Rabbit hole

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 18 Marzo, 2011

La vita dei coniugi Rebecca e Howie Corbett scorreva serena, finché un giorno il loro unico figlio Danny di soli quattro anni è stato travolto da un’auto davanti casa.
Sono trascorsi già otto mesi dalla tragedia e la perdita ha interrotto ogni comunicazione, verbale, affettiva e sessuale della coppia. Il dolore straziante dei primi tempi ha iniziato a sedimentare in qualcosa che si deposita silenzioso sul fondo per non andarsene più. Qualcosa con cui sarà necessario imparare a convivere, in attesa che lo scorrere della vita trovi una via per riprendere il suo flusso.

Anche se l’origine del male affonda le sue radici nello stesso evento è molto difficile condividere il dolore in modo profondo, spesso si rivela così distruttivo da creare fratture e allontanare le persone. Anche il rapporto più saldo è messo alla prova, perché il modo di affrontare la sofferenza e i meccanismi di difesa interiori, necessari all’elaborazione del lutto, sono molto personali e differiscono per ogni essere umano.
A volte nascono incomprensioni perché è arduo rapportarsi al dolore altrui che ai nostri occhi è inevitabilmente invisibile. Ognuno vive il limite di misurare le cose secondo la propria esperienza diretta e quando si ha diverso temperamento è naturale credere che l’altro non soffre abbastanza per quello che esterna. Rimproveri e recriminazioni sono in agguato e la stessa azione che per una persona ha valore di sutura, per l’altra può essere sale su ferite ancora lontane dall’essersi rimarginate.

Tutto il mondo che ruota intorno a chi è colpito dal lutto subisce alterazioni, affetti e amicizie possono avere reazioni diverse e rapportarsi a dolori così sconvolgenti e definitivi spesso spaventa. C’è chi con l’ossessiva, ingombrante presenza pensa di poter dare sollievo alla sofferenza e chi si allontana, scompare e nega ogni sua vicinanza per un’incapacità di affrontare l’assurdo senso di colpa di chi vede la sua vita continuare serena, senza esser stata travolta in modo tanto terribile.
A volte i bambini sanno insegnare. Anni fa entrando in una casa appena colpita dalla tragedia, ho sentito le grida di una madre sprofondata in un letto senza più alcuna voglia di vivere e ricordo due piccoli in cucina che usando i pennarelli del fratellino scomparso riducevano tutto il peso di quell’assenza alla semplicità di un “tanto a lui non servono più!”

Rabbit hole, tratto dall’omonima opera teatrale di David Lindsay-Abaire, dona verità ai personaggi di Rebecca e Howie che anche nei momenti più drammatici riescono a mantenere intatto il loro senso dell’umorismo. Saper cogliere l’ironia delle cose anche nei momenti più difficili spesso è la miglior ancora di salvezza per non andare giù a fondo. Scarno ed essenziale, il dramma ha il coraggio di mischiare sarcasmo e ironia al dolore e al lutto, perché per quanto possa apparire ingiusto la vita non si ferma nemmeno davanti alla più terribile delle tragedie.

Rebecca è una donna che interiorizza ogni disagio riempiendo la sua giornata di occupazioni come la cura del giardino o rimuovendo gli oggetti che parlano di Danny, togliere i disegni del bimbo dal frigo è un inutile tentativo di cancellare impronte emotive di momenti felici disseminate per tutta la casa.
Howie è molto più estroverso della moglie, con naturalezza riesce ad affrontare l’argomento con gli altri e quando guarda per l’ennesima volta il video del figlio sul cellulare riesce persino ad avere un sorriso pieno di tenerezza che gli illumina il viso.

Nicole Kidman è la protagonista Rebecca, una donna spezzata ma pronta anche a irridere con caustico sarcasmo la fuga nella fede di altre madri nel gruppo di supporto psicologico. L’atteggiamento della donna potrà risultare sgradevole ma è proprio questo che ne fa un personaggio vero e pieno di sfaccettature, che ha regalato all’attrice australiana una nuova candidatura all’Oscar dopo diversi anni d’assenza.

Alla fine l’unica ricetta possibile per sopravvivere è continuare ad afferrare le piccole cose di tutti i giorni, amandole e avendone cura, aggrappandosi ad esse per andare avanti come facendo finta di niente, un minuto per volta, un’ora per volta, un giorno per volta, piano piano per tutto il tempo che resta.
La vita come malattia sessualmente trasmessa recitava il bellissimo titolo di un film di Krzysztof Zanussi, una malattia da cui non c’è cura, che ci segna nel suo scorrere con traumi imprevisti e dolori inappellabili, ma che spesso nei momenti peggiori trova appigli inattesi per non cedere il passo all’oblio.

…perché la gioia come il dolore si deve conservare, si deve trasformare!” cantava Niccolò Fabi in Solo un uomo e il destino l’ha chiamato a dare drammatica concretezza a queste parole. Nel luglio 2010 la sua piccola Olivia di soli due anni è stata portata vai da una meningite fulminante, il cantautore ha trasformato un dolore privato in un progetto pubblico, la creazione di un ospedale pediatrico ai confini del mondo, in una zona tra Angola e Namibia in cui non c’è niente.
Un modo utile per affrontare la ferocia di un dolore che dilania, prima che il tempo lo renda gestibile e consenta di riporlo in uno spazio intimo, avvolto nel silenzio di un’assenza che non si cancella.

 

Dettagli

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Rabbit Hole
  • Regia: John Cameron Mitchell
  • Con: Nicole Kidman, Aaron Eckhart, Dianne Wiest, Miles Teller, Tammy Blanchard, Sandra Oh, Giancarlo Esposito, Jon Tenney, Stephen Mailer, Mike Doyle, Roberta Wallach, Patricia Kalember, Ali Marsh, Yetta Gottesman, Colin Mitchell
  • Sceneggiatura: David Lindsay-Abaire dal suo dramma teatrale omonimo
  • Fotografia: Frankie De Marco
  • Musica: Anton Sanko
  • Montaggio: Joe Klotz
  • Scenografia: Kalina Ivanov
  • Costumi: Ann Roth
  • Produzione: Leslie Urdang, Dean Vanech, Nicole Kidman, Per Saari e Gigi Pritzker per Olympus Pictures, Blossom Films e Odd Lot Entertainment
  • Origine: USA, 2010
  • Genere: Drammatico
  • Durata: 91’ minuti

 


DIDASCALIE IMMAGINI

- Locandina italiana
- Giardinaggio come cura interiore /
  Howie col piccolo Danny
- Il regista John Cameron Mitchell sul set /
  Dianne Wiest è la madre di Rebecca
- Nicole Kidman e Aaron Eckhart sono
  i coniugi Corbett
- Locandine diverse di altri paesi