Raffaello Sanzio da Urbino

di Gian Luigi Zucchini // pubblicato il 15 Aprile, 2009

Non era sembrato, eppure era già l’alba, quando la compagnia, radunata nella sala delle Veglie del Palazzo d’Urbino, che fino ad allora aveva ascoltato le serene disquisizioni di Pietro Bembo intorno alle qualità più nobili della vita e dell’uomo, “si levò in piedi con molta meraviglia, perché non pareva che i ragionamenti fussero durati più del consueto”.
Così scriveva Baldassarre Castiglione concludendo il suo ‘Cortegiano’, e continuava poi: “Aperte adunque le finestre da quella banda che dal palazzo riguarda l’alta cima del monte Catri, videro già esser nata in oriente una bella aurora di color di rose, e tutte le stelle sparite, for che la dolce governatrice del ciel di Venere, che della notte e del giorno tiene i confini; dalla qual parea che spirasse un’aura soave, che di mordente fresco empiendo l’aria, cominciava tra le mormoranti selve de’ colli vicini a risvegliar dolci concenti dei vaghi augelli”.
Il ‘Cortegiano’ usciva nel 1528, ma era stato portato a compimento tra il 1513 e il 1518, e già abbozzato dopo la morte del duca Guidobaldo di Montefeltro, avvenuta nel 1508.

Osserviamo ora il paesaggio delle opere di Raffaello, anche quelle più acerbe e giovanili, dipinte ai primi del Cinquecento, che la mostra “Raffaello e Urbino” (in corso presso il palazzo Ducale fino al 12 luglio. Catalogo Electa) ci propone, e vediamo che sembra davvero scorrere nei dipinti quell’alito di freschezza mattutina, quella nitida luce “di color di rose” che trasfigura le cose e rende come impalpabili i lontani profili delle colline.
C’è come una sintonia tra la scrittura e la pittura, una specie di sinestesia che si fa interprete di un modo di sentire diverso dal passato. Ed infatti il ‘Cortegiano’ riassumeva un clima ed una stagione, fiorita sui germogli dell’umanesimo e del Rinascimento, ed aperta ora a quel clima che suggeriva nuove interpretazioni dell’uomo e più profonde ed intense perlustrazioni dei sentimenti e degli affetti. Il secolo si spalanca dunque su un modo nuovo di sentire, di esprimersi, ed anche di vedere: un saper guardare con occhio diverso l’uomo, i suoi atteggiamenti, i suoi comportamenti, come farà Michelangelo, e poi la natura, le cose, la luce, l’aria, e sentirne anche le vibrazioni, quasi i soppesamenti, come Leonardo da Vinci; e sorge dunque un modo di palesarsi ed attuarsi che Vasari definirà ‘maniera moderna’.
Raffaello, essendo nato nel 1483, aveva cominciato a respirare questo clima, in cui era poi cresciuto, a contatto con un ambiente ricco di suggestioni e di sollecitazioni umanistiche com’era quello di Urbino. Il padre, Giovanni Santi, ne frequentava la corte, riportando il gusto, la grazia e le qualità di una cultura fatta di eleganza intellettuale e di esemplare raffinatezza. È stata giusta ed opportuna, quindi, la scelta fatta dagli organizzatori, di aprire la mostra esponendo opere di questo artista; ed attraverso essa indagare poi l’arte del giovane Raffaello, mettendola peraltro in relazione con il clima che animava la città e la corte.
Consideriamo allora, non potendo farlo con tutte le opere, uno soltanto tra i primi lavori eseguiti dal giovane Raffaello, dove si leggono peraltro già le qualità eccelse che ne caratterizzeranno la più matura stagione.

