“Revenants” e musica fra le Cariatidi di Palazzo Reale
di // pubblicato il 10 Ottobre, 2011
Per usare una metafora del pittore e poeta William Blake, l’opera di Ciaccio non è come il pozzo, che contiene una quantità misurabile di elementi, ma come una fontana che tracima, qualcosa il cui senso continua ad essere incessantemente erogato e sovrabbondante.

Fino a domenica 20 novembre 2011, l’affascinante ambientazione della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano ospiterà l’installazione delle grandi lastre in ferro e rame e delle tele cangianti, dal blu al viola, di Roberto Ciaccio.
L’esposizione monografica “Roberto Ciaccio Inter/vallum” viene a relazionarsi in questa sede con lo spazio e con l’architettura dopo essersi confrontata con la filosofia (Berlino 2006 Kulturforum Kupferstichkabinett Musei Statali) e con la musica (Roma 2008 Istituto Nazionale per la Grafica – Palazzo della Fontana di Trevi). L’insieme delle opere esposte costituisce un lavoro site specific, in intimo rapporto cioè con l’identità architettonica del luogo. È nella Sala delle Cariatidi, ricordiamolo, che fu allestita, nei primi anni cinquanta, una straordinaria personale di Picasso, a cui seguì poi l’altrettanto storica mostra surrealista proveniente dalla Raccolta Guggenheim. Da allora la location ha mantenuto un carattere magico fatto da una temporalità sospesa che ben si sposa con la poetica del tempo, della traccia e della revenance espressa dal lavoro di Ciaccio.
Tra il ritmato scandirsi a intervalli delle Cariatidi le grandi lastre di metalli diversi, ferro, rame, ottone, zinco, e le grandi opere su carta, così come la serie dei piccoli fogli di papier japon, aprono spazi illusori tridimensionali al proprio interno attraverso le stratificazioni dei piani e delle impronte cromatiche. Dalla sottile modulazione dei colori dal timbro oscuro, quali il viola e il blu, i rossastri e i bruni, in un continuo affiorare e scomparire dell’immagine, scaturiscono figure come presenze fantasmatiche: i revenants.

I caratteri cromatici ed il ritmo delle variabili luminose delle sequenze inducono ad un pensiero visivo intensamente musicale. Già nelle sue prime esposizioni Ciaccio cerca di aggiungere il suono alle immagini per risvegliare il loro potenziale latente. Ciò nasce non dal desiderio di potenziare l’impatto della sua opera, quanto dalla necessità di evocare e sviluppare certe risonanze all’interno di essa producendo il passaggio da una sfera a un’altra dei nostri sensi. Nella natura iterativa di alcune composizioni come il Mantra di Stockhausen si possono individuare corrispondenze precise con le immagini di Ciaccio. Queste esplorazioni del regno visivo e di quello musicale riconoscono che ogni suono, colore, o riverbero può apparire in molteplici manifestazioni e sparire in modi sorprendenti: è noto che il suo lavoro ha ispirato originali partiture per pianoforte.
Le opere dell’artista ci emozionano e ci coinvolgono intellettualmente. Perché ci conducono entre, ovvero “tra” (nell’intervallo che ci separa da loro) e “dentro”, nella profondità in cui ci invitano. Emettono vibrazioni magnetiche e sottilmente inquietano. Dalle sovra-impressioni dei fogli inchiostrati sulle lastre e dalle lastre stesse risorgono, come spettri provenienti dal passato, gesti impressi nella memoria dei materiali, simboli appena accennati (porta, soglia, croce). La serie di opere Revenants con le sue variazioni cromatiche, degli intensi blu elettrici, evoca fantasmi di immagini in cerca di definizione senza però voler trovare forme compiute. Sono come memorie che urgono ma che non riusciamo a fissare.

Le stampe costituiscono il risultato più recente del lungo sodalizio con Giorgio Upiglio e della collaborazione con Alberto Serighelli. Il lavoro di Ciaccio mette in discussione i fondamenti della stampa originale ridefinendo le modalità tradizionali degli strumenti così come il concetto di matrice, di serialità e di riproducibilità tecnica. Esse sono al tempo stesso identiche alla matrice da cui vengono tirate e devianti, per quanto limitati possano sembrare i margini di variazione. Con un’inchiostrazione nuova e differente per ogni tiratura, Ciaccio realizza qualcosa di diverso dalla comune monostampa: ogni immagine viene prodotta da una lastra di metallo per mezzo di un processo individuale in cui l’inchiostrazione prende il posto della “pittura”. Egli rompe il processo rituale della stampa, sovvertendolo nella sua fase più delicata, nel trasferimento cioè dell’inchiostro dalla lastra alla carta. In altri termini, separa l’immagine dalla sua origine.