Salomé: la lussuria regna sotto i raggi della luna

di Amici in Visita // pubblicato il 18 Febbraio, 2012

- di Davide Villani -

Il grande disco argentato della luna guarda tutti dall’alto e manda i suoi raggi sulla terra, colpendo e ammaliando ogni essere vivente e trasportandolo in quell’ondata di lussuria e godimento che il mondo può offrire. Le lunghe feste di Erode, tiranno di un tempo lontano, accolgono ospiti desiderosi di sfamare le loro voglie carnali e le tentazioni della gola, mentre per chi condanna tutto questo, con parole e declamazioni che gli stessi uomini non possono comprendere, non resta che una buia e sotterranea prigione.
Salomè danza al Teatro Comunale di Modena, si muove sinuosa tra uomini che bramano di possederla e colui che la rifiuta perché maledetta, perché lontana da quel mondo fatto di spirito e fede di cui lui è portavoce, perché troppo simile alla demoniaca seduzione: Jochanaan (Joachim Seipp), il Battista, rappresenta il desiderio irraggiungibile della principessa Salomè (Cassandra McConnell), un capriccio che si trasforma in un amore non corrisposto. Le prova tutte Salomè, attratta inizialmente dalla voce del Battista, nel tentativo di possedere il misterioso prigioniero ma ogni mossa risulta del tutto vana: solo la morte potrà donarle quelle labbra tanto desiderate, in un tragico epilogo che la vedrà carnefice e, allo stesso tempo, vittima.

La concezione registica di Manfred Schweigkofler relativa all’atto unico di Richard Strauss del 1905, conduce lo spettatore in una Gerusalemme sconosciuta e onirica, illuminata dal chiarore della luna e da colorate luci al neon, sparse in una scena ricca di elementi naturali e surreali, compresenze insolite che lasciano dei dubbi sulla reale identità del luogo e del tempo rappresentato. Atmosfera da sogno per una storia biblica e crudele, divenuta celebre grazie al poema omonimo di Oscar Wilde da cui è tratto il libretto dell’opera di Hedwig Lachmann: mentre nella reggia di Erode, secondo marito di Erodiade e patrigno di Salomè, è in corso un festoso banchetto, la voce profetica del prigioniero Jochanaan risuona dal profondo della sua prigione. Incuriosita ed attratta dalle parole del Battista, Salomè convince il capitano dei soldati Narraboth, follemente innamorato di lei come la maggior parte dei presenti, ad aprire la botola per vedere in faccia il profeta: inizia così un profondo dialogo tra i due dove Salomè, in totale contemplazione, tenta di sedurre Jochanaan che con forza la respinge, insultandola e supplicandola di non guardarlo più.
La principessa conosce così l’amaro sapore del rifiuto, impara che al mondo non tutto è conquistabile, che non tutti i capricci sono esaudibili: Jochanaan, fermo nella sua fede, ritorna nella prigione mentre a Salomè non resta che la momentanea sconfitta. Entra in scena Erode (Peter Svensson), il tetrarca simile a Bacco, padrone della terra calpestata e dei frutti mangiati: anch’egli è profondamente affascinato da Salomè, al punto da esortarla a danzare per lui in cambio di qualsiasi cosa, persino di metà del suo regno. Erodiade si oppone ma Salomè non ci pensa troppo: insieme alle giovani danzatrici del banchetto, la principessa accresce i desideri sessuali dei convitati, eccitati dai provocanti movimenti, e termina la danza tra le urla di approvazione di Erode, estasiato dallo spettacolo della figliastra. Ma il prezzo richiesto allo spettatore rapito è alto, quasi inaccessibile: Salomè chiede la testa di Jochanaan su un piatto d’argento, un sacrificio assurdo che Erode non intende fare ma dal quale non può esimersi. Il gesto è compiuto e Salomè può finalmente baciare quella bocca tanto sognata prima di essere condannata a morte dallo stesso Erode, straziato alla vista di una simile barbarie. Sangue lavato col sangue.

I personaggi della tragedia, abbigliati con costumi moderni (la stessa cifra stilistica di Schweigkofler già individuata a Modena nel precedente allestimento del Roméo et Juliette di Gounod), si muovono in uno spazio scenico dai tanti livelli accessibili, dalla sommità di una scala a chiocciola utile per assorbire da vicino gli influssi lunari alla profondità segreta e nascosta della gattabuia da cui Jochanaan lancia le sue profezie: piani praticabili e sfruttati dai cantanti che coprono l’intera area visiva del pubblico. Non solo, persino l’orchestra lascia la sua buca ordinaria per piazzarsi alle spalle di tutti, in fondo alla scena, separata dal resto del mondo solo da un tulle trasparente. Al suo posto, il vuoto: il cadavere di Narraboth, suicidatosi per amore di Salomè, viene fatto precipitare per finire nel dimenticatoio proprio dove, secondo canone tradizionale, dovrebbero situarsi gli orchestrali.
E mentre la narrazione scorre tra scontri verbali, invettive e confessioni, i cantanti vengono doppiamente messi alla prova, non solo dal punto di vista vocale, ma anche da quello interpretativo: in questo modo la Salomè di Cassandra McConnell acquista maggior fascino attraverso un gioco di sguardi efficace ed un lavoro corporale incentrato sulla sensualità del personaggio, così come la vena comica di Peter Svensson capace di sottolineare il carattere goliardico, e a tratti addirittura comico, di Erode.
Buona la prova del cast, dunque, a partire dalla stessa Cassandra McConnell e dall’ottimo Joachim Seipp, ed eccellente l’esecuzione dell’orchestra diretta da Niksa Bareza: lunghi applausi finali per una Salomè convincente ed emozionante, capace di incantare il pubblico anche senza l’aiuto della luna.

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Salomé (particolare) (© Rolando Paolo Guerzoni)

- La danza sensuale di Salomè

- Salomè abbraccia la testa di Jochanaan

 © Rolando Paolo Guerzoni