Quando a parlare del Medio Oriente è solo l’arte

di Elisa Bergami // pubblicato il 12 Giugno, 2011

I giornali ne sono pieni, i siti internet lo mostrano nei modi più svariati: il Medio Oriente è presentato a tutti attraverso la sola immagine di luogo in rivolta, coinvolto in un’instancabile spirale di guerre, ultimatum e fragili periodi di pace.
Mai come ora, quindi, è indispensabile accendere i riflettori su un altro e sfolgorante aspetto, quello artistico. In virtù di un background parimenti arricchito e impoverito da terribili avvenimenti, l’arte medio orientale dimostra di essere forte, evocativa e spiritualmente vivace.

All’Arsenale debutta, in questa 54ª Biennale di Venezia, il padiglione dell’Arabia Saudita con il progetto The Black Arch – realizzato dalle sorelle Raja e Shadia Alem. Un racconto a due voci in cui letteratura (Raja è scrittrice) e arte visuale (Shadia è artista) diventano un percorso comune di riflessione. Il loro arco nero si compone di continui rimandi a rituali e tradizioni, a confronto con la realtà quotidiana fatta di comportamenti semplici. Il progetto è prima di tutto lo scenario di una memoria personale, quella di due bambine nate e cresciute negli anni ’70 nella città culla della spiritualità musulmana: la Mecca.
Sono cresciuta nella consapevolezza della presenza fisica del Nero attorno a me,” – spiega Raja – “le sagome nere delle donne saudite, il telo nero della Ka’ba, la casa di Dio, e la pietra nera che, secondo la credenza, ha accresciuto la nostra conoscenza.”. Il lavoro si sviluppa in due parti: punto di incontro tra due artiste, due visioni del mondo, dell’oscurità e della luce e di due città (la Mecca e Venezia) cosmopolite e dai poteri evocativi. La narrazione visuale è totalmente infarcita delle favole narrate dalle zie e dalle nonne, trasformando l’arco nero in un viaggio, in un momento di transizione.

Il ricordo è il filo conduttore anche delle opere esposte al Padiglione degli Emirati Arabi. Il silenzio e una leggera brezza carica dell’odore dell’acqua salmastra circondano l’immagine di una donna araba con la valigia, i piedi sul bagnasciuga e lo sguardo rivolto verso l’orizzonte. Attesa dell’ignoto, timore dell’incertezza. The last Look (2009) è tra i lavori più intensi di Lateefa Bint Maktoum, maestra nell’uso del medium fotografico e di una successiva manipolazione piegata ai voleri di una narrazione contemporanea peculiare.
Le sue fotografie, insieme all’installazione di Reem Al Ghaith e alle sculture di Abdullah Al Saadi rappresentano il fiore all’occhiello di Second Time Around – a cura di Vasif Kortun – titolo dell’esposizione che segna, in ordine di tempo, la seconda presenza del Padiglione in laguna, dopo la partecipazione del 2009.

Ai Giardini, One man’s floor is another man’s feelings – titolo del progetto presentato al Padiglione Israele (interpretazione del detto “il pavimento di un uomo è il soffitto di un altro”) – racconta attraverso installazioni e video, storie e gesti contrapposti assemblati per essere letti come metafora comune di un destino condiviso. Il video Azkelon, così come la proposta ufficiale di costruire un ponte di cristalli salini che collegasse Israele e la Giordania attraversando il Mar Morto, mostra il continuo riflesso di come le paure e le speranze siano in grado di insinuarsi nella dimensione del potere e della politica, cercando di sabotare dall’interno la complessa macchina dell’autorità.

Un altro tema di grande urgenza è, poi, quello dell’acqua - legato anche alla città di Venezia - affrontato dagli artisti del debuttante Padiglione iracheno, dal titolo Acqua ferita. Sei artisti, appartenenti a due generazioni differenti, mostrano varie interpretazioni dell’elemento eseguendo opere site specific ispirate agli spazi della Fondazione Gervasuti. Esterno all’Arsenale e ai Giardini, il padiglione rapisce per la sua collocazione, che ben si adatta a video e installazioni caricate di ulteriore pathos emotivo proprio in virtù dell’inserimento placido e senza sforzo all’interno di un ambiente leggermente fatiscente ma funzionale alla trasmissione.

Presso l’isola di San Servolo viene, invece, accolta la pittura contemporanea della Repubblica Araba Siriana. Positivamente contagiata dalle esperienze moderniste e accademiche europee (maestri arabi che avevano studiato sia in Italia che in Francia), ma capace di armonizzare i principi estetici tradizionali con un’esecuzione del tutto originale, si inserisce in una corrente “del Vero” sempre incline al costante e fremente cambiamento - Evoluzione appunto, come recita il titolo della mostra - tipico di un Paese e di una cultura al centro di pensieri e civiltà molto diverse tra loro (asiatica, europea, africana).
Bambini “abbandonati” su ipotetiche “scacchiere” sognanti un’infanzia miglior e non costrittiva sono alla base della pittura di Nemat Badawi o ancora, l’attaccamento al tradizionale stile decorativo rivisitato in chiave moderna quale metafora di un perfetto e complicato labirinto mentale “chiuso in se stesso” e senza via di uscita nelle opere di Talal al-Abdalla. Molti altri artisti li affiancano nella ricerca di un incanto in continua Evoluzione. 

Sul concetto di instabilità emotivo-sociale e di identità tornano ad indagare, con lavori diversi, artisti come Mona Hatoum, Emily Jacir, Kader Attia, Lara Baladi, Yto Barrada, Driss Ouadahi, in una mostra in cui 200 colombe bianche (in fiberglass) di Manal Al-Dowayan scendono dall’alto portando il loro potente messaggio di pace (diversamente dai 2000 piccioni imbalsamati di Cattelan, presenze inquietanti del padiglione centrale ILLUMInazioni di Bice Curiger).

Sono numerose, poi, le esposizione collaterali ai centri nevralgici della Biennale di Venezia e molte di loro annoverano artisti medio orientali tra le file delle menti creative coinvolte. Ugualmente, bisogna sottolineare grandi assenze come quelle del Libano, a causa della recente caduta del governo e del Bahrain che aveva raccolto consensi nella sua prima partecipazione alla scorsa Biennale d'architettura, aggiudicandosi il Leone d'oro come miglior padiglione.
Concentrandosi però sulle presenze, è di sicuro meritevole il lavoro di artisti e curatori protesi a dimostrare come le terre di origine non siano solo quelle mostrate dai media, ma di come il substrato creativo sia in pieno fermento, tanto da invadere e conquistare le terre nostrane.

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI

  • The Black Arch,
    Raja and Shadia Alem,
    view with projection
    Kingdom of Saudi Arabia
    Pavilion, 54th Venice Art Biennale
    © Andrea Avezzù
  • Sigalit Landau,
    Salted Lake,
    HD-Video, 11”04’,
    Courtesy of the artist
  • Ali Assaf,
    'Narciso',2010
    videostill
    (Courtesy of the artist
    and Changing Role)
    copia
  • Nemat Badawi
    (Courtesy of the Artist)

 

 

IN COPERTINA
un particolare di
Ateefa Bint Maktoum
The Last Look, 2009
(Courtesy of the Artist)

Mappa

Dove e quando

54ª Biennale d’Arte di Venezia

  • Fino al: - 27 Novembre, 2011
  • Indirizzo: Arsenale, Giardini, Venezia
  • Sito web

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