Pater noster qui es in Circo
di // pubblicato il 13 Marzo, 2010
Al Teatro San Martino di Bologna va in scena Padre Nostro del Teatro delle Ariette, compagnia operante dal 1996 con sede nel Castello di Serravalle (in provincia di Bologna), dove i due soci Perselli e Paquini conducono dal ’89 l’azienda agricola omonima, Le Ariette appunto. Ed è proprio dal contatto con la vita semplice, vera, genuina e vissuta dei campi e dallo stretto rapporto con gli animali che si sviluppa la poetica delle Ariette. Già attivi a Bologna negli anni ottanta, i due iniziano le loro sperimentazioni teatrali esibendosi in luoghi non deputati al pubblico spettacolo, quali forni, ospedali, case private, ponendo l’accento proprio su quell’esperienza di relazioni dalla quale il teatro si genera tra individui.
Padre Nostro è frutto di una vicenda autobiografica. Il Natale 2007 trascorso a casa del padre di Angela, per supplire la badante in meritate ferie, e qualche tempo dopo la scomparsa dell’anziano, già affetto dall’Alzheimer.
Ci accoglie una scena dai toni intimi. Pochi oggetti, un televisore sintonizzato sulla messa natalizia con Papa Benedetto benedicente, una sparuto, piccolo e semplice albero di Natale, qualche mobile dei tempi passati, un fantoccio costruito con legni assemblati, testimonianza lignea del defunto che non vi è più. Sul fondo della scena una cortina rossa, sgargiante, ed un fornello dove bolle dell’acqua. La scena è interamente ricoperta di terriccio e in mezzo ad essa su un tavolo da cucina Angela e Stefano preparano i tortellini per il pranzo di Natale. Gesti semplici quelli, ma che ci richiamano subito in mente la dimensione familiare e il clima della festa. Stefano inizia a narrare la propria esperienza del Natale passato col suocero e delle multe prese durante il tragitto, mentre Angela ascoltandolo è intenta a ultimare la preparazione della pietanza. Una sorta di collage di varie esperienze tutte raccolte sotto una acuta riflessione sull’anzianità e sul ritorno del corpo e della mente ad uno stadio infantile, una “preghiera da circo” appunto come cita il sottotitolo dell’opera. Ma lontano da atmosfere cupe, lo spettacolo si anima con la presenza animata dei vari animali delle Ariette. E se prima è la storia delle pecore acquistate da un pastore abruzzese ad essere raccontata al pubblico, sono le oche avute in regalo a Volterra le prime ad entrare in scena. Bianche, sbattono le ali, vengono dirette dagli attenti movimenti di due lunghi bastoni manovrati dai due performer. Tutto è dominato da movimenti rotatori. Si conducono le oche in circolo attorno al tavolo e dopo i due ruotano attorno ad esse. Poi si premia, come nel circo, l’animale con del cibo, ed ecco allora Angela lanciare foglie di lattuga alle oche. Riempiendosi la bocca, anche lei inizia a mangiarne e dopo inizia a sbattere le braccia, imitando i medesimi volativi quando starnazzano. Ecco allora che riposte le oche nelle proprie nasse, è il turno del cane, poi della Pony che vistosamente porta dei palloncini, i quali vengono recisi e offerti al pubblico. Che dire, una vera e propria “Pista da Circo”, con tanto di nasi rossi da Clown e infermiere bionde in minigonna, “le belle passerone”. Ma ad essere agito è pure il simulacro del padre defunto. Una sorta di oggetto-poetico, quasi potremmo dire ossuto, legno rivestito da una tuta ed una testa semi sagomata. Viene fatto camminare. Viene invitato a sedersi per il pranzo. Alla sua presenza Stefano, riflette su questa sorta di regressio ad uterum tipica della tarda età e delle malattie senili. Riflessione che si fa poesia, la stessa letta da Angela a conclusione, dopo la quale, avendo offerto un piatto di tortellini in brodo fumanti a molti spettatori, sedutisi assieme al Padre, in maniera sincronizzata consumano la vivanda della festa, potlach in onore dello scomparso.

Un lavoro semplice, fresco, ma ricco di riflessioni e spunti quello delle Ariette. Riflessioni che toccano in nuce il concetto e gli statuti del teatro. Dove la relazione tra performer e spettatore si fa intima sensazione comune del tempo che passa, mentre con stoicismo si ripensa ai cari che furono e non sono più. D’altronde è questo proprio la poetica alla quale loro si ispirano sin dai loro lavori degli esordi presentati in luoghi non convenzionali e che prevedono l’instaurarsi di una intima relazione con lo spettatore. Mai si scade nel patetico e l’uso delle musiche, strumentali, vintage e carillon inglesi, appare come un preciso strumento di raffreddamento e distacco emotivo dal narrato, come la stessa partitura corporea che si dipana attraverso i racconti di Stefano.
Vita agreste che epura l’uomo riportandolo alla concretezza dei gesti e dell’agire. Preparare (lavorare), mangiare, morire per poi riflettere.