Padiglione Italia. “et et” non “aut aut”
di // pubblicato il 09 Giugno, 2011
54° Esposizione Internazionale d’Arte – la Biennale di Venezia.
Solamente i critici vantano il diritto di poter descrivere cosa sia arte e cosa non lo sia? È corretto affidarsi al solo e unico ipse dixit degli addetti ai lavori?
Troppo pericoloso rinchiudere e circoscrivere il pensiero dell’arte, cosa di tutti e infondo cosa di nessuno, entro un giudizio assolutistico dato dal cantore di turno che, arroccandosi diritti labili quanto semplicistici, con fare assolutista chiude il discorso assimilando l’arte a una moda. E gli stessi “signori e signore della moda” proponendosi come critici del momento alimentano il circolo.
“L’Arte non è cosa nostra” questo il pensiero di Vittorio Sgarbi, discusso curatore del Padiglione Italia alla 54° Biennale di Venezia. Se il tema generale della Mostra di quest’anno sono le ILLUMInazioni, Sgarbi sceglie di illuminarci circa lo stato dell’arte italiana dell’ultimo decennio, avviando una vasta ricognizione degli artisti italiani viventi e operanti tra il 2001 e il 2011.
In questo modo Sgarbi non sceglie di organizzare una propria mostra ma, accantonando il pensiero critico personale, ha ideato un inedito lavoro di ricerca sugli artisti contemporanei “offrendo la più ampia possibilità di vedere, sapere e conoscere.” Qual è l’intento di tutto questo? Lasciamo che siano le sue stesse parole a fugare ogni dubbio: “[…] tenterò il risarcimento del rapporto fra letteratura, pensiero, intelligenza del mondo e arte, chiedendo, non a critici d’arte, neppure a me stesso, quali siano gli artisti di maggiore interesse tra il 2001 e il 2011, ma a scrittori, pensatori, il cui credito è riconosciuto per qualunque riflessione essi facciano sul nostro tempo.”
È stato infatti affidato ad un Comitato di Intellettuali presieduto dal professor Emmanuele F.M Emanuele, il compito di scegliere i 200 artisti invitati ad esporre all’interno del Padiglione italiano, ampliato proprio per l’occasione.
Continua ancora Sgarbi: “Perché dovremmo affidarci ai “curatori” […]? Perché ci indichino i loro protetti, ci portino nella infermeria dove “curano” i loro pazienti malati? L’arte è diventata come un ospedale, al quale hanno accesso solo i medici e i parenti dei malati. Un grande “sanatorio”, separato dal mondo, non frequentato se non accidentalmente dalle persone sane.” Mentre la realtà è ben diversa: “e la bellezza del mondo sta fuori di quelle mura ed è sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno la indichi.”
Ecco spiegato perché, visitando il Padiglione Italia nell’Arsenale veneziano, potrete divertirvi a individuare, sui cubi lignei che fanno da supporto alle didascalie delle opere, prima ancora dell’artista stesso, il nome del “segnalatore” che ne ha indicato il nome.
Il tutto all’insegna dell’allestimento firmato dall’architetto Benedetta Miralles Tagliabue (ricordiamolo: già vincitrice della scorsa Expo di Shangai per il Padiglione spagnolo), che ha concepito l’interno del padiglione come lo spazio del collezionista d’arte e dove l’arte, appunto, convive con la letteratura (disseminati in ogni angolo troverete libri di ogni sorta). E’ lo spazio della complessità, una wunderkammer del XXI secolo. “Seguendo questa premessa, Benedetta Tagliabue ha creato uno spazio in cui l’arte vive con la letteratura, come nello studio di un artista. L’allestimento museografico del Padiglione assume la forma di una scaffalatura che ricrea uno spazio semi-domestico, tra un deposito e uno spazio del collezionista, rafforzando l’illuminazione naturale esistente. […] I dipinti e gli oggetti d’arte sono distribuiti in tutto lo spazio (pavimento, pareti, soffitto),come nello studio degli artisti, in cui le opere sono vive. […] Le casse delle opere che non riescono a esporsi rimangono nello spazio, come supporto espositivo per quelle che riescono ad emergere alla vista.”
