Raffaello. Lo sposalizio della Vergine

di Adele Tacchi // pubblicato il 22 Marzo, 2009

Nell'ambito delle celebrazioni del bicentenario della Pinacoteca di Brera è stato presento giovedì scorso Lo Sposalizio della Vergine di Raffaello dopo il restauro e la ricollocazione nel percorso museale.
Sono stata ieri mattina alla Pinacoteca per osservare da vicino l'opera restaurata e vi assicuro vale un viaggio a Milano.
Mi ha sorpreso però constatare come, la coda per ammirare le quattro opere di Caravaggio se ne stava in paziente attesa con un bigliettino che permetteva di restare nella sala solo dieci minuti, stranamente, non era altrettanto numerosa fuori della sala XXIV.

Dipinta nel 1504 per la chiesa francescana di Città di Castello e collocata sull'altare di San Giuseppe, nel 1798 fu donata dalla cittadinanza a Giuseppe Lechi, generale dell'armata francese, l'opera è senza dubbio una delle icone (con il Cristo morto di Mantegna, il Bacio di Hayez la Pala di Montefeltro di Piero della Francesca) della Pinacoteca.
Acquistata nel 1803 da Giacomo Sannazzari e donata l'anno successivo all'Ospedale Maggiore di Milano venne poi acquisita e destinata con decreto vicereale di Eugenio di Beauharnais alla Pinacoteca, grazie anche all'interessamento di Giuseppe Bossi, allora segretario dell'Accademia di Belle Arti.

Molti i restauri nel tempo: il primo, forse risalente al Settecento, è noto solo attraverso la descrizione che ne fa nel 1858 il pittore e restauratore Giuseppe Molteni, incaricato di eseguire in quello stesso anno un intervento essenziale sia sul supporto che sulla superficie pittorica, documentato da una dettagliatissima relazione.
Un altro sicuro restauro nel 1958 (a seguito delle martellate di uno squilibrato che colpì il gomito e il ventre della Vergine) fu affidato a Mauro Pelliccioli che si limitò alla stuccatura e all’integrazione dei danni procurati dallo sfregio vandalico.
Dagli anni ottanta sono state eseguite indagini non invasive per approfondire la conoscenza dell’opera e del suo stato di conservazione.

Dopo centocinquanta anni dal restauro di Molteni, l'immagine dello Sposalizio era offuscata dall'slterazione dei materiali superficiali ed era necessario intervenire con l'obiettivo di restituire leggibilità alla cromia del dipinto offuscata dalle vernici ossidate, dalle patinature localizzate e dai ritocchi alterati e di consolidare alcuni sollevamenti della pellicola pittorica.
Lavoro affidato ai restauratori della Soprintendenza, Paola Borghese, Andrea Carini e Sara Scatragli con la direzione di Matteo Ceriana ed Emanuela Daffra. In fase preliminare è stata eseguita la diagnostica volta al riconoscimento della tecnica esecutiva e degli interventi precedenti realizzata sia dal Laboratorio Fotoradiografico interno, sia dai maggiori istituti di ricerca nazionali, quali l’Università degli Studi di Milano, l’ENEA di Roma e Università degli Studi di Bergamo.
Lo staff interno dei restauratori ha lavorato nel box trasparente montato nella sala XVIII (ospita i restauri di grandi dimensioni o di particolare rilievo, rendendo così le attività del laboratorio, parte integrante dei percorsi didattico-espositivi del museo).
Le fasi dell’intervento possono essere approfondite attraverso i materiali che sono raccolti nel sito della Pinacoteca alle pagine attivate per:
diagnostica
-  storia conservativa ed interventi precedenti
relazione di Giuseppe Molteni del Giugno 1858
-  intervento di restauro
- antologia critica
Ricollocata al suo posto, nella stessa sala, una videoproiezione ne illustra la storia e le fasi salienti del restauro.

