Piermatteo d’Amelia e Federico Zeri: riscoperta di un’artista

di Elisabetta Morici // pubblicato il 01 Maggio, 2010

La mostra che si sta concludendo in questi giorni a Terni sulla figura di Piermatteo d’Amelia ha colmato un vuoto ed un oblio che segnava il pittore umbro per il grande pubblico. 
Conosciuto, infatti, dagli addetti ai lavori, amato da chi proviene dalle terre centrali della nostra penisola, ma praticamente sconosciuto a tante persone che invece guardano all’arte con interesse e che fortunatamente riempiono le sale delle esposizioni e dei musei del mondo.

In un film italiano del 1960 dal titolo Fantasmi a Roma, il fantasma di un pittore del Seicento, impersonato da Vittorio Gassman, dipinge un affresco per salvare da mire di speculazione un antico palazzo del centro città, ma all’arrivo del funzionario della Sovrintendenza ai Beni Culturali, l’attribuzione cade sul nome di un altro artista dello stesso periodo, mandando su tutte le furie l’autore delle pitture che per l’ennesima volta non si vede riconosciuto il merito della sua arte.
Ebbene, questo non potrà più accadere a Pier Matteo d’Amelia, grazie a studiosi importanti, come Roberto Longhi, prima, e, soprattutto, Federico Zeri, poi; la sua ostinazione, unita ad un fantastico metodo di studio e di ricerca, unita alla sua “feroce abilità attributiva”, hanno portato alla ricostruzione della sua vicenda, della sua importanza e del ruolo di anello di congiunzione tra la pittura umbra, toscana e romana del secondo quattrocento.

La mostra in questione è la prima ad essere stata interamente dedicata all’artista amerino, così da poter meglio qualificare la bellezza ed originalità della sua arte pittorica dai colori smaltati e dalle figure plastiche e spirituale al contempo.
Il confronto delle sue opere, e la possibilità di completare la sua conoscenza con la visita alla Pinacoteca di Amelia, suo luogo natale, permette di cogliere anche le bellezze del paesaggio umbro della Valnerina, luogo ameno ed ospitale.
Proprio ad Amelia ha inizio la vicenda di Piermatteo di Manfredo, nato tra il 1445 e il 1448 circa, beneficiando della condizione agiata del padre che era castellano del vicino borgo di Cesi. La più importante famiglia amerina del tempo sarà il primo gradino per la sua carriera: i Geraldini, espressione della nobiltà locale, per circa sessanta anni ricoprirono il ruolo di avvocati per la curia, ruolo ricoperto di padre in figlio per generazioni con tanta dedizione. Nel contempo furono attivi nell’ambito amministrativo e diplomatico per vari signori e comuni, fino ad ottenere l’ambito titolo di conti palatini.
Fu questa famiglia, promotore anche delle arti, che metterà il giovane Piermatteo sulla strada per Spoleto, dove era a dipingere dal 1476 il pittore fiorentino Filippo Lippi nel duomo della città. Non ancora maggiorenne, il nostro Piermatteo entra come garzone e poi allievo di Filippo, e cominciando a conoscere la pittura raffinata e all’avanguardia che era in quegli anni a Firenze.
Alla morte del Lippi si sposterà a Firenze, anche in questo aiutato dai Geraldini, che oltre a vantare origini fiorentine, ricopriranno con Girolamo Geraldini l’incarico di Podestà di Firenze nel 1474, come testimonia lo stemma araldico conservato al palazzo del Bargello, antica sede dei Podestà.
Così a Firenze comincia a frequentare Verrocchio, Domenico Ghirlandaio e il suo conterraneo Perugino; le grandi imprese papali degli anni settanta del Quattrocento sotto la spinta di Sisto IV della Rovere, saranno fondamentali per Piermatteo, che verrà chiamato a decorare il cielo stellato dentro la Cappella Sistina- poi distrutto per far posto alla volta di Michelangelo- e che poi comincerà a dipingere nella superba cattedrale di Orvieto dal 1479.
Con Giorgio della Rovere, nuovo vescovo della città, Piermatteo trova ancora una volta un committente che lo considera e ammira la sua arte che aveva conosciuta a Roma. Piermatteo realizzò probabilmente affreschi nella cappella della Madonna della Tavola, che era collocata dove oggi si trova la Biblioteca Alberi: purtroppo le vicende conservative del duomo ci hanno impedito per sempre di poter conoscere l’opera del maestro amerino in questa cappella. Ma subito dopo si parla di lui nei documenti della cappella Nova, oggi conosciuta col nome di cappella di San Brizio: commissionata a Beato Angelico, lasciata incompiuta alla sua morte, sembra il giusto posto per l’opera di Piermatteo.
Il destino sembra giocare, però, un brutto tiro a Piermatteo, e gli impegni romani sono così tanti che non riesce mai a liberarsi, tanto che nel 1499 sarà Luca Signorelli a concludere il lavoro della cappella orvietana.

