Preraffaelliti ma precursori. La mostra degli inediti

di Marica Guccini // pubblicato il 13 Maggio, 2010

Una modella riccamente abbigliata, i capelli rigorosamente rossi elegantemente acconciati, un distinto levriero con il suo nastro rosso, una tela sul suo cavalletto, un ramo fiorito, una fantesca dall’aria assorta e trasognata, un trittico medievale in lontananza che fa eco a quello stesso mondo araldico che orna i vetri della finestra, a terra in primo piano gli acquerelli: le armi del mestiere. È questo Il diletto del pittore che trova perfetta sintesi nello squisito acquerello dipinto da Simeon Solomon nel 1861, tredici anni dopo la nascita della Confraternita preraffaellita. Ogni elemento caro alla loro poetica trova qui immagine di sé.

È merito della prima grande retrospettiva italiana I Prerafaelliti e il sogno italiano. Da Beato Angelico a Perugino, da Rossetti a Burne-Jones il dare luce a ulteriori aspetti dell’arte preraffaellita, troppo spesso caduta vittima di una storia dell’arte che vuole “incasellare” rigidamente entro confini impropriamente definiti i ranghi dell’arte, cadendo talvolta vittima del luogo comune.

Considerati pericolosi e sovversivi dai contemporanei, in seguito all’avviarsi delle avanguardie novecentesche i Preraffaelliti che manifestano nel nome l’adesione al mondo medievale e quattrocentesco antecedente la maniera di Raffaello (troppo intento a rincorrere la forma perfetta da avere dimenticato la verità delle cose), saranno poi banditi dal Novecento perché considerati troppo reazionari. In realtà, come sottolinea la mostra ravennate, la questione è ben diversa.
Se in Inghilterra la sorte toccata ai Preraffaelliti è all’opposto molto luminosa, il valore dell’esposizione in corso fino al 6 giugno, è suggellato proprio dalla decisione dell’Ashmolean Museum di Oxford d’affidare a questa mostra la riapertura del museo programmata per il settembre del 2010.
Dopo avere già dedicato al tema, come i nostri lettori sapranno, una presentazione e un approfondimento, abbiamo deciso tuttavia di mettere ulteriormente in luce aspetti di una vicenda, come detto, ancora troppo poco conosciuta nel Bel Paese. È grazie alla gentilezza e alla disponibilità del curatore e direttore del Mar Claudio Spadoni, che ci ha accompagnato durante la visita rispondendo ai nostri quesiti, se possiamo realizzare questo ulteriore approfondimento.

Ogni viaggio che sia tale ha un’origine. Il nostro parte dalle opere medievali e primo rinascimentali raccolte tra i maestri esplicitamente nominati dai Preraffaelliti come punti di riferimento, ed altri non beneficianti di tale menzione, tuttavia perfettamente calzanti al discorso. Figure distanti, sguardi trasognati, eleganza delle forme e del dettaglio minuziosamente indagato, predilezione per la descrizione della natura, forme allungate e pose ricorrenti: sono questi i molti elementi che di li a poco vedremo dipanarsi tra le opere delle sale dedicate alla Confraternita.
Prima d’inoltrarci nell’Ottocento vero e proprio, Ravenna offre una chicca inedita, le incisioni di Carlo Lasinio (1806) dedicate agli affreschi quattrocenteschi realizzati da Benozzo Gozzoli al Camposanto di Pisa. Già durante la visita ottocentesca dell’incisore, infatti, questi erano preda di un preoccupante degrado che ne metteva in pericolo il mantenimento. L’importante opera di traduzione degli affreschi in incisioni, accolta in Inghilterra con interesse notevole, diventa ben presto un patrimonio per gli artisti Preraffaelliti. Colori, forme, positure, minuzia dei particolari, sono gli stessi tanto apprezzati anche dai nostri artisti.

Riempiti gli occhi con queste immagini siamo pronti per inoltrarci nel mondo preraffaellita tra immagini evocative di antichi brani della storia, della letteratura e dell’arte italiana, di volta in volta concretizzati dalla mano e dalla tecnica, davvero superba, dei maestri della Confraternita.
Direttamente e letteralmente “presi fuori” dai cassetti che li custodivano all’Ashmolean Museum di Oxford, molti degli acquerelli in mostra hanno nell’evento ravennate (vera e propria mostra d’inediti), la prima occasione per essere esposti al grande pubblico mondiale.

