Rita Botto: elaborazione, letteratura e teatralità

di Ferdinando D'Urso // pubblicato il 15 Gennaio, 2012

Buio in sala, una voce recita una delicata poesia di Nino Martoglio, L’Amuri. Quando si accendono le luci i musicisti sono già schierati pronti per eseguire una canzone classica del repertorio siciliano, Amuri amuri, rivisitata con una tavolozza di colori che attinge dal jazz e dalla world music e sfrutta in maniera sapiente le possibilità del sassofono baritono che ora puntella ritmicamente, ora canta negli acuti. Così la cantante Rita Botto ha deciso di introdurre alla sua performance - organizzata dall’Associazione Catania Jazz il 29 Dicembre 2011 - il suo sempre numeroso pubblico di aficionados assiepato sulle gradinate del Ma di Catania. Ad accompagnarla Carlo Cattano ai sassofoni soprano e baritono e al flauto contralto, da Giuseppe Finocchiaro al pianoforte, da Giovanni Arena al contrabbasso e da Ruggero Rotolo alla batteria.

Il concerto si regge sostanzialmente su tre pilastri, come la Sicilia nella leggenda di Colapesce: elaborazione musicale, legame con la letteratura siciliana e teatralità nell’esecuzione. Il repertorio è quasi tutto tratto dal folklore siciliano; canti popolari dunque, che in questa occasione si ritrovano vestiti di una nuova esteriorità volta ad esaltarne l’intrinseca poesia. Sono conservati però i motivi portanti. Si balla in maniera spensierata (Lu matrimoniu), si riflette su tematiche sociali come in A tirannia, canzone delle solfare qui diventata un esperimento etno-rock crudo e violento con un assolo di pianoforte sofferto che utilizza potenti bassi e rapidi cluster nella zona acuta; si medita sul sentimento d’amore; si cullano i bambini con la delicata e sincera ninna nanna A vo nella quale gli strumenti si inseriscono ad uno ad uno dondolando gli ascoltatori. L’attenzione alla tradizione fa capolino anche nelle tecniche utilizzate dai musicisti: marcata l’attenzione al timbro sia da parte della signora Botto - la sua voce si fa ora nasale, ora gutturale come sono soliti fare i cantori popolari che spesso cercano la “sporcatura” perché sia sale dell’esecuzione - che del maestro Rotolo che spesso suona la batteria con le mani per ottenere un suono più ancestrale ed etnico. Il canto dei carrettieri che viaggiavano in lungo e in largo per la Sicilia diventa nella rilettura di Rita Botto un blues mediterraneo basato sulla ciclicità ritmica delle sonagliere dei cavalli, delle ruote di legno e degli zoccoli sulla strada. Occasione per mostrare l’ontologica musicalità del dialetto siciliano - come di tutte le lingue chiaramente - è la recitazione di una serie di scioglilingua che sfociano in una virtuosistica esecuzione vocale tutta basata sulla possibilità di creare suggestioni ritmiche segmentando le parole e rendendole suoni percussivi.
Il legame con la letteratura siciliana più recente è chiaro. Abbiamo visto Martoglio e si potrebbe citare anche una bella prosa lirica - piena di rime interne - nella quale Ignazio Buttitta racconta un episodio di cronaca nera usata come introduzione a C’è la luna ‘n mezzu o mari, brano che ci ha regalato un bell’assolo di sax soprano che ride beffardo. Pirati a Palermo, scritto sulle profonde immagini dello stesso autore, è un’amara considerazione dello scempio che una cattiva condotta politica fa dell’Isola.

Rita Botto è catanese non solo per nascita ma anche - e soprattutto - negli atteggiamenti: il suo viso, estremamente mimico, rende espressiva qualsiasi sua interpretazione spingendola al limite della teatralità. Il pubblico, soprattutto quando ospitato da un ambiente piccolo e intimo come in questo caso, è portato a sviluppare una naturale simpatia (nel senso etimologico di sentire insieme) con le emozioni della cantante, soffrendo nei momenti più crudi e ridendo a crepapelle in quelli più ilari. È questo il caso di Rosa, divertente canzone dalle sonorità latino-americane in cui il protagonista, malandrino di cui tutte le donne sono innamorate, è irrimediabilmente attratto solo da Rosa e arriva ad affermare che qualora non riuscisse ad avere la sua amata preferirebbe prendere i voti certosini. Ancora una volta è Buttitta a venire in aiuto del gruppo con la sua poesia Dimmillu doppu, lamento di un amante che deve inesorabilmente sentirsi chiedere “Dimmi se m’ami” nei momenti di più alta passione dalla spoetizzante compagna. Dimmillu doppu, che fa da introduzione al meraviglioso canto d’amore Cu ti lu dissi, viene recitato dalla Botto con l’aiuto di Carlo Cattano che, ripetendo la famigerata domanda, si presta a fare da spalla ottenendo sempre un grande plauso dal pubblico che ride di cuore,

Una menzione a parte meritano le splendide reinterpretazioni di Stranizza d’amuri - sincera rimembranza di Franco Battiato - e de Lu pisci spada di Domenico Modugno.
Nonostante il repertorio presenti solo brani cantati in dialetto, rimane fruibile a tutti, siciliani e non. Il concerto risulta gradevole, garbato, adatto ad un pubblico colto che desidera passare la serata in compagnia di quelli che alla fine dello spettacolo sono diventati ormai degli amici.

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Rita Botto

- La cantante Rita Botto
  © 2006 Sergio Bonuomo

- Un'altra immagine suggestiva
  dell'artista siciliana

- Un momento dello spettacolo

- Durante una performance