Cosa può aver trattenuto Piermatteo a Roma? Gli studiosi riconoscono la mano dell’artista in alcune figure degli affreschi che sono stati realizzati da Pietro Perugino all’interno della Cappella Sistina, così come nella serie dei ritratti dei Pontefici. I documenti, però, pongono Piermatteo sempre in un ruolo secondario rispetto ai maestri capibottega, quasi un socio-collaboratore utilissimo per la mole di lavoro da affrontare nel più breve tempo possibile. 
Ma per Orvieto nel 1479 Piermatteo comincia a dipingere uno splendido polittico, che la mostra ha tentato di ricostruire, visto che le sue parti sono disperse in vari paesi del mondo: il polittico di Sant’Agostino, diviso fra Altenburg, Berlino, Philadelphia e una collezione privata ignota. 
Commissionato per l’altare centrale della chiesa, era composto da cinque pannelli, con al centro la Madonna col Bambino, oggi conservata allo Staatliche Museen di Berlino, con quattro figure di Santi ai lati: San Giovanni Battista e santa Maria Maddalena, oggi ad Altenburg, e Sant’Agostino e San Nicola da Tolentino, quest’ultimo a Museum of Fine Art di Philadelphia.
La cornice perduta doveva comunque restituire un aspetto gotico all’opera, dove i santi poggiano su un pavimento marmorizzato. L’impostazione delle figure è però vicina ai modi di Filippo Lippi e del Ghirlandaio, donando senso plastico e sguardi penetranti, con una tavolozza ricca di colori inusuali con accostamenti arditi- notare la stupenda manica dell’abito della Santa.

Nel passato i pannelli furono attribuiti a diversi artisti, fin quando non fu “inventata” nel 1932 circa da Bernard Berenson, la personalità del Maestro dell’Annunciazione Gardner, name-piece ripreso dall’opera di Boston. Il nome convenzionale serviva per cominciare a costruire, attraverso una ricerca capillare e uno studio attento delle opere, la vita di un artista praticamente sconosciuto.

Tutta la critica successiva concordò sull’attribuire le opere del polittico di Sant’Agostino a questo Maestro, ma fu Federico Zeri che per primo, nel 1953, ipotizzò una identificazione di questi con Piermatteo d’Amelia e identificò il quarto pannello laterale con S. Agostino nella collezione privata ad Oxford. Il tutto venne confermato poi dal ritrovamento di un documento nell’Archivio Notarile di Orvieto nel 1992 da parte dell’Andreani.
I dettagli iconografici dell’opera, come la figura del Santo di Ippona che schiaccia gli eretici, sono indicazione della piena adesione dei monaci agostiniani alla politica teologica del loro papa Sisto IV, per il quale fu centrale la dottrina dell’Immacolata Concezione di Maria, dogma fondamentale per S. Agostino. E’ quindi facile supporre nuovamente che l’interesse per Piermatteo derivi direttamente dalla famiglia papale che lo introduce a queste commissioni.

Il polittico è un’opera di qualità incredibile, assolutamente moderno pur nel suo fondo oro con punzonature elegantissime per le aureole, impreziosito da effetti luminosi che sono forse l’effetto dell’uso di una particolare e sapiente miscela di tempera grassa e sostanza oleosa nel legante, alla maniera della bottega del Verrocchio, luogo di sperimentazioni tecniche. 

Proprio per questo è un vero peccato che a coronamento di questa esposizione non sia stato possibile ottenere il prestito del pannello centrale con la Madonna e il Bambino dal museo di Berlino, che avrebbe potuto ricongiungere questo ai suoi pannelli laterali e donandoci la possibilità di osservarli vicini. Questo nulla toglie alla bellezza di una esposizione che culmina con l’opera conservata al museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Terni, il grande polittico dei Francescani, opera del 1483-85, realizzata per l’altare maggiore della chiesa di San Francesco a Terni.
Anche in questo caso un polittico a fondo oro, dove la cornice però è già nel pieno della Rinascenza, definita da Federico Zeri “tra le più spettacolose del Rinascimento italiano”. 
Anche in questo caso una attribuzione che ha dovuto aspettare anni e il coraggio di Federico Zeri per aver affiancato il suo nome a questo capolavoro; la conferma dell’intuizione dello studioso romano è arrivata nel 1987, con il ritrovamento, ad opera di Elisabetta David, del contratto di allogazione che porta la data del 29 settembre 1483, con prezzo stabilito in duecentoventi ducati più vitto e alloggio per lui e i suoi aiutanti. 

Per questo dobbiamo molto a questa mostra che rende giustizia ad uno degli autori più raffinati della cultura del Rinascimento, accendendo le luci sulla figura di Piermatteo di Manfredo detto d’Amelia che, per citare le parole di Federico Zeri, è stata “la figura più eminente accanto a Perugino della pittura umbra della seconda metà del Quattrocento”.

 

Dettagli

DIDASCALIE

Piermatteo d'Amelia
San Giovanni Battista
(scomparto laterale del Polittico di
Sant'Agostino) di Orvieto 1479-1481
121x42
tempera su tavola
Altenburg Statliches Lindenau Museum  

Piermatteo d'Amelia (o Antoniazzo Romano?)
Madonna col Bambino sec. XV
66,5x46x2,5
(compresa la parchettatura)
81,5x64,2 (in alto max) e 57,5 (in basso min)
x 12,5 (in alto max) e 9 (in basso min.)
compresa teca dipinto su tavola
Firenze, Museo di San Marco in deposito
dalla Galleria degli Uffizi

Piermatteo d'Amelia
San Nicola da Tolentino
Philadelphia, Museum of Fine Arts,
John J. Johnson Collection

Mappa

Dove e quando

PIERMATTEO D’AMELIA

  • Fino al: - 02 Maggio, 2010
  • Indirizzo: Terni CAOS Centro Arti Opificio Siri
  • Sito web

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