Restituzioni eccellenti in mostra a Palazzo Pitti
di // pubblicato il 18 Aprile, 2011
Viviamo in un paese ricco di opere d’arte, che lo rendono unico ed inimitabile. Le nostre città, i nostri territori, sono costellati di chiese e dimore che vantano preziosi manufatti artistici dei quali dobbiamo tenerci da conto sempre di più, perché sono la più chiara e tangibile testimonianza della nostra cultura. Non è facile reperire continuamente i fondi necessari per poter mantenere le opere d’arte nelle adeguate condizioni, anche perché il restauro è una operazione delicata, critica, che va intrapresa secondo le giuste metodologie e, quindi, ha i suoi costi.
Per questo motivo il programma chiamato Restituzioni, realizzato per la prima volta nel 1989 da una idea di Feliciano Benvenuti allora presidente della Banca Cattolica del Veneto, e giunto oggi al suo 15° compleanno, è uno dei fiori all’occhiello della collaborazione che si può instaurare fra pubblico e privato per un obiettivo comune: il restauro delle opere d’arte.
Con cadenza biennale il programma Restituzioni assicura il supporto economico per il restauro di opere che vengono segnalate dalle Soprintendenze italiane in base alle varie necessità. Con la efficace collaborazione fra Intesa Sanpaolo, il privato, e le Soprintendenze, il pubblico, si è messa a punto una strategia che ha reso possibile un discorso ben più articolato e prolungato nel tempo, rispetto agli interventi di sponsorizzazioni occasionali.

Come accade sempre, dopo i restauri viene mostrato il risultato; quest’anno la mostra, curata da Carlo Bertelli, è stata organizzata nella Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze perché due opere toscane di grande peso sono state restaurate grazie a questo programma. Anche quest’anno le opere prese in considerazione spaziano dai manufatti archeologici all’arte del secolo scorso, e vengono da diversi territori italiani, dal Piemonte alla Puglia. Questa scelta permette di poter vedere accostati nelle mostre, e raccontati nei cataloghi che sempre ed in modo eccellente le accompagnano, oggetti di diverse provenienze, che solitamente non verrebbero affiancati, creando una eccellente casistica dei restauri affrontati in questi ventidue anni anche in territori lontani fra loro.
Il Tabernacolo dei Linaioli, del quale vi ho parlato lo scorso 31 marzo, è stato restaurato grazie al programma, insieme alla presenza generosa di A.R.P.A.I.-
Associazione per il restauro del patrimonio artistico italiano- e per questo ha avuto una sua mostra monotematica in San Marco. L’eccellenza di questo restauro è l’espressione chiara delle linee programmatiche di questo connubio che è attento soprattutto alla scelta degli operatori dei restauri, scegliendo il personale qualificato sulla scorta dell’esperienza delle soprintendenze, ben consapevoli delle loro responsabilità.

A Palazzo Pitti potrete quindi trovare, tornato da una cura che ne ha restituito vigore e consolidato la superficie di invetriatura, il famoso e criptico fregio della Villa di Poggio a Caiano, in terracotta invetriata, probabilmente commissionato da Lorenzo il Magnifico per la sua nuova residenza di campagna. Cinque pannelli che ancora nascondono il loro intimo significato e che, grazie anche al restauro, sappiamo sono stati realizzati da mani diverse, forse su disegno di Bertoldo di Giovanni.
Cosa significherà la serie incredibile di episodi che si dipanano fra bianco e azzurro e che decoravano il frontone timpanato della stupenda architettura di Giuliano da Sangallo?
Per alcuni studiosi potremmo leggerci la scelta delle anime secondo il mito platonico (narrato da Platone nella Repubblica), mentre altre interpretazioni guardano al tema della circolarità del tempo e della natura con l’alternanza di mesi e stagioni, per finire in una celebrazione del fecondo periodo mediceo come novella età dell’oro. Capolavoro emblematico della Rinascenza fiorentina, è arrivato fino a noi senza documenti che ne accertino la paternità, tanto che per alcuni studiosi potrebbe essere di mano di Andrea Sansovino, collaboratore di Giuliano da Sangallo, né sappiamo quali e di chi siano i concetti rappresentati con un linguaggio classico di carattere quasi archeologico.

