Sandro Chia e la Transavanguardia
di // pubblicato il 15 Febbraio, 2010
Tra la fine degli anni Settanta del Novecento e l’inizio del decennio successivo fa la sua comparsa, sulla scena dell’arte contemporanea, un nuovo movimento artistico: la Transavanguardia. Si tratta di una produzione di tipo neoespressionista che trova eco in altre tendenze artistiche simili nate in Europa e negli Stati Uniti nello stesso periodo. Oltre alla Transavanguardia si rintracciano ad esempio in Italia il gruppo dei Nuovi-Nuovi (etichetta decisamente eloquente, coniata da Renato Barilli) e del Magico Primario (l’espressione deriva in questo caso da Flavio Caroli).

Genericamente, i diversi movimenti possono tutti essere ricondotti al Postmoderno, quella corrente cioè che si contrappone ai modi espressivi nati a seguito del secondo conflitto mondiale, quando si può registrare, nel panorama artistico internazionale, la rottura dei tradizionali percorsi artistici a favore di nuovi modi espressivi che porta alla produzione di opere completamente nuove, a ricerche a volte del tutto personali. Tali esperienze culminano nell’Informale (che rifiuta ogni riferimento alla forma e porta di conseguenza alla perdita di significato per ogni elemento classico della pittura, come linee, colori e figure), nella Op-art, nell’arte Concettuale e nella Pop-art. La pressoché completa scomparsa della figurazione porterà, per reazione, ad opporsi alla sperimentazione eccessiva ed al ritorno all’uso di tecniche tradizionali. Gli artisti della Transavanguardia tuttavia, pur proponendo un repertorio figurativo, non si limitano alla mera descrizione della realtà. Caratteristica peculiare è quella di esprimersi liberamente, senza la necessità di trasmettere significati che vanno oltre la tela stessa.
Come efficacemente nota Achille Bonito Oliva, teorico del gruppo: “L’arte d’avanguardia presuppone sempre un disagio e mai la felicità del pubblico, costretto a spostarsi fuori dal campo dell’opera per comprenderne il pieno valore. Gli artisti della fine degli anni Settanta […] riscoprono la possibilità di rendere lampante l’opera mediante la presentazione di un’immagine che è contemporaneamente enigma e soluzione.”

Tra i maggiori esponenti della Transavanguardia figura senza dubbio Sandro Chia. Nato a Firenze il 20 aprile 1946, frequenta l’Istituto d’Arte, diplomandosi all’Accademia delle Belle Arti di Firenze nel 1969. Da quel momento comincia la sua vita da “nomade”, che lo porta a viaggiare per scoprire l’India, la Turchia e gran parte dell’Europa, decidendo infine di stabilirsi a Roma. Siamo nei primi anni Settanta: le opere di Chia sono ancora legate all’arte concettuale, dalla quale però si distaccherà presto dando vita ad un linguaggio pittorico originale e personale. È il periodo della collaborazione con Enzo Cucchi e con Bonito Oliva, vero padre del termine “Transavanguardia”, apparso ufficialmente nel 1979 in un saggio su Flash Art. Seguono le prime mostre collettive dei cinque artisti (oltre a Chia e Cucchi, Mimmo Paladino, Francesco Clemente e Nicola De Maria); la definitiva consacrazione avviene l’anno successivo quando il gruppo espone alla Biennale di Venezia, nella sezione “Aperto 80”; contemporaneamente viene dato alle stampe La Transavanguardia Italiana, curato dallo stesso Bonito Oliva. Da quel momento sono innumerevoli le mostre, italiane ed internazionali, che vedono Chia come protagonista: dallo Stedelijk Museum di Amsterdam (1983), al Metropolitan di New York (1984), dalla Nationalgalerie di Berlino (1984 e 1992) al Palazzo Medici Riccardi di Firenze (1991). Oggi Chia si divide tra Miami, Roma e l’azienda vinicola di Castello Romitorio (Montalcino – SI) dove si occupa della produzione di vini, tra cui il celebre Brunello.
La produzione di Chia, che oscilla tra pittura e scultura, ha innumerevoli punti di contatto con la tradizione pittorica italiana e straniera, individuati dai critici e dallo stesso artista, il quale sottolinea come il quadro Ossa, cassa, fossa, faccia ad esempio riferimento ai Bamboccianti, ma anche a Giorgione, Duchamp, Michelangelo, Raffaello, Brueghel, Tiziano, Matisse, Leonardo, de Chirico e addirittura al cinema. La capacità di Chia è quindi quella di mediare le diverse “maniere” per arrivare infine a qualcosa di completamente nuovo.

Pur essendo uno dei promotori del ritorno alla figurazione, Chia non si accontenta della sola tela, nel caso della pittura, ma completa le sue opere da 1indicazioni che fornisce lui stesso sotto forma di didascalia o piccoli componimenti in versi che a volta compaiono direttamente sul quadro, contribuendo a svelarne il significato. Il piacere della pittura si configura quindi in questo modo non come soltanto un solo piacere visivo, ma anche intellettuale ed ironico.