Si tratta del “Sogno del cavaliere”, dipinto con molta probabilità nel 1504, dove si coglie la ricchezza di un clima germogliato in quella moralità neoplatonica tipica del primo Cinquecento e particolarmente della corte urbinate, folta di sollecitazioni razionali, estetiche ed etiche che confluivano poi in un’idea di perfezione, di respiro ampio ed elevato, entro peraltro un’atmosfera di grazia e di dolcezza.
Qui comincia a caratterizzarsi quella che sarà la grande arte di Raffaello, essendoci già elementi di fondo che la distinguono: il richiamo allegorico, la grazia delle figure, la chiarità del paesaggio.
Per il primo aspetto, si accetta ormai definitivamente la versione dello Chastel, che interpreta l’allegoria come il Somnium Scipionis, tema assai ricorrente nella cultura neoplatonica.
Le due figure che vegliano il cavaliere addormentato sono Minerva, simbolo delle superiori dignità, e Venere, simbolo delle glorie e dei piaceri terresti. Esse si propongono al cavaliere, il quale dovrà scegliere quale delle offerte seguire: la prima, che presuppone faticoso ed arduo cammino e porta alla cime di un alto colle, simbolo di elevata e rara virtù; oppure la seconda, di più felice e serena percorrenza. Entrambe, peraltro, sfociano poi in una serenità di colline che si perdono nell'infinito.
Le figure rappresentano, nella loro aggraziata bellezza, l’ideale perfezione classica che vuol essere, più che un segno di distinzione estetica, un rimando alla compiutezza anche etica ed interiore dell’uomo, in perfetta integrazione con quella fisica e visibile. Ed è una grazia che fiorisce anche nella musica, frequente nella corte di Urbino, che accompagnava, tra una conversazione e l’altra, la lettura e la danza: una musica dove le rigide linee del contrappunto si ammorbidiscono e formano la nuova armonia su cui si innesta, semplice e dolce, la innovativa melodia, che suggerisce movenze aggraziate nella danza, e che Raffaello sembra quasi cogliere, nei suoi dipinti, estraendone le linee eleganti per riprodurle in aggraziate movente.

Il paesaggio infine, richiama, nella purezza della luce che prevale via via sull’oscurità della notte, la descrizione con cui si chiude il ‘Cortegiano’: cioè una visione anche emotiva della natura, un sentimento, si potrebbe dire, della luce, che si traduce nella poesia dell’idillio, dove si intrecciano lirica e mito, come nei seguenti versi dei primi del Cinquecento, di Francesco Maria Molza, un poeta di ascendenza petrarchesca, che citiamo ad esempio, indicativo peraltro di un clima e di un modo di intendere il paesaggio: “ridono i campi, e in mezzo i verdi prati / ogni tenero fior par che sfaville; /e perché dolcemente altri sempr’ami / l’acque parlan d’amor, e l’ora e i rami”.

È la fresca delicatezza paesaggistica che caratterizza anche l’opera del Raffaello più maturo, e che si vede pure in diverse opere in mostra, come per esempio nella “Sacra Famiglia con Agnello”, dove il volto della Vergine si colloca con dolce movenza tra rocce scoscese (citazione lontana di Mantegna, e pure del contemporaneo Pintoricchio), e i monti lontani sono sfiorati appena da una luce viola rosato. In queste atmosfere emerge la grazia, la bellezza dei volti.
Non ci si può attardare oltre su quest’altro pur importante aspetto. Soltanto si vorrebbe notare la grande abilità nel disegno dimostrata dall’urbinate fin da giovanissimo, sorprendente per sicurezza e modernità, che presuppone la frequentazione assidua di una bottega come quella del Perugino, dove la pratica disegnativa era di primaria importanza. Ma, oltre a ciò, la bellezza preziosa e perfetta dei volti e delle figure che l’artista dipingeva fin da giovanissimo (si veda ad esempio, la testa di ‘Angelo’, 1500-1501, logo della mostra, e l’’Autoritratto’ degli Uffizi) stanno a dimostrare la precocissima, folgorante maturità artistica di un genio assoluto quale fu Raffaello Sanzio da Urbino.

 

Dettagli

RAFFAELLO E URBINO
Galleria Nazionale delle Marche

DIDASCALIE IMMAGINI RAFFAELLO

  • Quattro cavalieri e un nudo maschile a piedi
    penna su carta bianca
    mm. 273x402 penna su carta
    Firenze, Galleria degli Uffizi-Gabinetto disegni e stampe
  • Allegoria, Sogno del Cavaliere
    Tavola
    cm.17,1x17,3
    Londra, National Gallery of Art
  • San Michele
    Tavola
    cm. 30,9 x 26.5
    Parigi, Louvre
  • San Sebastiano
    Tavola
    81 43x34 (con cornice cm.68x58x6,2)
    Bergamo, Pinacoteca Accademia di Carrara

Mappa

Dove e quando

  • Date : 03 Aprile, 2009 - 12 Luglio, 2009
  • Indirizzo: Urbino, Palazzo Ducale - Piazza Duca Federico, 107

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