¡Que viva Mexico!
di // pubblicato il 11 Novembre, 2010
Il Messico sbarca a Roma. E lo fa scegliendo il Palazzo delle Esposizioni, che presta le sue sale ad una serie di mostre, incontri e manifestazioni dedicate alla millenaria cultura di questo paese.
L’evento più spettacolare, quello che cattura l’attenzione del visitatore fin dall’esterno del palazzo, è Teotihuacan. La città degli dei che, fino al 27 febbraio, propone una visione completa (per quanto possibile) dell’arte, della vita quotidiana e della religione di uno dei centri più antichi del Messico, Teotihuacan appunto, che in lingua náhuati significa “il luogo degli dei” o “il luogo in cui gli uomini diventano dei”.

La città nacque nel I secolo a.C. dall’unione di alcuni piccoli villaggi agricoli e divenne ben presto uno dei centri più importanti dell’America precolombiana, tanto da entrare a far parte, quasi un millennio dopo la sua caduta, dell’immaginario mitico degli Atzechi, che riconoscevano nella città il luogo dove gli dei avevano creato il Quinto Sole, che ancora oggi illumina il mondo. Tuttavia gli archeologi conoscono Teotihuacan ancora relativamente poco: la città è stata infatti scavata solo in minima parte, non si conosce la lingua dei loro abitanti o l’assetto politico della società. Nonostante tutto, è noto che la città era costruita secondo uno schema ortogonale incentrato sul grande Viale dei Morti, che univa la cosiddetta cittadella alla Piramide della Luna. Il tempio più importante di Teotihuacan fu senza dubbio quello del Serpente Piumato, divinità associata alla gestione del potere politico e alla rigenerazione della vita, più tardi identificato con Quetzalcóatl: le indagini condotte alla base dell’edificio hanno svelato la presenza di una serie di fosse contenenti gruppi di individui, evidentemente sacrificati per la consacrazione del tempio stesso.

La decadenza e la successiva fine di Teotihuacan sono ancora avvolte nel mistero: è stato accertato che nel VI secolo i palazzi dei governanti ed i templi più importanti vennero distrutti da un incendio, probabilmente non casuale, visto che contemporaneamente fu intenzionalmente distrutto un gran numero di opere d’arte, tra cui immagini di capi politici e sacerdoti, quasi per cancellare la memoria stessa della città. Gli storici hanno avanzato diverse teorie per spiegare questi fatti: si è parlato di una rivolta interna, di invasioni di popoli vicini o della combinazione dei due elementi, ma non si è ancora arrivati a stabilire con certezza cosa ha causato la fine di una delle civiltà più interessanti e misteriose dell’antico Messico.
La mostra romana, organizzata dall’Instituto Nacional de Antropología e Historia, vuole permettere ad un pubblico essenzialmente europeo di avvicinarsi ad una cultura quasi completamente sconosciuta, e sicuramente diversa, anche se contemporanea, a quella dell’antica Roma. Nelle sette sezioni in cui si articola il percorso espositivo sono presentati oltre 450 oggetti tra sculture grandi e piccole, vasi in terracotta, gioielli, fregi, maschere e quindici eccezionali esempi di pittura murale, che possono farci soltanto immaginare lo splendore dell’antica città.

Il percorso attraverso la storia del Messico continua poi con la straordinaria documentazione fotografica di dieci anni cruciali, quelli che vanno dal 1910 al 1920: Immagini di una rivoluzione racconta, in 179 scatti, i cambiamenti politici e le gesta, quasi leggendarie, dei movimenti armati che si sono avvicendati nel tempo con l’intento di instaurare una vera democrazia, La rivoluzione messicana prende le mosse dall’insostenibile situazione sociale, in parte determinata dalla rapidissima modernizzazione del paese, che portò ad una incontrollata espansione delle grandi proprietà terriere ed al conseguente dramma di migliaia di contadini i quali, rimasti senza terra, furono costretti a divenire peones salariati e senza alcun potere o a emigrare nelle città. Le foto esposte ripercorrono la rivoluzione seguendo un ordine puramente cronologico, alternando alle mitiche figure di Emiliano Zapata, Pascual Orozco e Pancho Villa la rappresentazione del quotidiano e degli individui, quasi sempre rimasti anonimi, che vissero quegli anni.

Il Messico contemporaneo è invece incarnato da Carlos Amorales, uno dei suoi artisti più noti (anche sulla scena internazionale). Per la sua prima mostra italiana l’artista, nato a Città del Messico nel 1970, ha scelto il titolo Remix, richiamandosi al linguaggio musicale per indicare l’accostamento e la sovrapposizione di cinque opere, tra installazioni e performance, realizzate tra il 2005 ed il 2010. Una scelta particolare, dettata dalla necessità di vedere in che modo opere diverse interagiscono tra loro e con lo spettatore, che è quindi chiamato ad avere un ruolo attivo all’interno delle sale che ospitano la mostra.