Ruggine

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 14 Ottobre, 2011

Le fiabe sono da sempre accessori per l’infanzia, eppure, forse per esorcizzare i pericoli del mondo e preparare i piccoli all’età adulta, sono spesso popolate di creature terribili, orchi e streghe antropofaghe pronte a divorare innocenti e incutere terrore.

Con una narrazione destrutturata che interseca con perfetto equilibrio due diversi piani temporali, l’oggi e un’estate nella periferia urbana della Torino degli anni ’70, Ruggine di Daniele Gaglianone, tratto dall’omonimo romanzo di Stefano Massaron, affronta il tema della pedofilia mostrando come i traumi dell’infanzia generano spesso adulti insicuri e irrisolti.

Un quartiere popolare, moderna babele di dialetti diversi, un gruppo di bambini che ha scelto “il castello”, due vecchi silos abbandonati intorno a cui si è ammassata nel tempo una gran quantità di ferraglia e carcasse d’automobili, come luogo prediletto per creare i suoi mondi fantastici. Il male che irrompe a portare spavento, lo scorrere innocente dell’infanzia minacciato dall’arrivo nel quartiere di un “mostro” da cui i piccoli imparano presto a tenersi alla larga ma senza farne parola alcuna, certi che se tentassero di raccontare ciò che sanno agli adulti non sarebbero creduti.

La ruggine del titolo è quella fisica delle pericolose lamiere d’acciaio intorno a cui giocano i bambini ma anche quella invisibile che s’insinua nell’animo di Cinzia, Sandro e Carmine, i tre piccoli protagonisti che incontriamo in età adulta apparentemente pacificati con i traumi del passato ma pronti a veder riemergere frammenti di memoria da quell’estate maledetta.
Una ruggine invisibile che è difficile poter rimuovere.

Quando nel vivere viene a mancare un affetto l’elaborazione del lutto consiste nel trovare il modo di convivere con l’assenza, nello stesso modo, essere costretti a incontrare il male in un’età indifesa costringe a vivere con un’oscura presenza nell’anima.
Scrutare l’abisso della brutalità umana è sempre spaventoso, esservi costretti da piccoli quando si è impreparati è sabotaggio, un grave danno all’energia necessaria per vivere. Il trauma crea un’immagine del mondo come luogo pericoloso e ostile che condiziona l’intera esistenza e può spengere ogni slancio vitale.
Anche quando, con molta fatica, si riesce a riscattare il dolore costruendo un livello di vita accettabile, quel macigno interiore è qualcosa che non potrà mai essere rimosso comunque.

La bellissima sequenza inserita sui titoli di coda è una metafora dell’impossibilità a ricreare l’innocenza perduta. I personaggi si sfiorano, si guardano, ma non si avvicinano, isolati nelle loro distanti solitudini, perché quella ferita segreta anche se frutto della stessa origine non può essere condivisa.
Non c’è per noi un campo lungo cinematografico”canta Vasco Brondi (Le luci della città elettrica) nel brano finale sottolineando l’oppressione dei protagonisti, costretti da inquadrature ristrette, imprigionati nell’età adulta in ambienti chiusi e ingombri di oggetti, a rendere tangibile l’assenza di uno spazio vitale strappato via con danno irreparabile.

Ruggine è un film duro e disturbante, attento nel rilevare la sensibilità di chi, portatore dell’infausta presenza, sa individuare il proprio simile e riconoscere il silenzio di chi subisce abusi tra le mura di casa, coraggioso nello smascherare l’ipocrisia di un’omertà che si rende complice.
Il maschilismo dei due professori, che con apprezzamenti sul precoce sviluppo fisico di un’alunna sottintendono una sua azione provocatoria verso il carnefice, palesa nascoste pulsioni inconfessabili ed evoca quella mentalità strisciante esibita nelle aule dei tribunali italiani nei primi processi per stupro degli anni ’70. Mentalità che, se è stata giustamente bandita dal codice penale, persiste ancora fin troppo nella nostra società.

Bravi gli interpreti, i bambini sono straordinari per la loro genuina naturalezza e Filippo Timi a cui è affidato l’ingrato compito d’incarnare il mostro forse a tratti risulta un po’ eccessivo, ma le arie d’opera mugugnate come una specie di mantra animale mentre si prepara alla caccia provocano brividi di autentico terrore.
In fondo arriva, per quanto possibile, il lieto fine che è proprio delle fiabe, ma privo di ogni intento consolatorio, perché non c’è gloria nell’uccidere il drago, è soltanto altro sangue versato.

La pedofilia appare come un male moderno perché un tempo era coperto da omertà, ignoranza e vergogna, ma al di là d’immondi sensazionalismi da rotocalco, di questi temi è doveroso parlare per mantenere sguardo vigile e alto livello d’attenzione. Certi fatti aberranti, quando accadono, avvengono sempre indiscutibilmente dentro il tessuto sociale ed è responsabilità di ognuno di noi denunciare la violenza subita dietro la porta accanto.

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Il mostro e la bambina (© 2011 Fandango Srl)

- Locandina
- Filippo Timi è il dottor Boldrini
- I bambini al "castello"
- Valerio Mastrandrea è Carmine / Valeria Solarino è
  Cinzia
- Stefano Accorsi è Sandro / Il regista Daniele
  Gaglianone
  © 2011 Fandango Srl

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Ruggine
  • Regia: Daniele Gaglianone
  • Con: Filippo Timi, Stefano Accorsi, Valerio Mastrandrea, Valeria Solarino, Giampaolo Stella, Giuseppe Furlò, Giulia Coccellato, Giacomo Del Fiacco, Leonardo Del Fiacco, Annamaria Esposito, Alessia Di Domenica, Giulia Geraci, Michele De Virgilio, Anita Kravos, Giuseppe Vitale, Cristina Mantis
  • Soggetto: Stefano Massaron dal suo romanzo omonimo
  • Sceneggiatura: Daniele Gaglianone, Giaime Alonge, Alessandro Scippa
  • Fotografia: Gherardo Gossi
  • Musica: Evandro Fornasier, Walter Magri, Massimo Miride
  • Montaggio: Enrico Giovannone
  • Scenografia: Marta Maffucci
  • Costumi: Lina Fucà, Francesca Tessari
  • Produzione: Domenico Procacci e Gianluca Arcopinto per Fandango e Zaroff Film in collaborazione con Rai Cinema
  • Genere: Drammatico
  • Origine: Italia, 2011
  • Durata: 109’ minuti