Prayers for Bobby
di // pubblicato il 24 Dicembre, 2010
L’incapacità di saper guardare oltre il proprio orizzonte nutre il pregiudizio, incaute parole possono trafiggere come lame un’anima che cela nel silenzio il suo conflitto interiore; l’ignoranza, intesa come non conoscenza, alimenta la paura della diversità e la percezione di un’inesistente minaccia alla propria virilità.
L’ossessivo lavarsi dopo una stretta di mano fa emergere il desiderio di purificazione dai sensi di colpa, negare un abbraccio ad una partenza da cui non ci sarà ritorno, diventa fondamento su cui edificare le proprie, inutili e tardive, dolorose recriminazioni.
Mary Griffith è madre di quattro figli che ha cresciuto nei rigidi insegnamenti della Chiesa Presbiteriana; quando il primogenito Ed le rivela l’omosessualità del fratello Bobby tutto il suo mondo va in pezzi. Da sempre orgogliosa della diversità di quel figlio speciale che lo faceva distinguere in qualsiasi cosa facesse, la madre non ha mai voluto vedere l’evidenza, convinta da una fede granitica, mai messa in discussione e perciò sterile come una pietra, che l’omosessualità sia un abominio agli occhi di Dio.
Mary riempie la casa di post-it su cui scrive versetti della Bibbia per incitare il figlio a non cedere alla seduzione del peccato, gli impone una serie di incontri, alla presenza sua e del marito, con una dottoressa incaricata di “guarirlo” dalla sua immonda malattia, un processo distruttivo per l’autostima del ragazzo. Così il giovane si trova a subire l’intolleranza della madre, affrontare i ridicoli tentativi del padre di redimerlo portandolo con sé a caccia e la derisione dei coetanei a scuola; solo nella cugina Jeanette trova parole d’accoglienza e comprensione.
Tratto da una storia vera, Prayers for Bobby è preciso e puntuale nel comunicare il dramma lacerante di un ragazzo che non accetta se stesso, a cui è stato insegnato ad affidarsi alla preghiera ma che davanti al silenzio di Dio ingaggia una lotta impari contro la sua stessa natura, prima di prendere coscienza dell’assurdità del conflitto. L’incontro con David gli insegna a mettere in discussione gli insegnamenti ricevuti, ma il rifiuto intransigente della madre è un dolore troppo grande da sopportare.
La notte del 27 Agosto 1983 Bobby Griffith si è tolto la vita a Portland, Oregon, gettandosi da un ponte. Ha atteso l’arrivo di un tir per fare il suo salto irreparabile. Aveva solo vent’anni.

Il dolore senza riscatto per l’inaccettabile perdita del figlio più amato, con i forti sensi di colpa per la responsabilità morale di quanto accaduto, hanno permesso finalmente a Mary Griffith di confutare l’interpretazione dura e troppo ortodossa delle sacre scritture che le era stata insegnata. Il prezzo incalcolabile che ha dovuto pagare e le parole del reverendo Whitsell, “le sacre scritture sono opera scritta e interpretata dall’uomo”, sono state seme tardivo germogliato in un nuovo, più consapevole, cammino di fede.
Mary ha compreso che una fede monolitica, mai scalfita da attimi d’incertezza, equivale alla mancanza di fede, ha imparato il valore del dubbio, in contrapposizione all’intransigenza di chi sentendosi depositario della Verità si crede in dovere d’imporla al suo prossimo; ha scoperto il senso della compassione per le umane debolezze al posto di una rigidità dei sentimenti che certe ortodossie nutrono e diffondono. La religione è un sentimento che mal si accompagna a umane gerarchie, porsi davanti alle domande profonde dell’esistenza è intima attività a cui nessuno dovrebbe imporre risposte canoniche.
Il film di Russell Mulcahy Prayers for Bobby, in programma all’VIII edizione del Florence Queer Film Festival e ancora inedito in Italia, è stato proiettato a titolo gratuito per volere degli stessi produttori che tentano così di garantire alla pellicola il pubblico più vasto possibile. Negli Stati Uniti si è scelto di trasmetterlo per due volte consecutive in prima serata su un canale televisivo, per raggiungere la profondità della provincia dove non ci sono sale cinematografiche e dove soprattutto si annidano razzismo e intolleranza.
Ancora oggi in ogni parte del mondo sono migliaia i suicidi tra gli adolescenti, ma anche gli omicidi, per motivi di discriminazione sessuale, è un dovere etico e civile farsi promotori della lotta contro ogni espressione di omofobia, perché il problema ci riguarda tutti come membri del genere umano.
Sigourney Weaver è bravissima a dare durezza e fragilità al personaggio di Mary, la sua adesione al progetto ha consentito dopo ben tredici anni di stallo che il film venisse finalmente realizzato, girato in soli diciannove giorni durante le pause di Avatar.
Prayers for Bobby affronta in modo diretto il rapporto tra omosessualità e fede, l’essenza stessa dell’integralismo religioso di stampo cristiano che è alla base di tante comunità nella società ultrareligiosa e conservatrice degli States, per questo le difficoltà che ne hanno ostacolato il cammino produttivo sono state tante.
Le contraddizioni di un continente come gli Stati Uniti emergono da fatti di cronaca come quello di Laramie, Wyoming, dove il 6 ottobre 1998 lo studente ventiduenne Matthew Shepard è stato seviziato da due coetanei e lasciato per diciannove ore legato ad una palizzata in mezzo al niente, perché esibiva con troppa naturalezza la sua omosessualità.
Il giorno dei suoi funerali, mentre all’interno della chiesa parenti e amici celebravano l’estremo saluto all’ennesima vittima dell’intolleranza, all’esterno un gruppo di fanatici guidati dal reverendo Fred Phelps, dimostravano con cartelli, invocando l’inferno per gli omosessuali e rivendicando il trattamento riservato al giovane Matthew come un atto di giustizia divina.
Ovunque nel mondo, in assenza di leggi e azioni della società che garantiscano pari dignità a persone d’orientamento sessuale diverso, sarà sempre possibile per chi ama esercitare violenza sull’altro, compiere atti inaccettabili aspirando all’impunità.
Il diritto della diversità a esistere dev’essere tutelato da un sistema giuridico per impedire l’iterazione, una visione troppo rigida e ortodossa delle sacre scritture è alla base anche di tanta omofobia ancora presente nelle società moderne, senza eccezione per quella italiana.
Risale solo al 3 Settembre 2010 l’uccisione a Termini Imerese di Salvatore Calì, un ragazzo di trent’anni, freddato a colpi di pistola nell’androne di un palazzo perché omosessuale. Il silenzio colpevole dei mezzi di comunicazione di massa, che tra un pettegolezzo e l’altro non trovano spazio per esprimere la giusta indignazione verso fatti del genere, finisce per trasformasi in complicità nel perpetuare un certo ben-pensare purtroppo lontano dall’esaurirsi.

Giuste e condivisibili le parole che la vera Mary Griffith ha rivolto al congresso degli Stati Uniti: “Prima di dire amen nelle vostre case, come nelle vostre chiese, ricordate che c’è sempre un bambino che vi ascolta.”
Se indipendentemente dall’essere o meno toccati dal problema in prima persona, ognuno di noi mostrerà nelle sue parole e ancor più nelle sue azioni un atteggiamento di apertura, di rispetto delle diversità altrui, forse anche l’animo più sensibile potrà sentirsi libero di esprimere apertamente la sua natura senza temere il rifiuto, o peggio la violenza, della comunità in cui vive.