Ritrattistica rinascimentale o di come l’Italia ha fatto impazzire Berlino
di // pubblicato il 08 Novembre, 2011

Questa volta niente “pizza e mandolino” bensì un’insperata levataccia mattutina per potersi aggiudicare un passaporto per un viaggio tra i capolavori dell’età della rinascita culturale occidentale dal titolo Gesichter der Renaissance. Meisterwerke italienischer Portrait-Kunst (Volti del rinascimento. Capolavori della ritrattistica italiana) fino al venti novembre al Bode-Museum di Berlino.
Mattina autunnale berlinese, ore 9.00 in punto: la fila davanti alla cassa è già lunghissima, un po’ come se gli organizzatori volessero aiutarci ad entrare, in modo più realistico e familiare, in un’atmosfera italiana: il luogo comune che il nostro paese sia la patria delle file è ancora ben vivo e questa volta ha funto da introduzione alla mostra che presenta più di centocinquanta opere tra dipinti, sculture e medaglie, dell’epoca in cui la nostra Italia splendeva.
La gente intorno a me era entusiasta già prima di entrare; era tuttavia ignara del fatto che avrebbe dovuto aspettare almeno tre ore dopo l’acquisto del biglietto per poter finalmente iniziare il sogno. I miei pensieri, durante l’attesa, si sono fatti strada tra la memoria delle immagini del “bel paese”. Ero
ovviamente conscio del fatto che la maggior parte dei nomi accanto alle opere sarebbero stati tutti italiani ed ho così cominciato ad abbandonarmi ad un altro pensiero: non solo i nomi degli artisti in rappresentanza mi sarebbero stati familiari e possibili da pronunciare, grazie alla nostra bellissima abitudine di appoggiarci alle vocali, ma anche i nomi dei luoghi di provenienza dei prestatori delle diverse opere, mi avrebbero permesso di fare un viaggio immaginifico attraverso le molte città di cui l’Italia è piena. La maggior parte delle opere esposte, essendo state dipinte in suolo italico, pensavo fossero anche conservate presso i tanti bei musei di cui disponiamo. Oltretutto, visto il ruolo chiave che la città di Firenze ha rappresentato per la cultura rinascimentale, pregustavo già un viaggio ricognitivo tra le vie, sebbene queste medievali, della mia città natale. Mi sbagliavo. La maggior parte dei capolavori in mostra sono conservati principalmente in due musei: die Gemäldegalerie – Staatliche Museen zu Berlin e il Metropolitan Museum of Art, New York. Sono esposte inoltre opere provenienti da Parigi, Londra, Vienna ed addirittura dalla collezione privata di sua Maestà la Regina Elisabetta II. Solo cinque di loro vengono direttamente dal paese in cui hanno avuto i “natali” i loro creatori: un paio da Milano, da Bergamo, uno dagli uffizi e il busto di Niccolò da Uzzano di Desiderio da Settignano (l’attribuzione, per dovere di cronaca, è ancora dubbia) proveniente dal Museo del Bargello, uno dei palazzi e musei più belli ed interessanti del capoluogo Toscana, purtroppo sottostimato.
Non è un caso che la mostra si trovi al Bode-Museum: questo spazio espositivo fu concepito da Wilhelm von Bode come museo rinascimentale e fu inaugurato nel 1904. Sono state portate in rassegna più di ottant’anni di arte ritrattistica rinascimentale, per il piacere dell’occhio e della mente, attraverso opere che meglio illustrano le convenzioni ed innovazioni artistiche che hanno caratterizzato non solo la vita e le usanze sociali di quel periodo, ma anche quelle di epoche successive. Un criterio, quello
eletto a guida dell’esposizione da parte dei curatori, che ci permette di constatare come il rinascimento italiano sia un punto di svolta per l’arte mondiale.
Il ritratto è un genere che comincia a prendere piedi soprattutto alla fine del quattrocento e che raggiungerà i suoi apici proprio nel corso del cinquecento. Nella mostra viene spiegato, (direi piuttosto, raccontato) attraverso una struttura ben comprensibile e grazie ai precipui accostamenti delle opere, come non fosse necessaria la totale somiglianza tra il ritratto e colui che veniva rappresentato. Fondamentale era, bensì, il ruolo di mediatori che l’opera stessa doveva assumere per poter illustrare convenzioni sociali e identità culturali di un’epoca, così da poter influenzare di riflesso il “pensiero visivo” dei contemporanei e quindi anche quello di noi posteri: la profezia si è totalmente avverata. Non bisogna pensare, approcciando a quest’arte del ritratto, di essere in presenza di manifestazioni visive e figurative fini a se stessi; o prendere queste opere semplicemente come capricci di personalità rilevanti di una determinata epoca; dovremmo piuttosto interpretare quest’attività artistica come un ulteriore mezzo espressivo tramite il quale si vuole consegnare ai contemporanei (ed a noi che li abbiamo seguiti), una testimonianza degli ideali, delle suddivisioni sociali e della morale corrente di un’epoca. Fine, quest’ultimo, precipuo e fondamentale dell’arte in generale, con buona pace di alcune avanguardie artistiche del nostro secolo.
Le sezioni previste sono ben delineate e chiare: la prima riguarda Firenze, città in cui si concentra la maggior densità di ritratti autonomi di quegli anni - come poteva essere altrimenti? Un po’ di campanilismo fa sempre bene quando si vive all’estero! Si passa poi alla sezione dove vengono mostrate, in forma di antologia, le attività ritrattistiche nelle corti italiane di Ferrara, Mantova, Bologna, Urbino e Napoli. Potremmo anche per un attimo volgere lo sguardo al teatro, inteso non solo in senso architettonico ma anche drammaturgico e letterario, che dal rinascimento prende avvio, influenzando niente meno che uno dei geni per antonomasia: Shakespeare. Un nome per tutti potrebbe essere quello di Machiavelli. Non scordiamoci poi che, sempre per rimanere nell’ ambito teatrale ed architettonico, il cosiddetto “Teatro all’italiana” affonda le sue radici proprio a Firenze grazie al grande senso mecenatesco della famiglia Medici, altra grande protagonista della mostra stessa. Ma senza indugiare troppo su questo è meglio passare alla terza ed ultima sezione dove si incontra la famigerata città di Venezia. Proprio in laguna si incontra una tradizione di ritratti che si sviluppa in un periodo piuttosto tardo (16° secolo) ma che permetterà alla città di conquistarsi una posizione molto rilevante ed influente nello sviluppo di quest’arte.

