Rivive a Brera “Cristo e l’Adultera” di Agostino Carracci
di // pubblicato il 21 Novembre, 2011
Con Cristo e l’Adultera di Agostino Carracci si conclude l’impegnativo progetto di revisione della prestigiosa serie di tre dipinti dei Carracci alla Pinacoteca di Brera. Un’operazione avviata nel 2008 con il restauro della tela del cugino Lodovico Carracci, Cristo e la Cananea, e conclusasi con il restauro delle due grandi tele La Samaritana al pozzo di Annibale Carracci, presentata all’inizio dell’estate, e Cristo e l’Adultera del fratello Agostino, riportata nelle sale della Pinacoteca milanese lo scorso Ottobre dopo ben cinquanta anni.
Le tele in questione rappresentano un felicissimo momento, sia di Annibale che di Agostino, appena precedente al trasferimento a Roma (1595 per Annibale e 1598 per Agostino) al servizio del cardinal Odoardo Farnese.
Il recente restauro delle due tele dei fratelli Carracci è stato reso possibile grazie al finanziamento concesso da Credit Suisse e all’impegno dello Studio Roberta Grazioli di Bergamo, con la direzione di Ede Palmieri, responsabile della Scuola emiliana della Pinacoteca di Brera.
Per l’importanza delle opere in questione, si è voluto affiancare al restauro una serie di analisi fisiche non distruttive eseguite da Gianluca Poldi e da Simone Caglio e delle analisi chimiche microinvasive eseguite da Silvia Bruni ed Eleonora De Luca. Infine, hanno collaborato agli interventi di restauro le Dottoresse Fabiana Beluzzi e Federica Battaglia.
I risultati ottenuti, evidenziano la differenza sostanziale nella tecnica pittorica dei tre Carracci, confermando quanto gli storici dell’arte avevano notato già a livello stilistico; in particolare le opere di Annibale e Agostino, sono una risposta personale alla grande tradizione classica che a partire dal soggiorno romano avrebbe travolto i due artisti, destinati a diventare i grandi campioni del classicismo, considerati a tutti gli effetti continuatori di Raffaello.

Cristo e l’Adultera oltre ad essere stato l’ultimo dei 3 lavori ad essere sottoposto a revisione, era stato in passato il terzo e ultimo della serie dei sovraporta, disposti in sequenza all’interno di Palazzo Sampieri a Bologna. Infatti il quadro, ospita figure più piccole rispetto agli altri due, per rispettare l’effetto di successione dei piani, e si chiude nel fondale con una serie di strutture architettoniche disposte prospetticamente, sul modello della Scuola di Atene di Raffaello, di cui ne ripete anche l’impaginazione di tutta la scena.
Anche “L’Adultera”, come La Samaritana al pozzo e Cristo e la Cananea, segue le vicende storiche della collezione della famiglia bolognese Sampieri, che le porta ad entrare nel 1811 a Brera.
In questa tela probabilmente, il giovane Abate Astorre, committente dell’intero ciclo di pitture a fresco e ad olio, di palazzo Sampieri, viene ritratto da Agostino, ed è probabilmente lui il ragazzo raffigurato, seduto in primo piano rivolto verso il riguardante, avvolto in un abbagliante mantello arancione.
Questi tre lavori rappresentano l’ultima impresa collettiva bolognese dei tre cugini, subito prima del viaggio a Roma, Malvasia le ricorda come “tre storie sacre a olio che servono per sovraporta”, posizionate in sequenza prospettica nel corridoio di ingresso in un effetto di cannocchiale visivo (che spiegherebbe la diversa scala di proporzioni delle figure).
