appena nei racconti evangelici, è peraltro un alto esempio di umiltà e di fede profonda, tanto che la Chiesa la venera col titolo di santa, e ne fissa la festa al 29 luglio. Tuttavia intorno a lei si sono create molteplici eventi leggendari, che la tradizione orale ha tramandato, e che Jacopo da Varagine raccolse e scrisse poi nella sua famosa “Leggenda aurea”.
La presenza di Marta si associa qui con quella di Maria Maddalena, in un confuso intreccio di nomi che si riferiscono a Maria, e che già cercammo di chiarire in un precedente articolo dedicato alla figura di questa santa. Il vangelo ci chiarisce che Marta è sorella di Lazzaro di Bethania e di Maria, senza specificare di quale Maria si tratti.
Tuttavia questi personaggi evangelici furono oggetto di molte storie leggendarie. In particolare, quelle relative a santa Marta la descrivono di stirpe regale, figlia di Siro e di Eucaria, che, dopo l’ascensione del Signore, fu gettata dagli infedeli, insieme alla sorella Maria ed al fratello Lazzaro, “su di una nave senza vele, senza remi e senza nocchiero” affinché perissero in mare. Ma il Signore, prosegue il racconto leggendario “condusse i suoi santi a Marsiglia. Di qui si recarono ad Aix, dove operarono numerose conversioni”.
Poi, sempre secondo la leggenda narrata da Jacopo da Varagine, mentre Maddalena si dedicava alla vita di penitenza (si veda ancora l’articolo su questa santa pubblicato in precedenza), Marta, che stava predicando perché si racconta fosse “molto eloquente e amabile”, operò una straordinaria impresa, liberando la zona in cui si trovava da un pericoloso mostro.
Ecco come viene raccontato il fatto leggendario: “C’era in quel tempo sulle rive del Rodano, in un bosco tra Avignone e Arles, un drago mezzo mammifero e mezzo pesce più grosso di un bove e più lungo di un cavallo con i denti affilati come spade, munito di un paio di spire; questo drago si nascondeva nelle acque del fiume per far naufragare ogni nave che di là passasse ed ucciderne i passeggeri. Era venuto per mare dalla Galizia dove era stato generato dal leviatano, serpente d’acqua quanto mai feroce, e dall’onaco, terribile animale che abita nella Galizia; l’onaco brucia come fuoco tutto ciò che tocca e usa difendersi da chi lo caccia scagliando lo sterco a guisa di freccia anche a distanza di un ugero. Pregatane dalla popolazione, Marta si recò dal drago che in quel momento stava divorando un uomo; lo asperse con l’acqua benedetta e gli mostrò la croce; dopodiché il mostro divenne mansueto come un agnello, onde la santa poté legarlo con la propria cintura e il popolo ucciderlo a colpi di pietra e di lancia. Poiché questo drago si chiamava Tarasca, il luogo in cui si trovava fu chiamato in sua memoria Tarascona, mentre fino allora veniva detto Nerluco, ossia luogo nero per gli opachi e densi boschi che lo ricoprivano”.
Si raccontano poi ancora altre immaginarie storie relative a Marta: che la santa rimase a lungo nella zona dedicandosi a digiuni e preghiere, che compì molti fatti miracolosi, che fondò un convento di religiose e innalzò una grande basilica in onore della Vergine. Infine, che Clodoveo, re di Francia, pregando sulla tomba della santa, fu guarito da una grave malattia di reni e, in ricordo di questo miracolo, fece dono alla chiesa della terra, delle case e dei castelli che si trovavano in un raggio di tre miglia sulle due rive del Rodano, e liberò quel luogo da ogni servitù.

Come si vede, le radici mitiche del racconto di confondono poi con eventi di donazioni, liberazione dalla schiavitù, fondazione di monasteri e conventi, e di ordini monastici ancor oggi esistenti, come appunto le suore di Santa Marta.
Rarissime le immagini che si riferiscono a questa santa. Non essendoci eventi certi, se non i pochi sommari episodi evangelici, i pittori non si sono cimentati, se non raramente, con questo difficile argomento.
Troppo fiabesco ed immaginario il contesto, tra mostri, draghi, animali inesistenti e mitologici che popolavano un bestiario antichissimo, arricchito nei primissimi tempi del Medioevo con leggende e racconti fantasiosi. Ma la simbologia che emerge dal racconto leggendario sembra abbastanza evidente. Ed è altresì noto che, per far capire chiaramente un messaggio alle popolazioni illetterate del tempo, che vivevano una poverissima quotidianità tra stenti e privazioni, si costruivano storie in cui le allegorie potevano essere capite e lette come messaggi pedagogici: insegnamenti che venivano quindi indotti attraverso l’immaginario, affinché fossero meglio recepiti e più facilmente messi in pratica. In questo caso, tentiamo di decifrare i simboli: la beata Marta, proprio in virtù della triplice professione di fede pronunciata, come attesta Giovanni nei versetti poc’anzi citati, in presenza di Gesù, attesta con il miracolo la fiducia aperta e sicura nel Salvatore.
Infatti, aspergendo il mostro e mostrandogli il Crocifisso, è sicura di renderlo mansueto.
La fede dunque rende possibile qualsiasi cosa, come del resto annuncia anche il Cristo più volte, anche la conversione dei più laidi peccatori, e vince anche il male più estremo, o la personificazione stessa del male, cioè il demonio. Il mostro Tarasca infatti, non può essere altro che l’immagine del male, del peccato o, per renderlo concreto, dell’infernale angelo ribelle. Ed infatti in una delle poche immagini dipinte ritrovata in una chiesa di Bologna e qui riprodotta, si vede Santa Marta con i simboli che le furono attribuiti e che la fanno riconoscere: la Croce, che impugna con la mano destra, ed il mostro, che ella tiene con la sinistra, e che nel caso specifico dell’illustrazione ha il muso ferino che sta tra un cane e un gatto selvatico: raffigurazione immaginaria del male o, appunto, del demonio, orrendo nella sua bestiale ripugnanza. Ma appunto il 6 marzo, i quotidiani pubblicano una notizia curiosa: il gatto più brutto del mondo, che si chiama Ugly, vive in Inghilterra e la gente scatta foto, ma quando l’animale si muove incute forte paura.
L’immagine riprodotta è assai vicina a quella del dipinto, per cui è possibile che un animale simile abbia dato luogo alla leggenda, arricchita da ulteriori particolari immaginari, che la credenza popolare ha amplificato ed oralmente diffuso.
Nel rarissimo dipinto, si vede poi anche una figura di vescovo. Si tratta di Lazzaro, fratello di Marta e resuscitato dal Signore che, sempre secondo la Leggenda aurea, sbarcato con la sorella ed altri cristiani nei pressi del Rodano, divenne vescovo di Marsiglia. Ed è appunto rappresentato con la mitria e il pastorale.