Cosa pensa Sgarbi di questi 200 artisti? Che su 200 saranno forse una cinquantina quelli meritevoli, mentre si ritiene maggiormente “responsabile” per il Museo della Mafia che lui stesso ha voluto a Salemi (inaugurato nel maggio del 2010) e che ora è riproposto proprio a Venezia, donando il leit-motif all’esposizione: L’Arte non è cosa nostra, appunto.
Oliviero Toscani è l’autore del logo raffigurante una macchia di sangue dai contorni che ricalcano la morfologia della Sicilia, mentre gli allestimenti e la progettazione sono firmati da Cesare Inzerillo artista nato a Palermo (classe ’71), laureato all’Accademia di belle arti e già attivo come scenografo di cinema e di teatro.
“La piccola politica e i cittadini abituati a piccoli favori diranno che i musei non servono, che la cultura non si mangia, che le necessità sono altre.” Il museo, dice ancora Sgarbi: “è il simbolo di un’antimafia non retorica. Abbiamo pensato ad un museo perché vogliamo immaginare la mafia morta, sconfitta. […] il Museo della Mafia significa questo: prendere le distanze dalla mafia, dal male.”
Andando oltre ogni accondiscendenza ideologica presente o mancata verso questo tipo di operazione, è tuttavia evidente come in quelle 10 cabine, entro le quali “devi entrare e sentire la mafia”, il brivido lungo la schiena diventi fisiologico.
Ma al Padiglione Italia non mancano nemmeno gli assenti illustri, un nutrito gruppo di Artisti che hanno rifiutato l’invito, non ritenendo il progetto consono alla propria ideologia e al proprio sentire. Scegliamo di non farne i nomi, in quanto da tempo possono essere letti poiché pubblicati ovunque.
Un’impresa titanica, una sede storica ingrandita per l’occasione, un allestimento dai rimandi colti e, in virtù di tali rimandi, in qualche modo caotico … è finita qui? Certo che no.
Il Padiglione Italia, ritratto dell’Italia stessa, romperà i confini nazionali (ricordiamoci ILLUMInazioni) coinvolgendo la rete degli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Tramite un’iniziativa congiunta della Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, del Ministero degli Esteri, e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, presso gli 89 IIC disseminati in sessanta paesi nel mondo saranno esposte le opere di 219 artisti italiani residenti o attivi all’estero. Le 89 mostre confluiranno nel Padiglione italiano attraverso apposite installazioni multimediali. Ogni video si aprirà con un'immagine dell'Istituto di riferimento, quella dell’ente museale collaboratore, e infine quelle delle opere. Il tutto accompagnato da una composizione musicale inedita realizzata da Ennio Morricone dal titolo Da Pitagora e oltre, un omaggio musicale al 150° anniversario dell'Unità d'Italia e al ruolo di promozione della cultura italiana svolto dagli IIC.
Rottura dei confini regionali: il Padiglione Italia diventa “mostra diffusa” anche in giro per l’Italia. Dice Sgarbi: “il Padiglione Italia vero e proprio sarà altrove, sarà in tutta Italia, tentando una rappresentazione variegata e credibile della creatività italiana indagata regione per regione.” Oltre 1000 artisti scelti da una apposita commissione di studio esporranno nelle principali città italiane, perseguendo una visione di fondo volta ad indagare la creatività italiana nel territorio. “Ogni sede sarà Padiglione Italia, consentendo l’esposizione di circa mille artisti in corrispondenza con l’epopea dei Mille nel 150° dell’Unità d’Italia.” Un annunciato catalogo di 1500 pagine raccoglierà il lavoro di questi artisti.
Infine non potevano di certo mancare le Accademie di Belle Arti, fucine degli artisti del futuro. Ai direttori delle venti Accademie italiane è stato affidato il compito di scegliere gli allievi più promettenti; per questo motivo 200 giovani esporranno le loro opere nelle suggestive Tese di San Cristoforo, di fronte all’Arsenale.
“Dunque “et et”, lontani dall’ “aut aut” cui i critici-curatori-infermieri ci hanno obbligati fino a oggi.”(Vittorio Sgarbi)