Passione - un’avventura musicale
di // pubblicato il 22 Ottobre, 2010
Newyorkese di nascita ma di padre pugliese e madre siciliana, l’attore americano John Turturro al suo quarto film da regista avvicina la città di Napoli, la sua storia, le sue tradizioni ma soprattutto la sua musica. Progettato originariamente come un documentario Passione è diventato strada facendo molto di più, un oggetto ibrido, ricco di vibrante vitalità che sarebbe riduttivo costringere in qualsiasi casella di genere
Ho incontrato John Turturro che ha ripercorso per noi la genesi che ha prodotto il film. L’attore-regista americano ha conosciuto Napoli grazie a Francesco Rosi che lo diresse nel film La tregua, poi si è innamorato del capolavoro di Eduardo De Filippo Questi fantasmi portandolo in scena con successo sui palcoscenici di Broadway, in seguito è stato invitato a Napoli a interpretare lo stesso testo.
Recitare Eduardo a Napoli in un adattamento in lingua inglese (Souls of Naples) rappresentava un grosso rischio che avrebbe potuto demolire chiunque, ma lo straordinario successo ottenuto e il calore della gente napoletana hanno definitivamente conquistato il cuore di John Turturro.
“Ci sono luoghi in cui basta andare una volta sola, …e poi c’è Napoli!” Sono le prime parole del film pronunciate in inglese dallo stesso Turturro.
Napoli da sempre ha avuto una vita travagliata, ha resistito a invasioni, terremoti ed eruzioni vulcaniche, spesso vivere tra i suoi vicoli significa sopravvivere e forse proprio per questo la città ha prodotto una così grande quantità di opere letterarie, poetiche e musicali. La musica leggera è nata qui, alle pendici del Vesuvio, tra la povera gente che nonostante le avversità mai potrebbe rinunciare al canto. Perfetta l’affermazione di un intervistato che alla domanda sul perché Napoli da decenni abbia prodotto tanta musica dice: “La risposta è psicanalitica!”
Dopo lo sbarco degli americani, ad esempio, che nel 1944 liberarono Napoli, molti furono i bambini neri che nacquero da violenze subite dai marocchini aggregati alle truppe alleate o da fuggevoli amori con soldati statunitensi, la bellissima Tammuriata nera è il perfetto esempio di musica nata per esorcizzare il dolore e il male di situazioni al limite della disperazione. Il musicista jazz James Senesi, napoletano di nascita e nero di pelle, ricorda come fosse benvoluto da tutti, ma anche la sofferenza quando nelle discussioni da ragazzino invariabilmente la prima parola che gli veniva rivolta con rabbia era “negro”.
Dopo due anni passati ad ascoltare più di duemila canzoni John Turturro, a cui è stata lasciata completa libertà, ha scelto i titoli, spesso famosi ed immortali, e gli artisti chiamati a interpretare i brani secondo i suoi desideri. Il risultato è un mosaico visivo e sonoro che restituisce un’immagine della città lontana dagli stereotipi. Magica la sequenza in cui tre nuove voci della scena partenopea, Fiorenza Calogero, Lorena Tamaggio e Daniela Fiorentino intonano il brano più antico, Canto delle lavandaie del Vomero risalente al 1200, in una Napoli sotterranea che conserva ancora tutto il fascino di epoche mitologiche.

Diversi i momenti che fanno venire la pelle d’oca, come la canzone Maruzzella interpretata da Gennaro Cosmo Parlato, Comme facette mammetta affidata alla grinta selvaggia di Pietra Montecorvino, l’interpretazione di Raiz in Nun te scurda, ma soprattutto quello che è forse il cuore pulsante dell’intero film, il momento più vibrante, l’interpretazione di Tammuriata nera da parte di Peppe Barra con l’attore americano Max Casella e la cantante tunisina, ma napoletana d’adozione, M’Barka Ben Taleb.
Sotto lo pseudonimo di Giuà il regista John Turturro ha creato anche delle coreografie per alcuni brani, molto divertenti quelle per Caravan petrol interpretata da Fiorello, con un duello tra i due fino all’ultimo passo di danza. Altri brani sono stati sceneggiati come veri e propri cortometraggi, è il caso di Malafemmena cantata da Massimo Ranieri e Lina Sastri o di Don Raffaé, che pur essendo opera del genovese De André, coglie così perfettamente le contraddizioni della vita politica e sociale della città, il conflitto tra il brigadiere rappresentante dello Stato e la sua deferenza verso il padrino, da entrare di diritto nella tradizione della canzone napoletana.

La partecipazione di artisti estranei per nascita alla cultura napoletana come la cantante portoghese Misia o la tunisina M’Barka Ben Taleb, stanno lì a rappresentare la società multietnica di cui Napoli è espressione tangibile da secoli. Le insulse recenti dichiarazioni da parte di tristi figure di spicco del mondo politico, che vogliono negare o ostacolare la realizzazione di una società multietnica in Italia, attestano così solo l’ignoranza e la loro ridicola inconsistenza.
Le migrazioni sono parte della Storia e affermare di essere contro è come pretendere d’imprigionare il vento per impedirgli di soffiare oltre confine, l’incontro delle diversità è ricchezza e la cecità di chi si ostina a negare l’evidenza inutile idiozia.
Passione è un atto d’amore verso Napoli e la sua gente, un accorato grido di dolore, la ricerca del riscatto di una città troppo spesso portata all’attenzione delle cronache solo per motivi negativi, che sembrano sempre mettere in ombra la sua pulsante vitalità. Un mondo viscerale ancora legato ad arcaiche tradizioni, come la pretesa che faccia gialla (così è affettuosamente chiamato San Gennaro perché la faccia della sua statua s’è ingiallita) compia il miracolo sciogliendo il sangue e la superstizione di immani disgrazie che incombono se ciò non dovesse avvenire.

Consapevolmente sono stati lasciati fuori da questo ritratto musicale il genere neomelodico e il suo principale rappresentante Gigi D’Alessio, che pur è andato sul set e ha fatto delle prove ma, sono parole di John Turturro, “non si è trovato il modo d’inserirlo”. A conferma che certe canzoni, troppo rivolte al mercato nella loro sconcertante banalità, anche se cantate in lingua napoletana sono prive della passione e della forza che affonda le sue radici nel malessere di Napoli. Sono state rifiutate come corpi estranei all’affresco che si andava costruendo dall’orecchio straniero e quindi immune da pregiudizi del regista.
La selezione di brani meravigliosi, tenuti insieme da un labile filo conduttore, affronta temi drammatici come prostituzione e povertà creando momenti inclini alla riflessione, che accanto ad altri divertenti, che fanno ridere con la mimica tipica partenopea, restituiscono un’immagine impressionista della città di Napoli con tutte le sue contraddizioni, frammentata e perciò più efficace. Un film da vedere, rivedere, ascoltare e perché no, persino ballare.