Quando un dipinto s’inchina a Dio: Nicola De Maria al Pecci
di // pubblicato il 09 Gennaio, 2012
A circa due settimane dall'inaugurazione della mostra collettiva dedicata alla Transavanguardia italiana al Palazzo Reale di Milano, si è aperta lo scorso Dicembre al Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci una mostra personale dedicata ad uno dei protagonisti della stessa corrente. I miei dipinti s'inchinano a Dio è il progetto che vede protagonista Nicola De Maria e che permette di ammirare la produzione dell'artista beneventano dagli anni Ottanta fino ad oggi, dimostrando come nella sua opera ci sia coerenza, pur nella varietà degli esiti dei diversi momenti presi in considerazione, in quanto tutto si fonda su suggestioni cromatiche abbinate a peculiari forme liriche.

“La mostra ha un taglio antologico, ma non filologico”, precisa Marco Bazzini, direttore artistico del Pecci, poiché “è ancora troppo presto per il maestro, ma anche per la sua era in generale, scrivere una storia vera e propria: la sua poetica è ancora in atto”, e quindi soggetta ad ulteriori mutamenti e spunti di riflessione. La mostra, pertanto, non segue un percorso cronologico, ma è allestita secondo una linea narrativa che va dalla musica alla poesia, dal pensiero al colore, dal particolare all'universale.
Infatti la pittura di De Maria ha una stretta relazione con la musica. Bazzini la paragona a “un suono per la nostra vita”, “un accordo armonico, un sapiente equilibrio di timbri”, o ancora “un viaggio in mongolfiera” da compiersi tra le stelle, nei cieli blu delle sue grandi tele, in un viaggio visionario nel cosmo. Così le sale del Pecci si colorano di contrappunti musicali: una valigia dipinta ci riporta al viaggio polifonico della nostra esistenza; la scansione cromatica della batteria ci ricorda il ritmo incessante del battito della vita.

La sua pittura diventa quindi "un mezzo totale”, che cioè va ben oltre la tela ed interagisce con lo spazio esterno, “ricreando una interattività polisensoriale con lo spettatore”, come precisa Achille Bonito Oliva, insieme a Bazzini curatore della mostra pratese, nonché vero e proprio artefice della Transavanguardia.
Individuate le cinque personalità tutt'oggi esponenti del movimento – Sandro Chia, Mimmo Paladino, Enzo Cucchi, Francesco Clemente e Nicola De Maria – Bonito Oliva ne ha coniato l'etichetta, apparsa ufficialmente nel 1979 su Flash Art in un suo saggio, e ha promosso il gruppo a partire dalla Biennale di Venezia, di cui era curatore l'anno successivo, nella sezione “Aperto 80”.
Ed oggi come allora spiega il significato di questa sua presa di posizione: se nella seconda metà degli anni Settanta, i cosiddetti “anni di piombo”, il retaggio Informale e Concettuale confinava l'arte a esempi ormai sterili, secondo “modelli nordamericani improntati sulla impersonalità”, con conseguente mortificazione di forma e colore, questi artisti invece “sviluppano un discorso identitario” sulla pittura, intesa da un lato come manualità, fonte di gioia ed espressione della propria soggettività, e dall'altro come memoria, una memoria che ripropone il passato in un modo nuovo, e cioè non vi si approccia con nostalgia, ma lo riporta nel presente, al fine ottimistico di “dargli uno slancio per aprire un varco verso il futuro”. In questo consiste la Transavanguardia, che è “un'arte di transizione”, un attraversamento dell'arte stessa, che si impone come “l'ultima avanguardia possibile”, espressione corale di cinque artisti che hanno caratteristiche differenti ma obiettivi comuni, in un'epoca, quella che stiamo vivendo, che si chiude sempre più nell'individualismo e nella parcellizzazione di idee.

In questo senso assume un valore fondamentale il “genius loci” di Nicola De Maria, la riscoperta delle radici mediterranee, evidente nei colori brillanti che evocano con piena libertà soggettiva cieli blu oltremare, sole infuocato e campi di grano, tessere cromatiche magneticamente inscindibili, memori del Mezzogiorno. Questa particolare importanza conferita ai colori primari dei suoi quadri si riscontra anche nelle istanze originarie che ne animano le forme, astratte ma pure con riferimenti figurativi, i fiori e le stelle, simboli di un bene che ha sempre la meglio sul male, ai confini di un mondo magico e fiabesco.

Se è vero che il Pecci, fino al 4 Marzo, si trasforma nel “santuario della pittura”, come suggerisce Bonito Oliva, questo è valido soprattutto per il salone centrale, le cui pareti sono interamente dipinte dal maestro De Maria. Entrarvi significa lasciarsi avvolgere dal suo abbraccio, significa ascoltare poesie dipinte con i colori.
La sua pittura esprime il momento stesso dell'ispirazione artistica, che di per sé è qualcosa di ineffabile. Le parole non possono spiegare ciò che si prova nel momento in cui avviene il contatto con l'arte; per questo De Maria fa entrare in gioco i colori.
E' la spiritualità dell'atto creativo che eleva le sue opere a preghiere, a epifanie di valore trascendentale. E' così che i suoi dipinti s'inchinano a Dio.
