Roma e l’antico
di // pubblicato il 24 Novembre, 2010
Il XVIII secolo si apre a Roma con l’elezione al soglio pontificio di Giovan Francesco Albani, che prende il nome di Clemente XI. Il suo pontificato, durato fino al 1721 è, dal punto di vista culturale, lo specchio di quello che sarà la città del Settecento: grande amante delle scienze e dell’arte, il papa è soprattutto appassionato d’archeologia, che proprio in questo secolo viene codificata come vera e propria disciplina. Sono anni fertili di scoperte, dalla chiesa di Santa Maria Antiqua al Foro Romano al basamento della colonna di Antonino Pio, rinvenuto nei pressi di Montecitorio; nello stesso periodo si comincia inoltre a scavare il palazzo di Domiziano sul Palatino e l’area della Domus Aurea, la ricchissima residenza dell’imperatore Nerone, già nota dalla fine del Quattrocento ma sterrata solo tra 1758 e 1769.

Queste numerose scoperte (non bisogna dimenticare che, tra il 1738 ed il 1748, vengono riportate alla luce anche le città di Ercolano e Pompei), unite all’apertura di nuovi musei (sopra tutti i Vaticani ed i Capitolini), e alla conoscenza ormai sedimentata di architetture e sculture antiche, come il celeberrimo Apollo del Belvedere o gli edifici, allora visibili, del Foro Romano, rendono Roma il luogo più desiderato d’Europa: scultori, pittori ed architetti, ma anche mercanti d’arte, giovani rappresentanti della nuova borghesia, eruditi, collezionisti e aristocratici sono accomunati consapevolezza che solo Roma può soddisfare i loro fini palati da intenditori, che solo a Roma si possono ammirare da vicino originali antichi ed immergersi in un’atmosfera cosmopolita e stimolante.

La città diventa quindi tappa imprescindibile del Grand Tour, che proprio nel Settecento vive il suo periodo più felice. Considerato come una tappa fondamentale della formazione dei giovani rampolli della ricca borghesia e dell’aristocrazia europea, si sviluppa attraverso un percorso ben definito che porta a toccare le più importanti città italiane, da Firenze a Venezia, da Siena a Napoli, fino ad arrivare, in qualche caso, in Sicilia. Roma costituisce tuttavia senza dubbio il richiamo maggiore del tour e Goethe, che arriva in città nel novembre del 1786, può essere considerato come portavoce dei grand tourist dell’epoca: “Tutti i sogni della mia gioventù li vedo ora vivere; le prime incisioni di cui mi ricordo (mio padre aveva appeso ai muri d’un vestibolo le vedute di Roma) le vedo nella realtà, e tutto ciò che conoscevo già da lungo tempo, ritratto in quadri e disegni, inciso su rame o su legno, riprodotto in gesso o in sughero, tutto è ora davanti a me; ovunque vado, scopro in un mondo nuovo cose che mi son note; tutto è come me l’ero figurato […]. Comincio a gustare anche le antichità romane. Storia, iscrizioni, monete, tutte cose di non volevo sentir parlare, ora mi si accalcano intorno […]. In questo luogo si riallaccia l’intera storia del mondo, e io conto d’esser nato una seconda volta, d’esser davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede a Roma”.

Accanto a Goethe, tra i più illustri visitatori della città vi è senza dubbio Johann Joachim Winckelmann, chiamato nel 1755 dal cardinal Archinto, nunzio apostolico presso la corte di Sassonia. A Roma Winckelmann avrà la possibilità di studiare da vicino la statuaria classica e di elaborare la sua teoria sull’arte del mondo antico, che vede la città eterna come legittima erede dell’arte e del buon gusto greco: le sue pubblicazioni più importanti, Considerazioni sull’imitazione delle opere greche, scritto poco prima del suo arrivo in Italia, e soprattutto la monumentale Storia dell’arte dell’antichità favoriranno il diffondersi del gusto classico a livello europeo, determinando in arte un netto ritorno all’armonia ed alla concezione del bello ideale, raggiungibile solo attraverso l’imitazione dell’antico.

