Pippo Delbono a Firenze
di // pubblicato il 16 Dicembre, 2009
L’uscita del libro-intervista dal titolo “Corpi senza menzogna” realizzato dalla giornalista Leonetta Bentivoglio, è stata l’occasione per un incontro a 360 gradi con Pippo Delbono, il più internazionale e uno tra i maggiori protagonisti del teatro contemporaneo italiano.
L’editore Barbes, oltre alla presentazione del libro alla Biblioteca delle Oblate, ha organizzato una rassegna di due giorni inaugurata con la proiezione all’Istituto Stensen di tre lungometraggi dell’artista ligure – di cui l’ultimo “La Paura” presentato all'ultimo Festival del Cinema di Locarno - e conclusasi con lo spettacolo “Racconti di Giugno” in scena al Teatro Goldoni, monologo del 2005, nel quale Delbono ripercorre le tappe fondamentali della sua vita e della sua carriera artistica.
L’autore, proprio come un narratore che dialoga direttamente con il suo pubblico, ricorda i suoi primi approcci con il teatro, agli inizi degli anni ’80, durante i quali incontrò l’attore argentino Pepe Robledo, scappato dalla dittatura, con il quale ha poi dato vita a un sodalizio sentimentale e professionale indissolubile.
Ma la tappa fondamentale nel percorso artistico del regista, come sottolinea la Bentivoglio, è stato indubbiamente l’incontro con la grande coreografa Pina Bausch, da poco scomparsa, che nel 1987 lo invitò a lavorare nel suo Wuppertaler Tanztheater: “Pina Bausch è stata la scoperta della libertà, è stata la rivelazione di fare un spettacolo senza seguire un schema intellettuale”.
Nei suoi lavori teatro e danza si fondono e sono tra loro complementari.
“Concepisco i miei spettacoli – afferma Delbono – come delle coreografie teatrali. In ogni nuova creazione, regia e coreografia sono due cose che non riesco assolutamente a separare. Quindi sento sempre di fare danza. E’ da qui che parto, concentrandomi su tutto ciò che in scena equivale al non parlato. In seguito ma solo in un secondo momento, arriva anche il parlato, elemento che mi appartiene in quanto sono un regista di teatro che costruisce coreografie teatrali”.
Il teatro di Delbono si distingue per la sua autenticità e la sua capacità di coinvolgimento emotivo.
Il regista ligure avverte la necessità e non la nasconde, di mettere in scena la sua vita, le sue emozioni e i suoi dolori.
Dopo aver scoperto, nel 1989, di essere sieropositivo, Delbono è disperato e, come un moderno Dante, decide di addentrarsi nell'inferno della malattia, della marginalità e della sofferenza.
E' così che durante lo svolgimento di un seminario nel manicomio di Aversa nel 1998, incontra Bobò, un microcefalo sordomuto, internato da 45 anni, che da quel momento sarà presente, in veste di attore, in tutti i suoi spettacoli. “Quando stai male – dice Delbono – stai meglio con quelli che stanno male e lui era un derelitto come me, chiuso nel suo silenzio, analfabeta. Io avevo già studiato molto con il corpo, sapevo già riconoscere la qualità dei gesti e la cosa che più mi colpì di Bobò era il suo modo di eseguire certi esercizi fisici: semplice e personale, colmo di una poesia rarissima. Aveva una maniera di usare lo sguardo che mi muoveva qualcosa dentro. Da lì è iniziato il desiderio di portarmelo via dal manicomio”.
Da qual momento in poi, il tratto caratterizzante dell'arte di Delbono sarà la sua capacità estrema di rappresentare le diversità della vita sul palcoscenico, coinvolgendo lo spettatore che si scopre a giocare, danzare, e a vivere nelle grida e nelle forme "altre" dei corpi in scena. Un circo di persone che vengono dal mondo della "anormalità", dell'handicap, della follia e delle realtà marginali e che riversano nella rappresentazione e nella comunicazione teatrale la tragedia, ma anche la gioia, del loro esistere.
La personale esperienza di vita del regista d'altra parte, non lascia spazio a chi potrebbe criticarlo di strumentalizzare i corpi di persone “diverse” come Bobò, proprio perché egli stesso ha vissuto per molto tempo sulla propria pelle ed ha condiviso con quelle persone, la condizione di un corpo colpito dalla malattia al punto tale di non riuscire neppure più a camminare: “soltanto se ci sei passato dentro puoi comprendere davvero. Sei come qualcuno che viene ferito durante una battaglia, o colpito durante un'esplosione: tutto ti crolla attorno e sopra, senti fortissimo il dolore e cerchi di tirare fuori dalle macerie altre persone, perché sotto le macerie ci sei stato pure tu e sai bene cosa significa. Non vai certo ad estrarre dalla macerie quelle persone per metterle in posa o far loro una fotografia”