Sacrificium
di // pubblicato il 24 Dicembre, 2009
Per oltre tre secoli, dalla metà del ‘500 fino alla fine dell’800, centinaia di migliaia di bambini in età compresa fra gli otto e i dieci anni sono stati sacrificati in vista di un futuro ipotetico successo come musici cantori.
Attraverso l’asportazione dei testicoli, praticata senza anestesia e in condizioni igieniche impensabili, si impediva nel fanciullo la trasformazione fisiologica della laringe e gli effetti della produzione del testosterone, mantenendone inalterato il timbro della voce.
Prima era operato il Taglio e maggiori erano le probabilità che dal bambino si potesse ottenere un buon soprano (da non confondersi con un soprano femminile), con l’indubbio vantaggio di una cassa toracica sviluppata anche attraverso l’esercizio che permetteva lunghissime prese di fiato.
Si creava così una “quarta voce” ottenendo tonalità maschili, femminili e sfumature di voce bianca nel medesimo strumento. Ma le trasformazioni fisiche conseguenti all’operazione erano devastanti e molto evidenti.
Perché inadatti a procreare, ai castrati non era concesso contrarre matrimonio, né potevano dedicarsi ad attività che richiedessero impegno fisico per la fragilità dello scheletro derivata dalla malformazione ossea.
Erano altresì esclusi da ogni tipo di carriera amministrativa e militare.
Non uomini e non donne, come ovvio, pochi di essi giungevano al successo: il sacrificio fatto non garantiva infatti una carriera, ciò dipendendo dalla qualità della voce, dall’esito degli estenuanti studi e dalle capacità anche teatrali del ragazzo.
Era l’estrema povertà a spingere molte famiglie numerose a destinare almeno un figlio alla carriera canora così che potesse accedere, nel peggiore dei casi, quanto meno ad una posizione modestamente remunerativa e tuttavia sicura in qualche coro di cappella, asservito al poco entusiasmante canto ecclesiastico.
Non a caso il proliferare di voci bianche e castrati era diretta conseguenza del divieto pontificio all’inserimento delle donne nei cori polifonici al tempo in voga.
Come non è un caso che molti orfanotrofi fossero trasformati in severe scuole di addestramento per castrati e fra queste le più famose fossero sicuramente quelle presenti nel sud Italia e in particolare a Napoli: ecco l’origine dei Conservatori dove i trovatelli venivano “conservati” per essere iniziati ed educati a un mestiere, non ultimo, quello di musico cantore.
Di fatto il miglioramento delle condizioni economiche e il farsi strada di un pensiero più illuminato coincise, a partire dalla seconda metà del 1700, con il netto decremento della pratica della castrazione, fenomeno peraltro quasi esclusivamente italiano.
Alessandro Moreschi è l’ultimo castrato di cui si abbia notizia e l’unico ad aver effettuato registrazioni: ritiratosi dal canto nel 1913, moriva in Italia nell’anno 1922.
L’ultima produzione di Cecilia Bartoli in collaborazione con Il Giardino Armonico per la DECCA è dell’ottobre di quest’anno ed è già disco d’oro in Francia e in Belgio.
Composto per la maggior parte da prime registrazioni a livello mondiale, Sacrificium contiene un’accurata selezione fra centinaia di lavori scritti come repertorio per gli ex allievi della Scuola dei Castrati di Nicola Porpora (maestro del famoso Carlo Broschi, in arte Farinelli).
Sacrificium ci riporta ai melanconici e artificiali splendori dell’età barocca: testimonia la cura del tempo per il virtuosismo estremo, con pezzi di incredibile difficoltà pensati per voci altamente formate e tecnicamente perfette, preparate a fatiche inimmaginabili nel nome della flessibilità e dell’ornamento di esecuzione.
Uno stupefacente tributo alla capacità artistica dell’uomo di comporre e del “monstrum” di eseguire: possiamo solo sapere, dai racconti del tempo, che la sensazione dell’ascolto era di voci molto differenti da quella femminile, meno dolci ma molto più potenti e brillanti. E v’era anche chi non trovava confronto nella bellezza dell’esecuzione di un castrato rispetto a quella femminile.
L’ascolto dei brani è accompagnato da un piccolo compendio “Le prècis du castrat”, all’interno del quale si trovano notizie curiose sui personaggi e sulle pratiche di un epoca alquanto stravagante.
Circa un anno fa, durante un’intervista, Cecilia Bartoli confidava il suo desiderio di poter cantare un giorno con il tenore Jonas Kaufmann: è ciò che è successo proprio quest’anno alla mezzo soprano Anita Rachvelishvili che di Cecilia condivide la bellezza ed il destino di una precoce scoperta.
Come per la Rachvelishvili, il talento di Cecilia Bartoli a suo tempo giovanissima e ancora fresca di studi, aveva colpito maestri del calibro di Barenboim, Von Karajan e Harnoncourt.
Cecilia Bartoli è mezzo soprano fra i più importanti oggi a livello mondiale e meno conosciuti in Italia: un’italiana ospite acclamata dai principali teatri e dalle sale da concerto di tutta Europa, negli Stati Uniti e in Giappone, che non canta in Italia e neppure ci vive.
Non solo, Cecilia Bartoli canta musica italiana, di compositori italiani come Porpora, Broschi e Caldara, su libretto di italiani come Metastasio e Salvi, ma l’opera si rivolge ad un pubblico straniero, come evidenzia la scelta della lingua inglese, francese e tedesca per l’intera produzione.