Otto Hofmann e la poetica del Bauhaus al Palazzo Ducale di Genova
di // pubblicato il 06 Dicembre, 2009
Quattrocento opere di Otto Hofmann sono esposte fino al 14 febbraio al Palazzo Ducale di Genova per ricordare, con la più ampia retrospettiva mai realizzata prima, l’artista, pittore e designer insieme ai 90 anni dalla nascita del Bauhaus, la scuola tedesca più famosa nel mondo.
Una vita lunga e movimentata quella di Otto Hofmann (1907-1996) che, nato a Essen in Germania all’inizio del secolo scorso e morto a Pompeiana vicino a Sanremo, aveva scelto di vivere e lavorare negli ultimi venti anni della sua esistenza sulla Riviera Ligure.
Un doveroso omaggio quello che la Liguria ha scelto di tributargli con “Otto Hofmann e la poetica del Bauhaus”, ideata e curata da Giovanni Battista Martini, promossa da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura in collaborazione con Goethe Institut Genua, con il sostegno della Compagnia di San Paolo. Un momento importante per approfondire la pittura del Novecento.
Suddivisa in cinque sezioni la mostra attraversa i diversi periodi della vita e della produzione artistica di Hofmann grazie a disegni, olii, acquerelli, documenti, lettere, oggetti di designer, quaderni illustrati dall’artista e addirittura gli appunti delle lezioni tenute da Klee e Kandinsky alla scuola del Bauhaus che resterà comunque l’esperienza fondante della sua personalità.

Quando ancora molto giovane termina gli studi di architettura al Politecnico di Stoccarda, Hofmann si iscriverà infatti al Bauhaus di Dessau, dove per tre anni avrà la fortuna di seguire i corsi tenuti da personaggi del calibro di Paul Klee e di Wassilij Kandinskij, oltre a quelli tenuti da insegnanti tra cui figurano: Josef Albers, Oskar Schlemmer, Joost Schmidt, Hannes Meyer, Hinnerk Scheper e il filosofo-psicologo Karlfried Graf Dürckheim, chiamato a Dessau come professore ospite per le sue idee sulla “concezione fondamentale del lavoro sull’uomo” .
Come è noto la scuola prende vita a Weimar nel 1919 dalla fusione della Scuola di Arti Plastiche -Accademia di Belle arti- e dalla Kunstgewerbeschuleer - la scuola di formazione di arti applicate - fra mille difficoltà negli stessi mesi in cui fu approvata la costituzione e si insediò il primo governo della Repubblica democratica tedesca spazzata via dall’avvento del nazismo, insieme alla scuola del Bauhaus, nel 1993.
L’affermarsi dell’industria e della produzione in serie apre infatti, fra i tanti temi di quegli anni, anche quello di ricomporre il rapporto fra arte e artigianato, sostenendo una unità metodologica delle varie discipline e un metodo di lavoro nuovo. Il Bauhaus è l’espressione più forte e interessante di quel clima di sperimentalismo culturale, iniziato con le avanguardie espressioniste prima della Grande Guerra, che cercherà fra le tante istanze di propone una rinnovata “arte del costruire” e di elaborare un programma didattico innovativo per conciliare la fase di progettazione con quella di realizzazione.

In questo clima Hofmann si forma e produce, come è leggibile fin dalla prime sale dell’esposizione, i suoi lavori che traggono ispirazione dalla forme influenzate dallo sperimentalismo culturale di Gropius e dei suoi maestri Klee e Kandinskij. In una recensione del 1932 è scritto che i suoi oli, acquerelli e disegni hanno una propria spiritualità e necessità. L’arte astratta non è un dogma, ma una confessione che riconosce le leggi delle forme e dei colori come primarie e le libera dall’oggetto.
Negli anni Trenta la censura nazista intimò il divieto di espressione, confiscando anche molti dei lavori di Hofmann precedentemente acquistati da musei tedeschi. In mostra si può ammirare una serie di intensi acquarelli documentano il suo periodo di prigionia in Russia durante la seconda guerra mondiale. Sono realizzati su semplici fogli di carta ai margini di lettere inviate alla moglie e agli amici; appunti e dipinti nati nel fango delle trincee, documento dello sguardo attento e dell’esigenza di catturare ed esprimere, anche in quella drammatica situazione, qualche traccia di colore.

Ancora difficoltà e sofferenze accompagneranno la sua vita nell’immediato dopoguerra a causa delle crescenti divergenze di ordine politico che sorgono con l’avvento del comunismo. Difficoltà tali da spingerlo nel 1951 a stabilirsi a Berlino Ovest. Per quanto tragiche e a tratti realistiche, in una Germania distrutta dai bombardamenti, le opere di questo periodo si presentano essenzialmente come visioni, composizioni che rimandano verosimilmente all’immaginario delle favole russe, suggestione dei suoi maestri Kandinsky e Klee.
Nel frattempo cresce nel tempo l’interesse per il suo lavoro artistico e partecipa a molte attività internazionali girando per l’Europa. Nel 1976 Otto Hofmann si trasferisce a Pompeiana, un piccolo borgo nella Riviera Ligure dove risiederà fino alla morte. Come è stato scritto in questo periodo la centralità dell’ispirazione naturalistica appare trasfigurata da un processo di elaborazione simbolica che media le dimensioni dell’immaginario e del reale nella rappresentazione di un autonomo spazio pittorico.
Non è da dimenticare il suo raffinato e prolungato impegno nel campo delle arti applicate e del design esercitata nel Bauhaus di Dessau. La missione didattica dell’istituto era infatti quello di formare operatori in grado di coniugare la propria attività artistica con una riconosciuta professionalità tecnica nel campo del disegno industriale e l’altrettanto importante attività nel campo della ceramica, ispirato dalla lezione estetica e culturale di Gerhard Marcks e di Otto Lindig.
Circondano Otto Hofmann e la poetica del Bauhaus, oltre a una Genova sempre magnifica e sempre da scoprire, grandi incontri, seminari e lezioni musica laboratori per adulti e scolaresche che accompagneranno i visitatori esperi e non nella navigazione attraverso questo sensazionale periodo storico che ha generato, fra le tante, gran parte del design moderno.
Il ricco catalogo di Electa Edizioni contiene le riproduzioni di gran parte delle opere in mostra oltre a testi critici di altissimo livello