Orientalisti
di // pubblicato il 30 Ottobre, 2011
"I pittori fanno fortuna al Cairo. Non ho mai visto tanta varietà di architetture, di vita, di scene pittoresche, di colori accesi, di luci e di ombre. Ogni strada, ogni bazar è un quadro e la città intera ostenta i soggetti degli artisti inglesi". Sono parole di William Makepeace Thackeray che, nelle sue Notes of a Journey from Cornhill to Grand Cairo del 1846, coglie al meglio una delle mode più diffuse del suo tempo, quella dell'orientalismo.

Oriente sognato, oriente immaginato e misterioso, ma anche oriente veramente conosciuto ed esplorato. Nel corso del Settecento e dell'Ottocento si sviluppa una vera e propria mania per tutto quello che riguarda il Levante, per quello che vi avviene o per quello che si immagini possa avvenire, complice anche l'edizione parigina delle Mille e una notte, apparse sul mercato dal 1704, le spedizioni napoleoniche in Egitto e la successiva pubblicazione, tra il 1809 ed il 1828, dei 23 volumi della Description de l'Egypte, assieme ai numerosissimi resoconti di viaggiatori e avventurieri che visitano, in un vero e proprio Grand Tour alternativo, tutti i paesi affacciati sul Mediterraneo orientale, dalla Grecia all'Egitto alla Turchia. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di storie e di descrizioni che indugiano su particolare tematiche, dal bagno turco all'harem, dal caravanserraglio alle carovane del deserto, che nell'immaginario europeo connotano al meglio quelle terre lontane, costituendo una ricchissima fonte di ispirazione per molti pittori e scrittori.

Viaggiatori (e viaggiatrici) inglesi e francesi sono certamente i più numerosi, quelli che hanno lasciato descrizioni rimaste celebri e che hanno spinto altri a compiere il medesimo viaggio: si comincia alla metà del XVIII secolo con la pubblicazione, in inglese prima e in francese poi, di A Description of the East di Richard Pococke, seguita dai Travels in Arabia di John Lewis Burckardt e dall'ancora più celebre Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris di François-René de Chateaubriand, che ha lasciato una delle descrizioni più magiche dell'arrivo a Istanbul, città-mito dei viaggiatori dell'epoca: "Costantinopoli e la costa dell'Asia erano immerse nella foschia: i cipressi e i minareti che s'intravedevano nella bruma sembravano far parte di una foresta disboscata. Quando ci avvicinammo alla punta del Serraglio si leva il vento del Nord sbaragliando in pochi minuti che nebbia che offuscava la visione [...]. Fu come il colpo della bacchetta magica di un mago".

Secondo una tradizione ben consolidata il viaggiatore veramente degno di essere chiamato tale deve essere accompagnato da un pittore che possa illustrare le tappe salienti del viaggio; nasce così un gran numero di album topografici che contribuiscono a accendere la fantasia di chi rimane a casa, così come sottolineato dal conte Marie-Gabriel di Choiseul-Gouffier nel suo Voyage pittoresque de la Syrie, de la Phoenicie, de la Palestine et de la Basse Aegypte: "mi accingo a far viaggiare il lettore con me, a fargli vedere tutto quello che ho visto, a fargli assumere il punto di vista in cuimi trovavo io stesso nell'eseguire ciascuno dei disegni". Accanto a questi acquarellisti-illustratori ci sono poi i grandi nomi della pittura, da Ingres a Delacroix fino a Gérôme, che trattano tematiche simili a quelle descritte da Thackeray; il mercato degli schiavi, i bazar, le moschee, gli ambienti domestici.

Per quanto riguarda l'Italia, uno dei primi a subire il fascino di questa cultura è il veneziano Franceco Hayez, che pure non visita mai quelle terre: per lui l'Oriente, e soprattutto la difficile condizione del popolo greco, costituisce soprattutto l'occasione di far riferimento alla contemporanea condizione italiana. Trascorre invece molto tempo in Oriente Alberto Pasini, prima a seguito del ministro francese Bourée nel corso di una missione diplomatica in Persia e successivamente a Costantinopoli, dove il pittore soggiorna a più riprese affascinato dai colori, dalle atmosfere e dalla vita quotidiana di quelle strade che diventano spesso protagoniste delle sue opere.

Tra i maggiori pittori orientalisti italiani va annoverato senza dubbio il fiorentino Stefano Ussi che si reca in Egitto per la prima volta bel 1869 in occasione dell'apertura del Canale di Suez dove lavora si commissione del pascià d'Egitto, si sposta quindi in Marocco con Cesare Biseo, assieme al quale realizza le illustrazioni per il libro Marocco di Edmondo De Amicis, figura a sua volta fondamentale nella creazione del gusto per l'Oriente che contagia la maggior parte dei pittori dell'epoca; oltre a quelli già citati non vanno infatti dimenticati Gaetano Previati, Leopoldo Battistini, Giuseppe Amisani e Domenico Morelli, il quale indugia in particolar modo sulla sensuale e affascinante figura dell'odalisca che, su modello del celebre dipinto di Ingres, diventa ben presto soggetto privilegiato di molti degli artisti orientalisti.

C'è tuttavia da sottolineare che nemmeno Morelli visita mai i luoghi rappresentati, ma trae anch'egli l'ispirazione dai racconti e dalle immagini letterarie che circolano all'epoca, come dalla superba descrizione di lady Mary Wortley Montagu, consorte dell'ambasciatore britannico presso l'impero ottomano nel 1717: "i sofà erano coperti di tappeti e di cuscini sui quali sedevano le signore; dietro, sulla seconda fila, c'erano le loro schiave che non si distinguevano affatto dai vestiti, essendo costoro allo stato naturale, cioè completamente nude, senza che nascondessero beltà o difetto alcuno e senza che intercorresse fra loro il minimo sorriso malizioso o gesto ammiccante. Camminavano e si muovevano con la stessa maestosa grazia che Milton assegna alla nostra Grande Madre. Ce ne sono molte fra loro dalle proporzioni perfette quali si vedono nelle dee dipinte da Guido o da Tiziano, e per la maggior parte la loro pelle è di un bianco abbagliante, avendo come unico ornamento le chiome".