Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 02 Novembre, 2011

Il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini veniva brutalmente massacrato in circostanze mai del tutto chiarite. Trentasei anni dopo alla verità processuale di quel tragico evento, ormai universalmente riconosciuta inattendibile, per usare un eufemismo, non è ancora seguita nessuna concreta indagine tesa ad accertare responsabilità in un delitto che, col senno di poi, appare quanto mai politico.

Laura Betti, attrice ma soprattutto amica e sodale di Pasolini, nel 2001, solo tre anni prima della sua scomparsa, ha dedicato un ritratto intimo e personale al compagno di tante avventure che con immagini di repertorio e interviste dirette al poeta bolognese ne rivendica la drammatica attualità del pensiero.
Nella sequenza d’apertura gli amici più cari, da Ninetto Davoli a Bernardo Bertolucci, ma anche eredi morali come Mario Martone e Francesca Archibugi, si siedono davanti a una piccola cascata, in contemplazione dello scorrere di un tempo segnato dall’assenza, dolorosa, pressante e quanto mai tangibile dell’uomo Pasolini, prima che dell’intellettuale.

Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno comunica direttamente alla coscienza con le parole vive e attuali del poeta, ma anche del regista e dell’uomo, senza la mediazione dei ricordi personali di chi l’ha conosciuto, come la sequenza iniziale poteva far credere e come la struttura più diffusa del documentario generalmente oggi prevede.

Immagini imperfette, spesso ingiuriate dal passaggio del tempo, si susseguono nell’assenza di un commento esterno a legare frammenti di diversa natura, brani da varie interviste, sequenze dei suoi film e un’unica testimonianza postuma dell’amico Paolo Volponi, che apre uno squarcio sul Pier Paolo più privato e personale. Tutto contribuisce alla creazione di un flusso visivo continuo molto cinematografico, nel senso che è l’accostamento delle immagini attraverso il montaggio a costituirne il discorso.
Interessante constatare come proprio l’attrice Laura Betti che per la natura del suo mestiere dovrebbe avere nella parola il primo mezzo di espressione, abdichi radicalmente l’idea di un testo, evitando così intelligentemente ogni fuorviante mediazione o deriva agiografica, mettendoci direttamente in contatto con i pensieri, spesso spiazzanti e controcorrente, di Pier Paolo Pasolini stesso.

Paradossalmente proprio una struttura frammentaria, senza velleità alcuna di essere esauriente nel riproporre una figura così poliedrica e complessa, riesce a trasmettere un ritratto umano sincero e quanto mai preciso del libero pensatore che proprio a questa irrinunciabile libertà d’espressione deve probabilmente la macellazione, prima fisica e poi morale, subita.
La Storia sbagliata sulla sua morte cantata da De André, fu catalogata, per comodità e per paura, come un torbido affaire sessuale tra diversi, a sottintendere che forse Pier Paolo si era cercato/meritato un trattamento così atroce. In questo giudizio è l’evidenza d'una reazione del sistema che non poteva tollerare i lucidi attacchi al potere perpetrati da Pasolini, corpo estraneo alla società moralista di cui scorgeva l’aggressività sotterranea con largo anticipo sui tempi. Nell’ultima intervista rilasciata a Furio Colombo il giorno prima di essere ucciso Pasolini affermava non a caso “siamo tutti in pericolo!” e tra le pagine del suo ultimo, incompiuto, romanzo Petrolio, forse si nasconde il movente reale dell’omicidio.

