“Quelli che però è lo stesso” e la storia d’una scuola italiana
di // pubblicato il 18 Marzo, 2011
Una storia. Questa potrebbe essere la definizione più accogliente e meno classificatoria per definire il libro Quelli che però è lo stesso di Silvia Dai Pra’ edito da Laterza. La storia d’una ragazza laureata in lettere, con alle spalle un dottorato di ricerca, alla sua prima esperienza d’insegnante nella scuola pubblica. Ed ecco altre storie di professori, di studenti, di fascisti, d’immigrati e di carabinieri delle scuole serali, raccontate nell’arco dei tre trimestri d’una scuola pubblica della provincia di Roma.
Innanzitutto è fondamentale chiarire i contorni dell’opera, non per uno spirito accademico classificatorio, ma quanto per evidenziarne un carattere dominante che ne influenza la fruizione. Opera che si dimostra sfuggente ad una definizione univoca, più facilmente definibile come libro ibrido.
Ibrido in tutte le sue sfaccettature.
Non può trattarsi d’un romanzo propriamente detto: la trama è semplice, poco costruita, nettamente in secondo piano, così come non sono approfonditi i personaggi le cui descrizioni fisiche e psicologiche sono troppo brevi o insufficienti a costruire figure a tutto tondo.
Non può definirsi propriamente un reportage. L’opera s’avvicina piuttosto alle ultime esperienze della letteratura nostrana, con l’io dell’autore che si pone a metà strada tra testimonianza e finzione.
Non è direttamente un atto d’accusa al sistema scuola italiana. In questo aspetto l’opera trova la sua forza maggiore. L’autrice non procede per attacchi diretti, la retorica della denuncia è assente. L’autrice ci offre la sua esperienza, sta al lettore trarne le conclusioni.
Tutta la storia è basata sul gioco d’aspettative dell’autrice/professoressa con la realtà ch’ella sperimenta. Emerge la particolarità del tessuto sociale, quello dell’Italia contemporanea e Berlusconiana alle prese con la sua crisi di cultura e d’identità, della grande provincia con i suoi problemi d’integrazione e criminalità.
Ciò si manifesta, ad esempio, nella distruzione semantica della lingua. Un italiano nel quale la parola “rumeno” viene percepita come un insulto dalle menti degli studenti, stessa sorte per i significati delle parole “femminista” e “comunista”. Ma al momento della spiegazione, il bagaglio culturale e la preparazione dell’insegnante trovano difficoltà a smontare quella logica da strada. Ma non perché la cultura non sia in grado di far ragionare e proporre uno spirito critico che vada al di là della distinzione “o fascista o frocio”. Quanto perché affetta da una crisi strutturale. Esempio lampante è dato dal gruppo dei docenti indistinto e labile che trova la sua materializzazione nel consiglio di classe. Professori logorati, con vent’anni di precariato sulle spalle, che si ritrovano ad assegnare soprannomi agli studenti, “gruppo Hello Kitty”, “quelli dell’obbligo”, o alla presidentessa della commissione che davanti alla bocciatura d’un ragazzo parla al telefono con il proprio cane.
Magistrale la scena della visita al parlamento, esempio perfetto di quel gioco d’aspettative infrante e di realtà decadente. Affacciati alle tribune del Palazzo Montecitorio gli studenti vengono invasi da un boato assordante. E magicamente non seguono l’esempio appena visto, ma rimangono a bocca aperta, delusi, osservando che quanto non è lecito per loro è permesso nelle più alte sale del potere.
La professoressa esordiente si ritrova nel turbine dei saluti, delle frasi strafottenti degli alunni, dei professori rassegnati e delusi, della stanchezza dei lavoratori giornalieri alla caccia d’un diploma da cogliere nelle lezioni serali. Ed il suo lavoro va avanti, insicuro ed incerto, portandoci la testimonianza d’una lotta che vede alterne vincitrici: cultura e realtà.
E’ vero, tutti i miti della formazione vengono meno e s’infrangono sullo scoglio della cruda realtà quando la logica neo-fascista domina con i manifesti di CasaPound, ma se si sperimenta con i propri occhi che i vari Rossi, Moccia e Mondo Marcio vengono sconfitti da Morante, Saba e Pasolini, si può ancor andare avanti.