Palazzo Farnese

di Sara Pietrantoni // pubblicato il 24 Dicembre, 2010

“Una delle meraviglie di Roma, e del mondo, per magnificenza di architetture, ornamenti, di statue, di pitture & di antichità”.
Le parole di Bellori, databili al 1664, descrivono al meglio uno dei grandi punti di riferimento della città rinascimentale e barocca, il palazzo Farnese, luogo in cui nel tempo si sono succeduti re, papi, regine, artisti, intellettuali e ambasciatori. La sua origine è indissolubilmente legata a colui che può essere considerato il vero fondatore del casato, Alessandro Farnese: nato nel 1468, fu da giovane affidato alle cure dell’erudito umanista Pomponio Leto, che lo introdusse nell’ambiente curiale come scrittore apostolico a soli quattordici anni. Qualche anno dopo è a Firenze dove, nella raffinata corte medicea, può perfezionare lo studio del latino, del greco e della retorica, intessendo contemporaneamente relazioni diplomatiche che si consolideranno ulteriormente al tempo dei papi Leone X e Clemente VII, entrambi esponenti della famiglia Medici. Tornato a Roma, comincia la sua ascesa, certamente favorita dalla relazione tra sua sorella Giulia, tra le donne più belle di Roma, ed il papa Alessandro VI Borgia: Alessandro viene in poco tempo nominato segretario, protonotario apostolico, tesoriere pontificio e infine cardinale. Il Farnese ha appena venticinque anni e sembra ormai destinato a divenire pontefice in tempi brevissimi, ma dovrà invece aspettare molti anni, comunque costellati di incarichi di altissimo livello.

Nel frattempo il cardinale Alessandro, soprannominato “la volpe farnesa” per la sua acuta intelligenza, cura anche gli interessi familiari e si preoccupa della costruzione di un palazzo che diventi il vero, e tangibile, simbolo della potenza della dinastia.
Il luogo scelto per la costruzione del palazzo è presto individuato in quell’area, compresa tra Campo de’ Fiori ed il Tevere, che era già stato oggetto dei progetti urbanistici (rimasti incompiuti) di Giulio II e Donato Bramante: la commissione venne affidata ad Antonio da Sangallo il Giovane, nipote di Giuliano, architetto dei Medici, che il cardinale Alessandro aveva conosciuto a Firenze. I lavori cominciano nel 1513 ma andranno avanti molto lentamente, fino a fermarsi del tutto nel 1534, anno dell’elezione di Alessandro al soglio pontificio. Papa Paolo III affida infatti al Sangallo la progettazione della nuova basilica di san Pietro, delle fortificazioni dello Stato della Chiesa e di Castro, ducato affidato a Pierluigi Farnese, sottraendogli tempo prezioso per la costruzione della dimora romana.

I lavori del palazzo riprenderanno infatti solo nel 1541, quando il pontefice chiede al Sangallo di trasformare il palazzo in una residenza “non più da cardinale, ma da pontefice” e continueranno con lo stesso architetto fino alla sua morte del settembre 1546; direttore dei lavori sarà quindi nominato Michelangelo, che opera alcune modifiche alla facciata, realizzando soprattutto il potente cornicione, e occupandosi inoltre della parte posteriore del palazzo, progettando addirittura un ponte in legno per collegare la proprietà della riva sinistra con l’antica villa Chigi alla Lungara, da poco acquistata dai Farnese e già nota come Farnesina.
Alla morte di Paolo III i cardinali suoi nipoti Ranuccio e Alessandro affideranno i lavori del completamento del palazzo rispettivamente al Vignola e a Guglielmo della Porta, che conclude il progetto nel 1589. Ci volle quindi quasi un secolo per realizzare tale meraviglia, il cosiddetto dado Farnese, destinato fin dal principio ad un ruolo di alta rappresentanza e a contenere la vastissima collezione d’arte raccolta da Paolo III quando è ancora cardinale e dai suoi eredi.

Tra Quattrocento e Cinquecento i palazzi nobiliari, borghesi e cardinalizi della città cominciano a popolarsi di un gran numero di opere d’arte, soprattutto antiche: sono raccolte, quelle dei Galli, dei Della Valle, dei Colonna, dei Santacroce che, allestite solitamente nei cortili interni dei palazzi, rendono immediatamente evidente il potere, la ricchezza ed il prestigio di tali famiglie. L’interesse dei collezionisti si rivolge, in un primo momento, alle epigrafi, alle iscrizioni antiche reperite abbastanza facilmente nei tanti cantieri della città; soltanto tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo le raccolte cominciano ad arricchirsi di pezzi di statuaria, alcuni di straordinario valore storico-artistico. È il momento in cui tornano alla luce capolavori come l’Apollo ed il Torso del Belvedere, il cosiddetto Pasquino e soprattutto il Laocoonte, tra i gruppi più apprezzati del Rinascimento romano, già noto, ancora prima della sua riscoperta, da antiche descrizioni che ne magnificavano la fattura e la drammaticità. Soltanto un’altra scultura potrà rivaleggiare, in quanto a celebrità, con il Laocoonte (che nel frattempo papa Giulio II aveva fatto portare in Vaticano) ed è il cosiddetto Toro Farnese, ritrovato nell’area delle terme di Caracalla e subito concupito da Paolo III, cosciente del fatto che una ricca collezione d’arte non poteva far altro che migliorare lo status della sua famiglia. Decide quindi di acquistare la raccolta Sassi, riceve in dono parte di quella Cesi, confisca alcuni pezzi ai Colonna e soprattutto comincia ad assicurarsi tutte quelle statue che vengono rinvenute al Palatino, sul Campidoglio, nei pressi del Tempio di Adriano (da dove provengono le personificazioni delle Province) e, appunto, dalle Terme di Caracalla.