La mostra si snoda attraverso diversi saloni pitturati (presumo per l’occasione) con una vernice grigio scura e senza illuminazione diffusa, ci sono solo singole luci dedicate appositamente ad ogni opera della collezione. Gli ambiente volutamente bui e “focalizzati”, riescono ad esaltare, per contrasto, la bellezza e la lucentezza delle opere, evitando allo spettatore eventuali distrazioni esterne. A voi non resta quindi che liberare l’immaginazione e farla correre attraverso le pieghe dei colori e sentirvi, almeno per un attimo, uno dei tanti personaggi di quell’epoca. Questo processo onirico risulterà più efficace se proverete a dimenticare le vostre eventuali conoscenze teoriche di storia dell’arte e quant’altro e pensarvi a tutti gli effetti dei protagonisti nobili e nobilitati di un’epoca così ricca di alta cultura. Se vi abbandonerete completamente al gioco vi sarà permesso qualsiasi tipo di immedesimazioni. Chi di voi possiede un’alta stima di se stesso potrà addirittura sentirsi Giuliano de’ medici. Se poi il vostro animo avrà voglia di un sogno in “grande stile” potreste provare ad immaginarvi come La dama con l’ermellino di Da vinci, collocata, a mo’ di epifania, nell’ultimo salone dell’esposizione mentre ci indica la profana indicazione “Ausgang”.

Quando si esce dalla mostra non preoccupatevi se vi sopraffarà un moto d’orgoglio per ciò che i nostri antenati ci hanno insegnato e quindi donato. È necessario, però, che questo orgoglio dia i suoi frutti e che permetta quindi a noi italiani di ritornare in sella in maniera decisa. Per “noi” questa mostra è anche una sorta di riscossa, nei confronti dell’immagine che in questo momento storico, il nostro paese dà di se stesso all’estero ed anche un chiaro messaggi di “non capitolazione”. Nel passato, più o meno remoto, la stima da parte degli “altri” ce la siamo conquistata anche a “colpi di cultura” e, per dirla tutta, ci ha fatto anche “mangiare” per secoli: non lasciamo però che il compito di rappresentanza sia ancora svolto, solo, da personalità ultracentenarie, sebbene siano essi nobilissimi esempi e pietre miliari non solo per l’Italia. Se ci mettessimo davvero all’ascolto riusciremmo a sentire che sono proprio loro che ci chiedono di essere lasciati liberi di andare in pensione: a cinquecento anni si è troppo anziani per fare ancora gli ambasciatori.