La produzione artistica del XVIII secolo è quindi incentrata su una continua “gara” con la cultura classica, stimolata anche dal nascere di numerose accademie: se all’inizio del Settecento si contano infatti in Italia soltanto tre istituzioni del genere (a Firenze, Bologna e Roma), alla fine del secolo ne sono documentate quattordici. Scopo fondamentale dell’accademia è quello di fornire agli artisti tutti gli strumenti necessari a qualificare in senso positivo la professione, senza limitarsi agli insegnamenti pratici ma dedicandosi anzi soprattutto allo studio teorico, spaziando dalla geometria all’anatomia, in modo da formare una personalità di artista-intellettuale molto apprezzata all’epoca.
La scena romana è in questo senso indubbiamente dominata dall’Accademia di San Luca; fondata da Federico Zuccari (che ne fu anche primo principe) nel 1593, divenne ben presto il centro della vita artistica della città, arrivando a gestire, in un regime prossimo al monopolio, pressoché tutta la produzione artistica di Roma. Protagonisti della stagione più felice dell’Accademia furono l’antiquario e critico d’arte Giovan Pietro Bellori, che già nel 1652 assume la carica di segretario, ed il pittore Carlo Maratti (principe dal 1664): a loro si deve infatti l’elaborazione di un nuovo gusto artistico che alla rilettura delle opere di Raffaello affianca lo studio dell’antico.

Accanto all’Accademia di San Luca l’altra grande istituzione in materia artistica è rappresentata dall’Accademia di Francia, nata nel 1666 per volere di re Luigi XIV come succursale della parigina Académie Royale de Peinture et Sculpture, per offrire ai giovani artisti francesi, vincitori del prestigioso Prix de Rome, l’opportunità di studiare da vicino i capolavori del passato. Per questo gli insegnanti dell’accademia si avvalevano di un buon numero di copie in gesso di originali antichi, stimolando la costituzione di collezioni simili nelle accademie di mezza Europa, da Madrid a Düsseldorf, fino a San Pietroburgo.
Oltre allo studio dell’antico l’accademia francese, che fu anche molto attiva anche dal punto di vista degli studi e degli scavi archeologici, (l’ambasciatore Melchior de Polignac finanziò ad esempio le ricerche sull’Appia Antica) rimane per molto tempo l’unico luogo in cui esercitarsi nel disegno di modelli veri, almeno fino all’apertura dell’Accademia del Nudo del Campidoglio, voluta da Benedetto XIV nel 1754.
Le opere d’arte prodotte nelle accademie romane possono quindi essere considerate come la trascrizione fedele delle teorie neoclassiche (Winckelmann soleva infatti ripetere che “per noi l’unica via per divenire grandi e, se possibile, inimitabili, è l’imitazione dei classici”), che vengono applicate non solo alla scultura ed alla pittura, ma anche alle oggetti d’arte minore, come porcellane, servizi da tavola e mobilio, che invadono letteralmente i salotti e le residenze degli amatori.
L’impossibilità di possedere, nella maggior parte dei casi, originali antichi stimola l’inventiva di mercanti, artisti e committenti: accanto a restauri arbitrari di pezzi autentici, il cui soggetto viene spesso scientemente travisato e stravolto per venire incontro al gusto del committente, si segnalano assemblaggi di parti non pertinenti tra loro e la produzione di falsi antichi, come il celebre affresco raffigurante Giove che bacia Ganimede, considerato da Winckelmann come il più bel dipinto dell’antichità ma realizzato invece da Anton Raphael Mengs, il più sensibile seguace delle teorie del tedesco.

Molto interessante è infine la produzione di dipinti commissionati da coloro che rimasero a Roma per poco tempo e che non riuscirono a resistere alla tentazione di riportare in patria un’opera che ricordasse il viaggio compiuto e le opere viste: si tratta quindi soprattutto di ritratti in cui il soggetto fa spesso bella mostra di sé circondato da pezzi antichi o di vedute, reali o immaginarie (i cosiddetti capricci) di scorci della città. Tra i pittori che seppero in questo senso interpretare al meglio i desideri di una clientela sempre più numerosa e facoltosa vanno segnalati Gaspar Van Wittel e Giovan Battista Piranesi per le vedute e le incisioni, e Pompeo Batoni per i ritratti.