Quiete, invenzione e inquietudine
di // pubblicato il 10 Aprile, 2011
Fino al 12 giugno presso il Museo della Basilica di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Valdarno sarà presente, nel contesto delle iniziative per il "Seicento in Valdarno", la mostra “Quiete, Invenzione e Inquietudine. Il Seicento fiorentino intorno a Giovanni da San Giovanni”, realizzata con il sostegno della Regione Toscana, la Provincia di Arezzo e il Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ideata da Michela Martini, è a cura di Mara Visonà e Silvia Benassai, con il contributo di Lorenzo Pesci, per il comitato scientifico Mina Gregori.
La mostra, come le altre due precedenti ( Tra terra e tempera. Pittura e scultura attraverso i Maestri del Rinascimento del 2009 e Rinascimento in Valdarno del 2007) ha lo scopo di valorizzare la collezione del Museo, focalizzando l’attenzione sulle opere del Seicento, meno numerose rispetto a quelle del Rinascimento ma ugualmente importanti.

“C’è sembrato infatti che il Seicento fosse un secolo particolarmente affascinante dal punto di vista storico-artistico, anche se ricco di incertezze e contraddizioni. In questo senso possiamo avvicinarlo al nostro tempo, travagliato da una crisi profonda, morale e spirituale, prima ancora che economica, continuamente sospeso tra la nostalgica ripresa della tradizione e del passato e l’irrefrenabile tensione verso un futuro incerto e inquietante…Il carattere multiforme e contradditorio del secolo è prima di tutto espresso dalla personalità “bizzarra e stravagante” di Giovanni Mannozzi, che la stessa Anna Banti definiva “pittore della contraddizione”. Il celebre Autoritratto della Galleria degli Uffizi, un affresco su tegola, firmato e datato al 1620 circa, così come la biografia del Baldinucci, permettono di ricostruire i tratti arguti e vivaci del pittore, descritto in generale dalla tradizione, come una personalità appunto strana e capricciosa, dal temperamento intollerante e scontroso, quasi un novello Masaccio, a cui lo avvicinano “l’abito fiero” della comune terra natale e la relativamente precoce scomparsa.” (Tratto dal saggio di Michela Martini, Direttrice del Museo Basilica S. Maria delle Grazie).
La mostra è infatti incentrata sull’artista Giovanni Mannozzi detto Giovanni da San Giovanni, uno dei pittori più originali del primo Seicento fiorentino. Accanto alle sue opere vi sono quelle del maestro Matteo Rosselli (la Santa Dorotea di Cappadocia) e dell’allievo Baldassarre Franceschini detto il Volterrano, (Sacrificio di Isacco) oltre a opere di Vincenzo Mannozzi e Felice Ficherelli.
Inoltre una sezione, titolata “ La magnifica rappresentanza e la preziosa quiete. Tessuti e ricami per interni”, è dedicata a un ristretto, ma rilevante, esempio di tessuti di arredo provenienti dal Museo del Tessuto di Prato, risalenti al periodo fra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento, appartenenti in buona parte alla Guardaroba Medicea.
La mostra continua anche fuori dalle stanze del museo in un percorso cittadino sempre sul Seicento con opere di Jacopo Ciacci, Annibale Niccolai, Vincenzo Ferrati, Giulio Parigi, Antonio Puglieschi, Giovanni Camillo Sagrestani e Felice Ficherelli detto il Riposo.
Opere conservate sia nelle chiese che nei musei del territorio, il tutto con l’intento di far conoscere al pubblico i grandi artisti che qui ebbero i natali, sempre all’interno delle iniziative previste per il Seicento in Valdarno.

Vero protagonista della prima metà del Seicento, Giovanni Mannozzi è ricordato da Baldinucci nelle sue “Notizie”, nelle quali gli dedica una lunga e colorita biografia, ricordandolo come colui che “consumava l’intere giornate schiccherando con carbone, or qua or là, le mura della pieve, tanto che oramai poco era il luogo, che non fusse stato imbrattato de’ suoi fantocci”
Mannozzi, trasferitosi a Firenze nel 1609, alla bottega di Matteo Rosselli e successivamente in quella del Parigi, fu richiamato a San Giovanni per partecipare all’abbellimento sia dell’Oratorio che delle chiese cittadine. Nel 1620 dipinse, per la Chiesa di San Lorenzo in San Giovanni Valdarno, la Decollazione del Battista, uno dei suoi quadri simbolo, che sembra ispirata al celebre capolavoro caravaggesco del 1608, la “Decollazione di San Giovanni Battista” conservata nella Cattedrale di la Valletta a Malta. La Decollazione del Mannozzi è presentata insieme all’affresco staccato l’Aurora con Titone, eseguito per Palazzo Pucci a Firenze, e conservato presso il Museo Stefano Bardini che è presentato per la prima volta dopo il restauro.

“La Decollazione di San Giovanni Valdarno, dunque, si inserisce in un più ampio percorso di scoperta e conoscenza della pittura caravaggesca che il Mannozzi stava in quegli anni compiendo. L’indagine luministica che caratterizza la tela (le potenti ombre riportate, nelle nette scanalature chiaroscurali che modellano il busto decapitato del Battista) va a coniugarsi tuttavia con il bagaglio linguistico toscano famigliare al pittore. Ed ecco lo svolazzo sospeso di un lembo dei panni del boia, la veste alla moda della giovane Salomè, una certa diffusa imperturbabilità dei volti, escluso quello del manigoldo soddisfatto del proprio lavoro che, tuttavia, ha in sé più il piglio della caricatura che della presa della realtà. Un interesse, quello di Giovanni per la pittura del Merisi, liquidato da Luigi Dami come semplice “curiosità”, ma in realtà da considerarsi piuttosto un ironico, intelligente, adeguamento alla parlata caravaggesca maturato da una mente pienamente consapevole. Il Mannozzi, infatti, renderà altri diretti omaggi al “gran lombardo” evocando la Deposizione Vaticana nella scena con la Deposizione di Santa Caterina affrescata nel 1633 nella cappella Rospigliosi a Pistoia, o dedicandogli pochi anni dopo, nel Salone degli Argenti a palazzo Pitti, un ritratto che raffigura il Merisi in fuga, cacciato dal Parnaso, tra i filosofi e i poeti”(Silvia Benassi).