Continuando nel nostro percorso se da un lato abbiamo la possibilità di osservare da vicino opere dotate di una raffinatezze e squisitezza assolute, calzanti perfettamente con l’idea che tradizionalmente abbiamo dell’arte preraffaellita, dall’altro abbiamo inoltre occasione di conoscere meglio l’attività di John Ruskin, colui che del movimento fu teorico e sostenitore.
Attento osservatore e scrupoloso disegnatore Ruskin, per i suoi tempi, pare singolarmente concentrato sul pericoloso decorso di monumenti ed opere d’arte lambiti dal tempo, ora non più romanticamente esaltatore del senso sublime per la rovina grazie alla rigogliosa vegetazione che corredava i paesaggi del secolo precedente, bensì vero agente pericoloso.
La strada scelta da Ruskin per ovviare a questo pericolo fu, in anticipo sui tempi, il censire attraverso disegni di una perizia ed esattezza strepitosa ogni monumento interessato. Lo squadrone di artisti da lui assoldati e stipendiati di tasca sua, avevano il compito di riprodurre con l’acquerello, la più inglese delle tecniche, ogni particolare loro commissionato. I fregi, le nervature del marmo, il logorio del tempo, ogni cosa doveva essere registrata.
Presenti in mostra anche alcuni splendidi dagherrotipi acquistati dal Ruskin stesso che, non soddisfatto dalla freddezza della lastra fotografica, preferiva trarre da questa ulteriori disegni per mostrare lo stupore che aveva colto il pittore davanti al monumento, accogliendo così le ultime propaggini del sentimento romantico che da tempo ricorreva tra gli artisti e gl’intellettuali del Grand tour.

I primi germi delle istanze conservative moderne erano gettati grazie alla particolare sensibilità di Ruskin anticipatore, inoltre, di un uso documentario del mezzo fotografico che sfocerà poi nelle grandi raccolte indispensabili strumento di lavoro di studiosi del calibro di Supino, Berenson, Longhi fino a Zeri.

Sostenitore di un’arte che dovesse rappresentare con sincerità ciò che gli occhi vedono o sentono come reale senza essere condizionati dal sapere o dalla bellezza idealizzata, Ruskin è fautore, e con lui i Preraffaelliti, di un’attenzione al principio della verità di natura che è, sostanzialmente, profondamente ottocentesco ed anche francese. Caratteristica questa che pare contrastare con la meticolosità del dato raffigurato quasi fosse una minitura, da non scambiare con una eccessiva pedanteria bensì con l’amore vero e proprio che coglieva i Preraffaelliti per la loro opera.
A questo punto non dovremo quindi stupirci davanti a piccole chicche quali la Laguna di Venezia dipinta da Inchbold nel 1863-64, in tempi non ancora sospetti nemmeno per l’Impressionismo; oppure la piccola quanto graziosa Pianura lombarda dal Monte Generoso eseguita qualche decennio più tardi (1880) da Edward Lear.
Tutt’altro che reazionaria l’arte preraffaellita è, al contrario, partecipe ed anticipatrice d’istanze che di li a poco sfoceranno nella grande rivolta contemporanea.

Nonostante il dato arcaicizzante che si può scorgere in questa ripresa di un passato scelto, l’utilizzo che gli artisti della Confraternita fanno dell’arte è sostanzialmente simbolico. Il Medioevo diviene il serbatoio al quale attingere per rappresentare i valori positivi e gloriosi di un’arte intrisa di quei modelli sinceri e dei valori spirituali che la società industriale vittoriana aveva pericolosamente perso di vista. Il valore didattico di quest’arte, recuperando una dimensione collettiva come era quella medievale, ben si presta alla spersonalizzata società contemporanea.
Un uso simbolico dell’arte che è, pertanto, aperto con quasi un ventennio d’anticipo alle prime istanze simboliste, nelle quali sfumerà proprio la fase finale dell’opera artistica di Edward Burne-Jones, Preraffaellita dell’ultima generazione. Tutto ciò è felicemente riassunto in un piccolo bozzetto presente in mostra Il sogno di nove muse del 1871-1872. 

Ma ancora: come non vedere in certi meravigliosi cartoni preparatori (in realtà vere e proprie opere terminate ed intraducibili in mosaico), anch’essi inediti, eseguiti da Burne-Jones per i mosaici della chiesa protestante romana di San Paolo dentro le Mura, la sinuosità delle forme che si rincorrono per intrecciarsi in infiniti motivi decorativi tipiche del prossimo stile liberty?