E’ un’opera formata da quarantasette pezzi di cottura, che purtroppo ha subito nel corso del tempo svariati guasti, causati anche dagli agenti atmosferici, come i fulmini, che lo hanno danneggiato e che ne hanno distrutto alcune porzioni. Oggi lo ammiriamo con delle integrazioni per le parti mancanti e con “ricucitura unitaria delle numerosissime parti frammentarie e lacunose, che disturbavano fortemente la visione dell’opera”.
Il monumentale busto di Atena, copia romana di un originale greco, proveniente dal Museo Archeologico Nazionale di Venezia, ci accoglie al centro della Sala Bianca in tutta la sua ritrovata bellezza.
E’ una incredibile marmo nato dalla fusione di una testa antica del II sec. d.C. e un busto con corazza realizzato nel restauro integrativo del Cinquecento; i classici lineamenti del volto, un ovale perfetto, della dea, idealizzato ma espressivo, sono impreziositi dal raffinato lavoro rinascimentale, che simula una corazza squamata con la testa di Medusa, ricavata da un unico pezzo di marmo, al quale poi è stato aggiunto un busto più grande, formato da quattro blocchi distinti, per dare vita alle spalle ed al seno della dea.

L’opera apparteneva ad uno dei grandi collezionisti del Rinascimento, Giovanni Grimani, Patriarca di Aquileia, che la espose nello scrigno più prezioso della sua collezione nella sua dimora a Santa Maria Formosa: la cosiddetta Tribuna di palazzo Grimani.
Dalla collezione di Brera torna a rinascere il San Sebastiano di Dosso Dossi: una visione limpida della superficie pittorica liberata dalle macchie, dalle vernici disomogenee e scurite dei passati restauri, rende ora possibile una analisi critico-stilistica di più ampio respiro.
Realizzata verso il 1524, la tavola era collocata nella chiesa dell’Annunciata di Cremona fino al 1808 ed entrerà nella galleria milanese con l’attribuzione a Giorgione, che verrà corretta dal Cavalcaselle restituendo la paternità al Dosso.

Nella sua pittura senza disegno, il Dosso costruisce la figura del Santo secondo approssimazioni che pian piano lo condurranno a questa posa del corpo e del volto, come si evince dalle radiografie che illustrano tutti i cambiamenti e i ripensamenti dell’artista prima dell’idea conclusiva.
All’inizio aveva dipinto, infatti, un San Sebastiano rivolto a sinistra, con le gambe discoste fra loro e poggiato sull’arto di destra; il panneggio appariva da dietro gonfio come una vela e scendeva fino a cingergli i fianchi, in una posa d’estasi mutuata dalla pittura di Tiziano. La versione definitiva è invece approdata ad un Sebastiano atteggiato in una lenta rotazione verso destra di tutto il suo corpo, che doveva apparire ancora più evidente nella misura originale del pannello, decurtato all’ingresso in Galleria di Brera di quasi quaranta centimetri in altezza. Il prezioso mantello verde che lo cinge sottolinea ed accentua con innumerevoli e leggerissime pieghe questa complessa posa plastica.
Grazie al restauro il paesaggio sul quale si apre l’arco a conci di questa mirabile scena di martirio è tornato ad illuminare il morbido nudo del Santo, pur se molte delle velature finali date dal pittore sono purtroppo irrimediabilmente perdute.

Un lungo ed affascinante elenco, le opere che sono pronte per essere riscoperte in questa mostra di Palazzo Pitti.
Affascinante il bronzetto che raffigura una coppia abbracciata risalente all’ VIII-VII sec. a.C. di provenienza meridionale ma trovato ad Este (Padova) negli anni Trenta del Novecento: un abbraccio di un mondo lontano e di un tempo lontano che ci parla di amore.
O il San Michele Arcangelo dal Seicento barocco napoletano, in argento, bronzo e rame, proveniente dalla Cappella del Tesoro di San Gennaro del Duomo di Napoli, opera di Lorenzo Vaccaro, uno degli artisti più abili della sua epoca, nonché personalità poliedrica di architetto e pittore oltre che scultore.

Si approda alla pittura di fine Settecento con il ritratto di Domenica Volpato, che ci sorride, ruotando leggermente il busto e posandoci sopra i suoi grandi e lucidi occhi scuri; il dipinto è opera di Angelica Kauffmann, datato al 1791 circa, una delle più raffinate interpreti di questo genere, amica di Ghoete e della stessa Domenica Volpato, qui ritratta con forte sentimento introspettivo.

Questi sono solo assaggi dei tanti capolavori che hanno avuto modo di essere “curati” e di tornare ad essere fruiti dagli amanti dell’arte, che è uno dei principali motivi per cui dovremmo conservare con cura il nostro patrimonio storico-artistico.
In più di venti anni di attività Restituzioni ha restaurato e restituito alla collettività oltre 600 opere d'arte.Il programma Restituzioni merita quindi non solo grande accoglienza di pubblico ma anche una, quando possibile, emulazione, , sperando che molti decidano di intraprendere con lo Stato italiano e le sue Istituzioni analoghi percorsi di collaborazione per la tutela e la conservazione del nostro paese, definito sul “Guardian” del 15 Novembre 2010 “the cultural heart of Europe”.