Il film di Laura Betti sembra non seguire un itinerario preciso ma, partendo dai rapporti con i familiari, affronta tutti i punti cardine che costituiscono la personalità dell'individuo, le idee pubbliche su politica e società ma anche questioni più intime come il rapporto col sacro o la scelta di vivere senza ipocrisie la propria sessualità, con la precisa consapevolezza che l’omosessualità è vissuta come un abominio dalla società che si sente minacciata da stili di vita diversi dal coito coniugale.
Pasolini sapeva riconoscere e contrapporsi ai valori malati diffusi in seno alla collettività, “un’educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti nell’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In quest’arena siamo spinti come una strana e cupa armata con cannoni e spranghe. Allora una prima divisione, classica, è “stare con i più deboli”. Ma io dico che in un certo senso tutti sono deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.1

Anche chi come me ha avuto solo conoscenza postuma di Pier Paolo Pasolini (il giorno del suo massacro ero soltanto un bambino) sente incolmabile il vuoto per qualcosa di prezioso che ci è stato negato e sottratto. Ascoltare la sua voce esprimere idee contro apre una voragine nel cuore e anche se vediamo il sole della sua eredità morale sorgere dalle immagini di Accattone per splendere alto a illuminare le coscienze, il senso della perdita è lo stesso di quando si è costretti ad accettare il commiato di un amico al quale ci si sente legati.

Il consumismo è una forma nuova rivoluzionaria di capitalismo, perché ha degli elementi nuovi dentro di sé che lo rivoluzionano, cioè le produzioni di beni superflui in scala enorme. Quindi la riscoperta della funzione edonistica fa si che questo nuovo assetto sociale non voglia più avere dei poveri, ma voglia avere dei benestanti che possano consumare, voglia avere dei bravi consumatori non dei bravi cittadini. Questo ha trasformato antropologicamente gli italiani.
Perché gli italiani più degli altri? Perché l’Italia non ha avuto ne un’unificazione monarchica, ne un’unificazione, diciamo così luterana riformistica che è quella che ha preparato la civiltà industriale, ne la rivoluzione borghese
[…] ne la prima rivoluzione industriale. Non ha avuto nessuna di queste evoluzioni unificatrici omologatrici, quindi per la prima volta l’Italia è unificata dal consumismo e la cosa è abbastanza terrorizzante. E’ abbastanza definitiva. Allora, non appena stabilito che il nuovo potere non è altro che il nuovo tipo di economia, bisogna tenere ben presente l’assioma primo e fondamentale dell’economia politica, cioè che chi produce non produce merci ma rapporti sociali […]”
Pier Paolo Pasolini

1 Furio Colombo, Siamo tutti in pericolo, intervista pubblicata da "Tuttolibri", settimanale d'informazione de "La Stampa", l'8 novembre del 1975, alle pagine 3 e 4.

 

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Pier Paolo Pasolini

- Locandina
- Laura Betti e Pier Paolo Pasolini
- Maria Callas e Pasolini sul set di Medea / Lo storico
  incontro di calcio tra la troupe di Novecento e quella
  di Salò e le 120 giornate di Sodoma / Paolo Volponi /
  Pasolini e Totò
- Frammenti apparentemente slegati di un racconto
  visivo
- Pier Paolo Pasolini e la madre Susanna Colussi
- Omaggio pittorico di Pasolini a Laura Betti, 1967

© 2001 Palomar SpA / MC4

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Pier Paolo Pasolini, la ragione di un sogno
  • Regia: Laura Betti
  • Collaborazione alla regia: Paolo Costella
  • Con: Pier Paolo Pasolini, Francesca Archibugi,
    Bernardo Bertolucci, Mimmo Calopresti, Franco Citti, Sergio Citti, Mario Cipriani, Pappi Corsicato,
    Ninetto Davoli, Andrea De Sica, Virgilio Fantuzzi, Giacomo Marramao, Mario Martone, Soo Min Choul, Michela Noonan, Tullia Perotti, Enzo Siciliano,
    Paolo Volponi
  • Sceneggiatura: Laura Betti con la collaborazione di Pasquale Plastino
  • Fotografia: Fabio Cianchetti
  • Musica: Bruno Moretti
  • Montaggio: Roberto Missiroli
  • Collaborazione al montaggio: Paolo Petrucci
  • Produzione: Roberto Cicutto e Carlo Degli Esposti per Palomar, Stream, Mc4 e Arte con il contributo di Eurimages
  • Genere: Documentario
  • Origine: Italia, 2001
  • Durata: 89’ minuti