“Un Ercole, un tauro, tre ancille, un pastor quali tutti erano intagliati in un sol pezzo di marmo et anche una bellissima testa sopra al naturale. Sua santità ha commesso le si reintegrino sì come stavano prima, che certo sarà la più bella cosa di Cristianità” scrive Prospero Mochi nel 1546, sottolineando come le sculture antiche, spesso frammentarie, vengono affiati a scultori contemporanei affinché le restaurino in modo da poterle mostrare al massimo del loro splendore.
Accanto alle sculture antiche il pontefice acquista e commissiona dipinti, soprattutto ritratti che hanno il compito di eternare le fisionomie dei membri della casata: celebri sono a questo proposito i ritratti realizzati da Tiziano. Ma gli inventari citano anche opere di Sebastiano del Piombo, Lanfranco, Domenichino e Guido Reni, Parmigianino e Correggio, Giovanni Bellini, Mantegna, Botticelli e Masolino.
Non bisogna inoltre dimenticare il carattere insolito di parte della collezione Farnese, che conservava curiosità di ogni tipo, da modellini del Santo Sepolcro (un souvenir ante litteram?) a minerali e pietre ritenute curative, da legni esotici ad avori intagliati, da corna d’alce (ritenute efficaci contro l’epilessia) a ossa di ippopotamo; si ha persino notizia di un frammento di mummia.

La vera e propria frenesia collezionistica di Paolo III sarà ereditata dai cardinali, Ranuccio ed Alessandro; soprattutto grazie a quest’ultimo, e alle personalità di intellettuali che lo consigliano, la collezione cresce enormemente, andando a comprendere oggetti di glittica, ritratti di imperatori romani, monete antiche, dipinti moderni, manoscritti greci e latini e libri a stampa. Si racconta addirittura che il cardinale sarebbe stato autorizzato dal papa a saccheggiare quanti più edifici antichi, prelevando rilievi, sculture, marmi e colonne: alla fine della razzia, durata lo spazio di una notte, pare furono necessari settecento carri trainati da buoi per portare il bottino a palazzo che divenne, proprio per la possibilità di poter ammirare una collezione così ricca e varia, uno dei luoghi più visitati di Roma. Molti artisti, tra cui El Greco, Poussin, Rubens, Van Dyck ed Ingres. otterranno anche la possibilità di soggiornarvi; tra questi il più noto è senza dubbio Annibale Carracci, chiamato a Roma da Odoardo Farnese per la decorazione di alcune tra le sale del palazzo: suo è infatti il celebre dipinto del camerino, l’Ercole al Bivio (del 1594) e soprattutto la maestosa galleria, affrescata tra 1597 e 1605 con le scene degli amori degli déi e delle coppie più famose della mitologia greca e romana, opera imprescindibile per comprendere il rinnovamento della pittura dell’inizio del Seicento.

Nonostante la fama oramai consolidata della collezione come completamento ideale del palazzo, e soprattutto al contrario di quanto disposto dal cardinale Alessandro nel testamento del 1587, dove si afferma che dovranno essere conservate “tutte le state di marmo e di metallo e d’ogni altra materia, l’officio della Madonna miniato d’oro dal detto don Giulio Clovio et tutta la sua libraria nel suo palazzo di Roma di donde non si possino movere né prestare né alienare in alcun modo”, nel corso del XVII e XVIII secolo il dado Farnese viene progressivamente spogliato delle sue opere più note, trasferite a Parma e a Napoli. La sua fama tuttavia si mantiene inalterata e l’aura di fasto che emana sembra ancora riecheggiare la grandiosità di un tempo.

 

Dettagli

didascalie immagini

  • Palazzo Farnese
    ©Zeno Colantoni
  • Statua di Apollo seduto in porfido,
    già Roma Triumphans
    Napoli, Museo Archeologico Nazionale
  • Tiziano Vecellio
    ritratto di Paolo III Farnese a capo scoperto
    olio su tela
    Napoli, Museo di Capodimonte
  • Statua di Afrodite accovacciata con Eros
    Napoli, Museo Archeologico Nazionale
  • Annibale Carracci
    Ercole al bivio
    olio su tela
    Napoli, Museo di Capodimonte
  • Palazzo Farnese
    Galleria dei Carracci

 

IN COPERTINA
un particolare di
Palazzo Farnese
dettaglio della Galleria dei Carracci
Ambasciata di Francia in Italia
foto di Zeno Colantoni

Mappa

Dove e quando

  • Fino al: - 27 Aprile, 2011
  • Indirizzo: Palazzo Farnese, Via Giulia 186, Roma
  • Sito web

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