Acquerelli, molto più simili a oli, danno prova dell’alta vetta raggiunta in questa pratica dagli inglesi che per primi l’assunsero quale tecnica pittorica a sé stante, svincolandola dall’uso unicamente rivolto ai bozzetti preparatori delle opere poi eseguite ad olio.
Paesaggi che ricalcano i luoghi sentiti più vicini dagli inglesi in viaggio in Italia, sono accostati per la prima volta ad inediti pittorici della “Scuola etrusca”. Sotto questo nome erano raggruppati quegli artisti inglesi uniti per amicizia e ammirazione al pittore romano Giovanni Costa. Uno scambio spontaneo instauratosi tra questi vide luce a Roma attorno alla metà degli anni ottanta dell’Ottocento. Il risultato fu l’elaborazione di una tecnica di pittura a olio en plein air con la quale cercavano di cogliere, come i più noti francesi o macchiaioli, le suggestioni del paesaggio nel modo più diretto e pittorico possibile, non facendo mancare però “una risonanza simbolica che richiama l’amore e il sentimento patriottico dell’artista [Costa] verso il proprio paese”. 

La luce rosata di diretta ascendenza da Turner e quindi totalmente inglese che illumina i paesaggi italiani dipinti da artisti quali Henry Roderick Newman, John Brett, George Price Boyce e molti altri; la ritroviamo perfettamente in alcuni preziosi brani di artisti britannici raccolti attorno al Costa quale ad esempio Frederic Leighton.
Queste storie, quella etrusca e quella preraffaellita, non sono mai state tradizionalmente incluse l’una nell’altra; la mostra ravennate ne mette per la prima volta in scena i punti di contatto, a sua volta presenti allorché Costa espose a Londra le proprie opere accanto a quelle degli ultimi Preraffaelliti e di Edward Burne-Jones.

Quando poi l’estetismo raffinato di Rossetti o Burne-Jones ormai già da tempo in contraddizione con la poetica preraffaellita stessa, aperta com’era a influenze mutuate tanto da Raffaello quanto da Michelangelo, tanto dai veneti quanto da Bronzino; sfumerà in una nuova fase dell’arte, la vicenda preraffaellita sarà ormai conclusa.

Chiudiamo il nostro percorso con un appunto su un’opera ancora dell’Ashmolean Museum di Oxford, dipinta nel 1872 da Burne-Jones intitolata Danae e la torre di bronzo. In quell’anno in cui l’impressionismo come lo conosciamo noi non era ancora stato canonizzato, il nostro ha dipinto questa piccolissima tavola già singolare per l’insolita scelta iconografica di raccontare l’antefatto di una vicenda più nota (solitamente viene rappresentato il più celebre momento nel quale Giove, sottoforma di nube, riesce a penetrare la torre entro la quale è rinchiusa Danae per fecondarla e dare compimento alla profezia), ricreando inoltre un’atmosfera sospesa che rivedremo molti decenni più tardi in certe opere metafisiche.

Ancora un mese per avere la possibilità di visitare la mostra degli inediti, dipinti o idee che siano.

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI


1. Dante Gabriel Rossetti,
    Paolo e Francesca da Rimini, 1855,
    acquerello su carta, 
    mm 254x449,
    ©Tate, London 2010.

2. Marie Stillman, 
    Il giardino incantato di
    Messer Ansaldo
, 1889,
    acquerello su carta,
    cm 72.3 x 102.8,
    Londra, Collezione PreRaphaelite Inc.,
    courtesy Julian Hartnoll artmonger.

3. Edward Lear, 
    La pianura lombarda dal
    Monte Generoso
, 1880,
    olio su tela,
    cm 24x47, 
    Ashmolean Museum, University of Oxford.

4. Edward Burne-Jones,
    L'albero della vita
   
(cartone preparatorio per il mosaico di San
     Paolo dentro le Mura, Roma), 1892,
    colore e gouache su carta, 
    mm 181x242, 
    London, Victoria and Albert Museum.

5. Henry Roderick Newmann,
    San Martino, Lucca, la facciata
    occidentale
, 1887,
    acquerello con tocchi di gouache bianca su matita su carta,
    mm 631x433,
    Birmingham, Birmingham Museums & Art
    Gallery.

6. Giovanni Costa, 
    Rovine sui Colli Albani, 1855 c.,
    olio su carta riportato su tela,
    cm 28.5x43.5,
    Ashmolean Museum, University of Oxford.

7. Edward Burne-Jones,
    Danae e la torre di bronzo, 1872,
    olio su tavola, cm 38x19, 
    Ashmolean Museum, University of Oxford.

 

IN COPERTINA
un particolare di
William Holman Hunt,
Ponte Vecchio di notte, 1867,
acquerello su carta applicata su tavola,
mm 254x546,
Londra, ©V&A
Images/Victoria and Albert Museum.
 

Mappa

Dove e quando

  • Fino al: - 06 Giugno, 2010
  • Indirizzo: Mar, via di Roma, 13 Ravenna
  • Sito web

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