Agostino, il più colto e intellettuale dei tre Carracci, svolge la scena nel tempio, ma contrariamente alla fedeltà al racconto evangelico degli altri due dipinti Sampieri, qui la narrazione pittorica è lontana. In linea con il messaggio teologico dei tre dipinti, Agostino, sceglie un altro momento del racconto, quello del perdono: il Cristo tiene il braccio alzato e la mano aperta, quale antica imposizione delle mani in segno di assoluzione. I protagonisti ci sono tutti: la donna, dolce e remissiva, condotta con i polsi legati davanti ai giudicanti, il Cristo attorniato dagli Apostoli, gli Scribi che interrogano i grossi libri della legge, i Farisei facilmente identificabili dagli abiti appariscenti arricchiti da turbanti, alamari, pantaloni.
L’attuale restauro ha dovuto misurarsi con precedenti interventi conservativi, di cui il primo probabilmente occorso a cavallo tra fine ‘600 e inizio ‘700, al momento dello spostamento dei tre dipinti dal corridoio del palazzo Sampieri alla seconda sala affrescata, adibita a cuore della celebre galleria; sappiamo invece che l’ultimo intervento è stato effettuato da Mauro Pelliccioli in occasione dell’esposizione dei tre dipinti alla mostra di Bologna del 1956: qui le tre tele furono esposte, forse per omogeneità, senza le cornici Sampieri di cui il Ludovico e l’Annibale erano e sono tuttora dotati, ma non l’Agostino. Per questo motivo fu probabilmente necessario sostituire il telaio, come anche forse l’obbligatorietà di mettere in mostra quella fascia perimetrale di rifacimento antico, abitualmente celata dalla cornice, costrinse alla peculiarietà dell’intervento sui bordi.

Una campagna di indagini scientifiche a carattere non invasivo è stata svolta preliminarmente all’intervento conservativo sul dipinto di Agostino Carracci, seguite da un limitato numero di approfondimenti micro-invasivi su prelievi. Le analisi hanno permesso sia di confortare e supportare le scelte operative effettuate in sede di restauro, sia di comprendere l’iter creativo e la tecnica pittorica di Agostino, permettendo di confrontarla con quella espressa da Annibale e Ludovico nelle tele conservate a Brera, precedentemente esaminate per l’occasione.
Le indagini riflettografiche e le transilluminazioni hanno evidenziato una situazione conservativa compromessa da numerose cadute, anche profonde, della pellicola pittorica, integrate in epoche diverse e parzialmente alterate, altresì hanno palesato alcune modifiche in corso d’opera, lievi in genere salvo la rotazione del viso del personaggio in primo piano a sinistra, che nella prima versione, già dipinto, guardava verso l’adultera e non verso lo spettatore. Le operazioni di restauro hanno evidenziato che Agostino non si è avvalso di disegno preparatorio, se non in qualche piccolo brano di contorno, mentre ha tracciato incisioni per delineare gli elementi architettonici.
L’aspetto forse più interessante emerso dalle indagini riguarda la tavolozza pittorica impiegata e le tonalità particolarmente ricercate e quasi pastello che il pittore riesce a ottenere.
Il progetto di restauro ha risolto degli importanti problemi iconografici, rimasti aperti da anni, in merito alla scelta dei tre soggetti evangelici raffiguranti gli incontri di Cristo con le tre donne e il loro accostamento con i temi degli affreschi realizzati, sempre dai tre Carracci, nelle sale attigue raffiguranti le Virtù di Ercole. Come si dirà esaurientemente nel volume di prossima pubblicazione, è stato possibile identificare nelle tre scene dei dipinti su tela che ritmano il lungo vano di accesso alle sale affrescate la raffigurazione delle tre virtù teologali: la Carità, la Fede e la Speranza, praticandole il giovane Abate Astorre, in una sorta di percorso iniziatico per la sua carriera ecclesiastica, potrà accedere a brillanti risultati, tanto quanto l’esercizio delle virtù praticate da Ercole e raffigurate negli affreschi delle sale attigue hanno permesso all’eroe di giungere alla gloria eterna dell’Olimpo, accolto da Giove e da lui tramutato per l’eternità in splendida costellazione.