Discorso a parte per la cornice con una raffinata decorazione, in puro stile neoclassico, frutto di sraordinaria abilità tecnica e grande invenzione decorativa.
Il repertorio ornamentale costituito da racemi, fiori, vasi, erme, cammei ovali e tondi, animali dalle forme fantastiche, cesti e acanti sembra rimandare alla migliore tradizione dei più raffinati virtuosismi ancora settecenteschi: gli arredi per il Palazzo Reale di Torino, gli stucchi della Sala di Niobe agli Uffizi, i lavori per la Villa Reale di Monza.
Non si sa a chi fu commissionata la preziosa incorniciatura anche se nel catalogo dedicato al restauro edito da Electa, Matteo Ceriana ne ha in parte ricostruito le vicende e prudentemente proposto un'attribuzione.
Non esiste traccia che indichi con quale cornice il dipinto sia arrivato a Brera nel 1805, forse non ne aveva (a Città di Castello nel XVIII secolo era completato da una complessa soasa in stucco e marmo) ed è probabile che fu immediatamente messa in cantiere realizzandola più ricca delle semplici, lineari cornici dorate che si stavano nel frattempo approntando per gli altri dipinti della Pinacoteca.
L'elaborata cornice, ora recuperata dopo un lungo e complicato intervento di restauro, per il repertorio ornamentale e la straordinaria qualità tecnica del manufatto potrebbe essere attribuita alla migliore produzione di Giocondo Albertolli, decoratore e architetto, nonché docente di ornato all'Accademia di Belle Arti di Brera proprio in quegli anni.
Va anche detto che quando Giuseppe Molteni affrontò il restauro della preziosa tavola avrebbe voluto valorizzarla con una incorniciatura in stile di primo Cinquecento, sostituendo la cornice neoclassica piuttosto ammalorata, però il progetto non ebbe seguito.
Affidata per circa un anno alle cure di Patrizia Fumagalli, con la collaborazione di Antonella Ortelli e di Luca Quartana, nonché Fabio Frezzato per le indagini diagnostiche, che dopo analisi, rilievi e mappature dei rifacimenti e delle dorature, hanno proceduto al restauro vero e proprio sotto la direzione di Matteo Ceriana e di Emanuela Daffra.

 

Dettagli

Didascalie immagini

  • L'opera dopo il restauro
  • Particolare centrale
  • Allestimento 1903
    Direttore Corrado Ricci
    Foto Treves 
    Sala XXII
    Era l'unica opera esposta nella sala: la tavola con la sua cornice ottocentesca era collocata entro una struttura lignea, tra drappeggi in velluto verde.
    Cfr. L'Illustrazione Italiana, XXX, 23, 7 giugno 1903 e F. Malaguzzi Valeri
    Catalogo della R. Pinacoteca di Brera, Bergamo 1908, pp. 266-269
  • Piero Portaluppi, allestimento 1925
    Direttore Ettore Modigliani
    Foto G. Bassani 
    Sala XXIII
    Lo Sposalizio era esposto con altri dipinti umbro-marchigiani, tra cui la Pala di Piero della Francesca, ma era l'unico presentato entro una boiserie in noce scuro a pannellature su tre ordini, scandite da lesene; l'insieme "fingeva" un'abside dotata di altare, completato dalla pala centinata con la sua cornice ottocentesca coronata da un timpano appartenente alla boiserie.
    L'opera riceveva luce da un ampio lucernario, ricavato nel soffitto a lacunari; il pavimento della sala era in parquet e in noce erano l'alto zoccolo e gli stipiti delle porte.
    Cfr. M. Salmi, "Il rinnovamento della Pinacoteca di Brera"
    Bollettino d'Arte, V, 1925/1, pp. 84-95
  • Piero Portaluppi, allestimento 1950
    Soprintendente Fernanda Wittgens
     Sala XXVI
    Il dipinto era isolato sulla parete corta di una saletta rettangolare coperta da volta a botte cassettonata e con pavimento di pietra alpina e marmo africano, quasi una sorta di "cappella" che alludeva ai due "tempietti" del palazzo ducale di Urbino, quello delle Muse e la cappellina del Perdono.
    Anche la Pala di Piero della Francesca era presentata in una piccola sala; i due ambienti erano collegati da un corridoio allestito con gli affreschi di Donato Bramante.
    Cfr. F. Wittgens, "La ricostruzione della Pinacoteca di Brera"
    Bollettino d'Arte, XXXV, 1950/4, pp. 359-364
  • Particolare della cornice