Rossetti e Burne-Jones: il mito dell’Italia nell’Inghilterra vittoriana
di // pubblicato il 07 Marzo, 2011
“Benozzo Gozzoli era un dio…una delle gioie più straordinarie cui abbia potuto assistere ieri, è l’aver visto le incisioni di Giotto eseguite per l’Arundel Society”.
“Desidero con tutta l’anima vedere La Calunnia agli Uffizi, oggi, e La Primavera alle Belle Arti, e il coro danzante che sale al cielo, la mano nella mano sopra la testa dei quattro vegliardi, nello stesso amato luogo. Se quel furfante di Alinari ha fotografato quegli angeli, ti prego cerca di inviarmeli – alle spalle della Vergine i raggi d’oro piovono su un viso dolcissimo che si volge in alto…prendi un cannocchiale e guarda ogni volto in quella gloria di pittura…e a Pitti c’è un Botticelli dove la Vergine china un dolce, piccolo viso a baciare un altro viso paffuto”
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Le parole di Dante Gabriel Rossetti ed Edward Burne-Jones fotografano meglio di mille testi critici l’autentica venerazione di questi pittori per l’arte italiana del XIV e XV secolo, che determinò oltremanica lo sviluppo di una corrente artistica estremamente colta e raffinata, quella Preraffaellita.
Tralasciando per un istante il caso specifico, va sottolineato che l’Inghilterra viene letteralmente invasa, tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, di opere d’arte straniere che portano alla nascita delle prime raccolte private e pubbliche (è il caso della National Gallery di Londra), determinando soprattutto l’apertura verso un nuovo gusto artistico: si comincia nel 1798 l’esposizione per la vendita delle raccolte di pittura nord europea ed italiana del duca d’Orléans che ha una eco vastissima, suscitando grande interesse attorno alle opere di Raffaello, Giorgione, Leonardo e Michelangelo; dal 1815 la British Institution organizza a Londra mostre di pittura antica; nel 1856 invece il duca di Northumberland, acquista la collezione di Vincenzo Camuccini della quale fanno parte anche il Festino degli dei di Giovanni Bellini e Tiziano. Nel 1857 viene infine organizzata a Manchester la più vasta esposizione di arte antica. Oltre alle opere originali, gli inglesi imparano a conoscere l’arte italiana soprattutto attraverso riproduzioni; tra le più celebri figurano senza dubbio le incisioni degli affreschi del Camposanto di Pisa, opera di Carlo Lasinio, che vennero per molto tempo considerati al pari della Cappella Sistina. Bisogna poi considerare la raccolta di incisioni degli Old Masters fiorentini edita nel 1826 da William Young Ottley, mercante, collezionista d’arte italiana e direttore del dipartimento dei disegni e delle stampe del British Museum; d’importanza fondamentale fu poi l’attività dell’Arundel Society, fondata nel 1848 dai rappresentanti dell’élite culturale inglese allo scopo di “preservare il ricordo e diffondere la conoscenza dei più importanti monumenti della pittura e della scultura”, anche attraverso la commissione di riproduzioni a colori dei più celebrati capolavori dell’arte italiana. Tuttavia la tecnica utilizzata, la cromolitografia, comportava una semplificazione formale dei soggetti da riprodurre e quindi un sostanziale travisamento delle linee fondamentali di quelle opere.

Come detto, il movimento dei Preraffaelliti nasce proprio in questa temperie, nutrendosi anche del confronto una corrente artistica simile, quella dei Nazareni, comunità di monaci-artisti formatasi nell’ambito dell’Accademia di Vienna e stabilitisi a Roma dal 1810, attratti dal mito della pittura primitiva e immaginando una vera e propria secessione dalla cultura dominante. Il tramite tra questi due mondi, almeno geograficamente lontani, è lo scozzese William Dyce, che incontra i Nazareni e conosce le loro opere (tra tutte gli affreschi del Casino del marchese Massimo). Oltre a Dyce, altre figura fondamentale è Ford Madox Brown, maestro di Rossetti e fautore dell’incontro tra quest’ultimo con John Everett Millais e Hunt. I tre daranno vita, nel 1848, alla confraternita preraffaellita: il nome scelto è già programmatico, e sottende un netto rifiuto della pittura di Raffaello e di tutti quegli artisti che sembrano aver tradito la verità a favore della bellezza.

Teorico del gruppo è John Ruskin, che si dedica fin da giovane allo studio approfondito dell’arte italiana del Medioevo e del Rinascimento, che conosce direttamente (e in molti casi copia in alcuni schizzi che lo rivelano anche come ottimo disegnatore) durante le sue numerose visite alla National Gallery e al Louvre, e soprattutto nel corso dei suoi numerosi viaggi in Italia, che gli diedero modo di scoprire “l’arte dell’uomo in tutta la sua maestà”. I suoi libri, soprattutto Pittori moderni e il monumentale Le pietre di Venezia, contribuiranno a formare il gusto di gran parte dei pittori inglesi della sua epoca.

Dante Gabriel Rossetti è di certo la personalità più nota del gruppo; formatosi anch’egli grazie alle incisioni, sarà per lui parimenti importante l’incontro con la poesia di Dante, che traduce e pone al centro del suo immaginario pittorico, trovando particolarmente congeniali i temi della Vita Nuova, che stimoleranno in lui la realizzazione di capolavori in cui il testo diventa parte integrante dell’opera, comparendo al suo interno o sulla cornice. Successivamente, anche per il confronto con William Morris ed Edward Burne-Jones, che assieme a lui daranno vita alla seconda fase del preraffaellismo, Rossetti si allontana gradualmente dall’arte medievale, trovando ispirazione dalla pittura del Rinascimento che in quegli anni, grazie all’operato del curatore Charles Eastlake, entra in massa nella collezioni della National Gallery. Sono gli anni delle donne dal fascino sensuale e irraggiungibili, della Venus Verticordia e della Beata Beatrix, opera quest’ultima che apre già le porte al simbolismo di fine Ottocento.
Se Rossetti trae spunto da un’Italia più sognata che realmente vissuta, Edward Burne-Jones lega indissolubilmente la sua pittura alla conoscenza diretta dell’arte italiana. Incoraggiato da Ruskin, che dopo un primo momento lo preferirà all’altro suo protetto Rossetti, Burne-Jones vede gli affreschi del Camposanto di Pisa, Santa Trinita e Santa Maria Novella a Firenze, Giorgione e Carpaccio a Venezia. Fondamentale è tuttavia Botticelli, che Burne-Jones ammira per il senso paganeggiante delle sue opere, per l’attenzione alla linea e la creazione che, per la loro scarsa propensione alla tridimensionalità, trovano eco nell’attenzione alle superfici e alla linearità dell’Aestetic Movement.